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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

1 - ..et organo - Materia Prima

La chiesa di San Filippo era grande, enorme, e il pavimento di legno una calda sicurezza.

La ragazza invece era minuta, aveva pantaloni stretti, maglie larghe sovrapposte e scarpe grosse. Occhi piccoli, incastonati in un viso angusto e camminava sbilenca come una bici con le ruote storte.

Il prete si affannava intorno all'organo, sbuffava e cercava di farlo funzionare.

Krueger, la ditta che l'aveva fabbricato.

L'organo, non il prete.

Quantunque anche il prete, per una strana deviazione del destino, si chiamava Krueger.

L'organo era in alto, alla destra dell'altare; un'altro simile era a sinistra.

La ragazza passava spesso in quella chiesa; quell'inusuale pavimento di legno caldo le spalmava quiete sull'anima. Non credeva in 'quel' dio, ma in un qualche dio forse sì; ed era curiosa e aveva ventitré anni e tutti dicevano che fosse un poco strana.

Rimase un po' li con ilnaso in alto a guardare di sotto in su il prete che si affannava su mantici manopole interruttori e altre cose meccaniche; il prete sbuffava, i mantici sbuffavano, la situazione stessa sbuffava; tutto quel rumore in una chiesa.

Il prete si era stufato di questo Krueger che non ne voleva sapere di funzionare e appoggiandosi alla balaustra aveva visto la ragazza che era lì sotto con il viso a punto interrogativo.

Si guardarono un po'.

Lei curiosa, naso puntato in sù.

Lui imbarazzato di tutte le parole che aveva detto.

Lui le disse 'non funziona' e con le mani fece il gesto della pistola oscillante.

Lei lo guardò un po' e stette muta, ben sapendo che il prete pensava 'questa è un po' tocca', ben pensando che un po' sapeva suonare, ben sicura che un po' voleva suonare, per questo quando gli disse 'ci provo io' sapeva di aver fatto qualcosa di diverso, quelle piccole cose che una volta capitano e mai più capiteranno e uno pensa o le faccio adesso o mai più.

Per questo la ragazza e il prete erano lì di fronte a Krueger.

Il prete si agitava sugli interruttori, premeva un tasto a caso della tastiera, si sentiva un sibilo d'aria ma nessun suono; vedi non va, le diceva con lo sguardo e gli sbuffi.

Ma a ben guardare, quello sguardo e quegli sbuffi sembravano nascondere una proposta.

La ragazza spostò un po' di interruttori, a caso, premette un tasto, e l'organo suonò.

Una nota.

L'aria mossa chissà da chi e chissà come era arrivata in una canna: l'aveva percorsa altera, lunga, e uscendo da una fenditura aveva fatto vibrare l'aria e la chiesa e il pavimento e le statue e i drappi e fors'anche il crocifisso.

La ragazza continuava a premere il tasto, la canna a suonare, l'aria a vibrare.

Il prete guardava la ragazza, la ragazza guardava il tasto, il tasto aveva dato sfogo all'aria, l'aria era passata in un condotto, il condotto raggiungeva la canna, lì passava vibrando e suonava, il suono arrivava all'orecchio del prete, che guardava la ragazza che guardava il tasto e daccapo.

Non seppero mai per quanti secondi questa cosa continuasse; ma i due erano ipnotizzati e Krueger suonava.

La ragazza mosse la mano, sempre lasciando premuto il tasto, e ne premette insieme un secondo e l'aria risuonò diversa, poi un terzo e l'accordo si formò vibrando su di loro.

Lei alzo gli occhi e guardò il prete; il prete si girò a guardare in basso, a fianco della pedaliera e anche la ragazza mosse lo sguardo nella stessa direzione; fissavano la targa 'Krueger' di ghisa fusa.

La ragazza alzò lo sguardo sulla propria mano, sempre premuta sui tasti, sulla tastiera doppia, sui tasti dei registri di madreperla colorata, sulla radica di noce che faceva di sfondo e li conteneva.

Sempre con quel lungo accordo di sottofondo, con la mano libera accarezzò la radica; piano, dolcemente.

Nell'aria continuava a vibrare il suono, e le sue dita sfioravano lievi i registri di madreperla, uno a uno; non ne conosceva bene il significato, ma qualcosa glieli faceva amare; sì, amare, di una dolcezza sconosciuta e senza alcun senso apparente.

Bordati d'ottone. Di forma arrotondata, lunghi, sinuosi, pronti a muoversi con il movimento a leva, scendendo verso il basso o risalendo verso l'alto. Ubbidienti, docili. E forti.

Solo immaginò cosa potesse succedere nel muoverne uno; ma non lo fece.

In un attimo di estrema lucidità e forza ritrasse le dita dalla tastiera. Insieme, di colpo.

Il suono eccheggiò nell'architettura elegante e si disperse in mille rivoli; a stare attenti se ne poteva seguire ognuno.

Il prete e la ragazza avevano gli occhi verso l'alto della chiesa, le orecchie tese a sentire ogni rimbalzo, a percepire la più piccola delle vibrazioni.

Infine, il suono cessò, e i loro occhi si incontrarono.

Quegli occhi si dissero qualcosa d'impossibile, come se già sapessero, ben prima che l'impulso percorresse il nervo ottico e arrivasse al cervello, come comportarsi, come guardare.

Quello fu l'inizio.

Il prete le chiese se sapesse suonare. Lei annuì.

Lui disse allora quando vuoi vieni qui e suona; sembra che Krueger suoni solo con te.

E la lasciò sola lì.

Lei aveva ancora la mano sui registri.

Li accarezzò, piano; notandone il colore, il nome, la posizione. Due erano simmetrici, color marrone più o meno nocciola; sembravano due occhi di uno sguardo un po' torvo.

Accarezzò la radica di noce, e la curva forte che mostrava passando dal verticale della parete con i registri all'orizzontale della tastiera.

Accarezzò le due tastiere; ogni tasto, prese il panno e lo mise su entrambe; chiuse il grande sportello che le proteggeva.

Spense tutti gli interruttori, e se ne andò.

La notte della ragazza fu una notte di sogni; il mattino non li ricordava, ma le restava un gusto dolce tra le palpebre.

Tornò subito in chiesa, con le maglie abbondanti, i pantaloni stretti e le scarpe larghe; il prete stava uscendo e le disse solo vai pure, e scappò via veloce.

Mentre i passi rimbombavano sul pavimento di legno guardava le canne lassù sulla balaustra; più si avvicinava e più le voleva vicino.

Salì la scaletta e si trovò davanti a Kruger; mosse gli interruttori e provò la tastiera e vide che suonava. Bene.

Così provò a suonare qualcosa che già conosceva; certo era diverso rispetto alla tastiera di casa.

I tasti erano molto pesanti da azionare e facevano un rumore forte e fastidioso nel premerli, una specie di 'clac' quando venivano premuti e anche quando venivano rilasciati, con tanto di rumore di valvole che si aprono e chiudono. Per non parlare della pedaliera; pesantissima. Con quelle scarpe poi.

Per fortuna non c'era nessuno; provava e riprovava ma era impossibile riuscire a suonare comodamente. Anche i suoi pezzi preferiti: venivano rovinati da quelle difficoltà meccaniche.

Cominciò ad infastidirsi; che ci faccio qui a perdere tempo. Sbagliò qualche nota e s'innervosì.

Guardò la piastra 'Krueger' quasi con odio, e all'ennesimo errore dovuto a quella goffaggine tirò un calcetto all'organo, proprio sopra alla pedaliera.

Un pedale di colpo si alzò e le colpì un ginocchio; lei rimase esterrefatta. Come può alzarsi un pedale? sono fatti per essere premuti, non per alzarsi.

Chinata per massaggiare il ginocchio dolorante cercò il colpevole. Era lì, riconoscibile perchè più lucido degli altri.

Il mantice soffiava aria, lei soffiava rabbia. Stupido organo. Krueger vai al diavolo.

Alzò gli occhi e vide il prete lì, vicino a lei. Aveva visto?

Il prete le disse che non si riusciva a suonare quell'organo; troppo pesante, anche per lui, troppo duri i meccanismi, troppo vecchi; troppo costoso aggiustarlo, tanto valeva metterne uno nuovo. Magari lasciare le canne, quelle sì, storiche e 'di un metallo irripetibile', diceva, ma cambiare tutto il resto. Provò a suonarlo: durissimo, ingestibile.

La ragazza pensò al pedale e al ginocchio dolorante; si chinò ancora a guardare il pedale colpevole.

Di metallo, ottone, elegante, allungato. Più pulito degli altri, brillava; in compenso i suoi pantaloni erano sporchi all'altezza del ginocchio. Però era bello, e le luci dalle vetrate lo facevano risplendere.

Immaginando come sarebbe stata la pedaliera pulita, pensò a tutti i pedali lucidi e allineati. Così prese uno straccio e, uno a uno, li pulì tutti dalla polvere.

Uno spettacolo.

Risplendevano in fila, uno dopo l'altro, veniva voglia di stendercisi sopra.

Il prete se n'era andato e, mentre li puliva, provò a premerli con le mani, invece che con i piedi; che sorpresa! il suono basso si faceva sentire forte ma, cosa che la impressionava, riusciva a premerli con le mani con il minimo sforzo, mentre prima con i piedi doveva quasi drizzarsi per fare forza sufficiente ad azionarli. Riprovò con i piedi; nulla, difficile riuscire a smuoverli; mentre con le mani risultava facile.

Allora provò a togliersi le scarpe; così... era facile! La pedaliera, docile, funzionava perfettamente!!

Ma cos'è quest'organo, cos'è questo Krueger!! La piastra brillava. La lucidò per bene, delicatamente, mentre si faceva un mucchio di domande; com'è possibile?

Questo Krueger è attento a me, pensò. Mi sente.

Provò una sensazione profonda e dolce; da quant'è che non trovo qualcuno che mi consideri, che sia attento a me?

Si rimise a suonare, scalza.

Questa volta sia la tastiera che la pedaliera ubbidivano docili, leggere. Non era abituata a stare scalza; il piede che avvolgeva la pedaliera le faceva sentire una specie di carezza e così tra i piedi e le mani sembrava che lo abbracciasse quattro volte; se poi, suonando, piegava la testa verso la tastiera e i registri si sentiva completamente avvolta da Krueger. Protetta, in lui.

In quelle condizioni le note uscivano lievi, la musica componeva le proprie melodie, nell'aria eccheggiavano Bach, Hendel e tante altre composizioni che la ragazza non conosceva ma che, mettendo uno spartito davanti, le veniva facile suonare.

Non era mai stata molto brava, in questo. Ma con Krueger era diverso; ogni spartito prendeva vita.

Lo metteva davanti, lo provava e poi.. via. Una volta, cercando quale fosse l'accordo successivo si accorse di qualcosa di strano: le sembrò che i tasti che avrebbe dovuto premere si cominciassero ad abbassare da soli, e che le sue dita fossero naturalmente attirate verso di loro.

Non si fece molte domande: bastò lasciarsi andare, perdersi, fondersi con lo spartito, la chiesa, e Kruger.

Fu una stagione intensa; il prete era molto contento, a volte qualcuno veniva in chiesa solo per sentire l'organo, e le melodie risuonavano spesso.

La ragazza era felice di lasciarsi andare; si sentiva protetta, avvolta, da quella strana entità che in qualche modo ne sapeva più di lei, che la rassicurava.

Acquistava in consapevolezza, in chiarezza. A volte a casa, ripeteva sulla tastiera le musiche provate con Kruger: magia! Riusciva a suonarle anche lì! Certo, non con la mestosità della chiesa, ma aveva acquisito una certa capacità di lasciarsi andare alla musica e di suonare bene.

Tanto che la invitarono spesso a concerti e serate; faceva sempre un'ottima figura suonando le musiche imparate con Krueger.

Aveva preso il gusto di vestirsi diversamente; cominciò ad usare vestitini che le sottolineavano la figura, scarpe più sottili e cominciò anche a tagliarsi i capelli con regolarità e a curare la propria persona e l'immagine con un filo di trucco.

Il prete osservava stupito questo cambiamento; in così pochi mesi, non era neanche passato un anno.

Gli occhi si erano fatti più grandi e più distanti (ma forse era il trucco), l'espressione più fiera e sicura, altera, il portamento decisamente più elegante.

Sia prima di suonare, che dopo, che durante, accarezzava sempre Krueger: con le mani, con i piedi, lasciando che i capelli sfiorassero la tastiera.

Suonava spesso; le piaceva farlo nelle ore in cui la chiesa era meno frequentata e a volte provava nuovi timbri e composizioni personali.

Fu un giovedì che lo sentì per la prima volta.

Una nota, singola, sembrò.. strana. Non stonata, ma dal suono meno costante.

Pensò: forse Kruger è malato.

Il mantice soffiava bene, i tasti scorrevano.

Continuò con quella nota, poi passò ad un'altra; e fu proprio lì, nel passaggio tra una e l'altra, che lo sentì.

Non poteva crederci e ripetè la sequenza.

Di nuovo.

Provò con un'altra sequenza di note e... ancora.

Lo guardò nei registri, accarezzo la tastiera, la targa, la radica.

Gli sorrise.

Lo guardò negli occhi dei registri nocciola, al fondo di quello sguardo un po' torvo.

Le scese una lacrima.

E per la prima volta parlò a Krueger.

Si sentiva stupida e fiera insieme, a parlare ad un organo.

Gli disse: "Hai pronunciato il mio nome. "

"Hai detto Minah."

Kruger abbassò i due registri nocciola e li rialzò, come per annuire.

Lei riprovò e riprovò ed era sempre più chiaro: il suo nome risuonava nella chiesa, mille volte in mille modi e accordi.

Lo fece sentire al prete che... non capì, non sentiva, o almeno non gli sembrava, ma forse son duro d'orecchi, diceva, con viso deciso. Troppo deciso.

Ciò che Minah non poteva vedere era il viso del prete che, nascosto per non farsi vedere, si asciugava una lacrima.

Da allora Minah e l'organo Krueger parlarono tra loro; si salutavano, commentavano la musica, i sentimenti, lo stato della conoscenza di questa o di quell'altra composizione.

Kruger prediligeva certe melodie forti con molti bassi mentre Minah preferiva far risuonare le piccole canne argentine; si perdevano in ore di musica insieme.

Kruger dava a Minah ciò che lei non aveva: la conoscenza profonda della musica ed il sentirla col cuore; Minah le dava la sapienza delle cose nuove del mondo, le notizie, gli avvenimenti.

Si abbracciavano spesso, a volte senza suonare; carezze, buffetti, strofinamenti, lei abbandonava la sua testa su di lui, a volte addormentandosi; sentiva di avere una vita piena, felice.

Pensava di essere innamorata; ma non era quello un innamoramento, che aveva già conosciuto; era qualcosa di simile, ma diverso.

Non le importava del resto del mondo.

Krueger, e la musica, l'avevano trasformata; elegante, altera, si muoveva sicura tra la gente. Era diventata più aperta, sociale, comunicativa; la sicurezza acquisita l'aveva fatta diventare un'altra persona.

Così bella ed elegante che qualcuno non tardò ad innamorarsi di lei.

Era maggio ed una luna complice illuminava dal finestrone i concerti notturni; Minah ondeggiava con la testa sulla "musica per fuochi d'artificio" di Hendel ed un ragazzo là sotto ne fu colpito profondamente.

La invitò a prendere un caffè, e a cena, e ancora e ancora; ed era sempre più bello e coinvolgente.

Minah ne era lusingata, e ne aveva parlato a lungo con Krueger; si abbandonava volentieri a quei corteggiamenti, si lasciava andare alle lusinghe più invitanti, godeva appieno della vita.

Era felice.

Krueger aveva avuto bisogno di qualche piccola manutenzione; per questo si erano incontrati meno assiduamente.

Quando ricominciarono a suonare, lui parlava meno facilmente, e sembrava fosse tornata un po' della difficoltà iniziale nel premere i tasti.

Ad un certo punto Kruger suonò da solo una melodia un po' triste, in cui Minah udì chiare le parole:

"Questo nostro vivere insieme forse ti è d'ostacolo, per la felice storia che stai vivendo con quel ragazzo.

Ho due pensieri che si contrappongono.

Nel primo, ho l'istinto di farmi un pochino da parte, di lasciar libero dello spazio per far sì che tu viva questa esperienza con l'aria pulita intorno. Almeno nel suo periodo più forte. E tornare quando le acque saranno più calme. Perché certe cose vanno vissute a pieno.

Nel secondo voglio starti vicino come l'amico a cui confidare entusiasmi, dubbi e tutto ciò che passa dal cuore alla testa.

Per ora le condizioni esterne hanno portato alla prima, ma nel cuore vive la seconda."

Minah gli parlò.

"Krueger, come puoi. Come puoi pensare che esista una via diversa da quella del cuore.

Non sarei qui senza di te; non saremmo qui senza di noi, non esistiamo senza ciò che ci lega.

Come puoi. Come puoi pensare che esista una scelta, che si possa veramente scegliere se essere vivi o morire. Con la tua musica mi hai detto che si può amare il mondo in infiniti accordi su infinite melodie; ora mi dici che esistono musiche che non si possono, che non si devono suonare? Guardami Krueger, ascoltami. Apri bene i registri. Il mondo è cambiato da quando ci parliamo; siamo vivi. Prima eravamo in balia delle cose, ora siamo uno la forza dell'altra. Cos'è passato tra i tuoi mantici e le tue valvole, quale ombra è passata sul tuo cuore, per dirmi che esiste felicità senza te? Per dirmi che sarebbe meglio per me che tu ti facessi da parte? Che esista aria pulita dove tu non ci sei?

Certe cose vanno vissute a pieno, dici? Esiste forse un "a pieno" senza di te?

Andartene? e tornare? acque calme? Cosa stai dicendo? E' questo che pensi di essere per me, un qualcosa di facoltativo, che io possa prendere e lasciare a seconda delle convenienze del mondo? Sei la quintessenza della conoscenza della musica e delle emozioni, come puoi non capire un movimento del cuore così forte che in me?"

Piano piano, i mantici cessarono di soffiare.

Minah piangendo cercò di azionare qualche interruttore, così, a caso. Non servì.

Krueger si spense.

Non suonò più.

Tornò il prete che vide la scena; vide la ragazza che si agitava sugli interruttori, che premeva i tasti, Krueger che non suonava.

La guardò da sotto in su; lei da sopra, con le lacrime agli occhi gli disse 'non funziona' e fece il gesto della pistola oscillante.

Il prete salì vicino a lei e a Krueger; accarezzò le canne dell'organo, poi guardò la ragazza come chi non può dire.

I pensieri gli turbinavano in testa ma non trovarono neanche una parola sulla quale atterrare.

Tutto quello che riuscì a fare fu accarezzarle la mano e dirle:

"Abbiamo tanto da imparare ancora, Minah".

Per la prima volta da anni, il prete vide luccicare il futuro.

[la chiesa in cui è ambientato il racconto è san Filippo Neri, a Torino; l'organo nella foto è della chiesa di san Michele, a Druento ]

C'è la pagina Facebook di Krueger, e il romanzo si può approfondire e comprare su krueger.losero.net

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

2 - Null'altro

Semplicemente furioso, e non sapeva perchè.

Continuava a guardare quella spalla, quel tatuaggio.

Quel piccolo segno... ma com'era possibile che l'avesse fatto, la rendeva così vulnerabile, così riconoscibile.

Il soggetto poi... banale, stupida.

Si, forse un po' stupida; proprio lei.. quasi impossibile.

E non poteva fare a meno di pensare a Lete, il fiume dell'oblio, al cancellare la memoria, e subito dopo ai quattro fiumi del paradiso e poi subito al quattro come numero, al tetramorfo, e al duomo lì davanti, e ai marmi, e alla lotta tra il tre e il quattro e... basta, doveva costringersi a fermare i pensieri.

Il corpo, la femmina, il male; ciò che manca al tre per diventare quattro, la trinità che diventa una quaternità èer rodurre la quintessenza.

Fa male, a volte fa male pensare; soprattutto quando il pensiero è sale su ferite antiche che mai si rimarginano.

Lei poteva sicuramente essere stupida; Lete aveva fatto il suo lavoro, quando si rinasce si dimentica tutto.

Lì in piedi ritto come un palo nel suo abito talare, braccia conserte, sotto il portico del palazzaccio guardava verso il duomo di fronte e lei era lì, su una panchina, a telefonare. Una telefonata d'amore finito, o triste; pianti e recriminazioni, lacrime.

Nel caldo pomeriggio lo sguardo viaggiava dalla ragazza al duomo.

La curva leggiadra tra il taglio dei capelli, il collo, la spalla, il braccio; un invito a lasciarsi innamorare della vita.

La curva, altrettanto leggiadra del taglio della facciata del duomo, il ricciolo di pietra leggero di tonnellate di marmo, a terminare nella rosa... A sei petali! E di nuovo l'abisso. Nei portali tutte le rose hanno cinque petali, nelle acquasantiere tutte le rose hanno cinque petali, la rosa canina, la rosa selvaggia, la sapienza.

Perchè sei qui, e non cinque? In un posto così importante? Perchè sei, due volte?

Non poteva non ricordare le parole del papa in visita a Torino; "Torino è una città di Santi e Luce, e dove c'è la luce occhieggia anche il demonio", e quel contrasto tra il cinque e il sei già lo interrogava, e riportava alla lotta tra il tre e il quattro e di nuovo l'abisso.

La congregazione l'aveva accolto qualche anno prima; vista la penuria di vocazioni, non aveva opposto molte resistenze al suo ingresso nè aveva indagato sulle sue origini. Aveva due compiti: come docente, insegnare lettere e storia nell'istituto interno; come studioso, portare avanti approfondimenti sull'architettura sacra di Torino e, segnatamente, del Duomo e della zona intorno, la cosidetta insula episcopalis.

Aveva accolto queste mansioni con gioia; finalmente un periodo tranquillo, un pasto certo, un letto e un tetto sicuri; dopo quanto aveva passato, giunto verso la cinquantina pensava di non poter richiedere molto di più dalla vita e, in ogni caso, era più di quanto sperasse.

Anche l'abito talare che portava indosso gli dava una certa sicurezza; uno scudo nei confronti di tanta parte delle vicissitudini che l'avevano portato agli estremi della tensione tra i sessi dove tutto il male possibile è vertiginosamente vicino a tutto il bene possibile; esternamente ne restava ancora segnato nelle rughe che gli disegnavano a volte la fronte ma, dentro, pensava di essere giunto ad un punto fermo.

Fino a quando il duomo non cominciò ad interrogarlo.

L'abisso aveva in questo periodo della sua vita preso la forma dei marmi esterni del Duomo.

Come insegnava, una chiesa si legge dal basso verso l'alto, da destra verso sinistra, dall'esterno verso l'interno; ma questa lettura, rivolta al duomo nuovo di san Giovanni era sufficiente a spiegare il posizionamento della prima pietra sotto l'angolo destro, ma era largamente insufficiente a spiegare perchè la prima figura rappresentata fosse un giano bifronte e perchè proprio su quell'angolo ci fosse la meridiana astrologica. Lo accennava appena, durante le spiegazioni che dava ai curiosi o agli amici, così, per inciso, e si obbligava a non pensarci oltre.

Ma lo sguardo intelligente di qualche allievo, la scintilla di curiosità che illuminava gli occhi di qualcuno che alzava la mano per fare una domanda erano punture di spillo nel suo cervello, fitte dolorose che trapanavano la coscienza per non essere ancora riuscito a trovare risposte certe; tornava con la mente agli studi, alla infruttuosa ricerca di qualche spiegazione di quelle lesene così spudoratamente visibili, così marcatamente allusive, e la distanza tra il loro significato e la sua mancata comprensione si amplificava nella distanza tra lui e la curva del collo della ragazza triste; rimbalzavano dall'uno all'altra amplificando la potenza ad ogni rimbalzo finchè fu costretto a distogliere lo sguardo da entrambi.

All'inizio era stato abbastanza facile; interrogando le guide del museo diocesano, leggendo qualche libro nelle ottime biblioteche della città aveva registrato l'opinione comune che i marmi in bassorilievo, soprattutto quelli delle due porte laterali, rappresentassero grottesche, animali fantastici, mascheroni, com'era d'uso a quell'epoca; certo, un po' 'strani', diciamo, un po' 'sui generis', ma poteva essere la moda dell'epoca. Il duomo è l'unico edificio rinascimentale in Torino; probabilmente il committente ch'era vescovo di Torino, ma che viveva a Roma, voleva portare un po' della 'moda' romana qui in provincia.

Fu leggendo un librone recuperato per pochi soldi in una bancarella sotto i portici di piazza Carlo Alberto che qualcosa cominciò a non quadrare.

Innanzitutto non si capiva chi avesse disegnato quei marmi. Poi, non si capiva nè quando fossero stati fatti, nè, esattamente, da chi. Anzi, nel libro mastro dei conti non se ne faceva cenno; ogni singolo mastro e aiutante erano stati degni di una riga, di una nota, di un registro; non gli autori dei marmi.

Non era abituato a lasciare le questioni insolute; gli davano una specie di prurito alla schiena che non lo lasciava addormentare tranquillo, quindi lesse ancora, cercò, approfondì con una specie di furore, come se tutte le domande che la vita gli aveva fatto, e ce n'erano tante, potessero avere risposta in quell'interrogativo; ma più approfondiva e peggio andava; il prurito seguitò per molte notti.

Il committente del duomo era il cardinale Domenico della Rovere: e lo si vede in chiaro, il nome è più volte riprodotto sulla facciata, ogni volta riportando anche 'dell'ordine di san Clemente', chissà perchè, poi.

DO.RVVERE.CAR.S.CLE.

L'incarico della costruzione della cattedrale (la 'fabbrica') era stato dato a Meo del Caprina (Amedeo, o Bartolomeo, da Settignano) a Roma; ma qui si aprivano una serie di interrogativi.

Primo, l'incarico era stato dato a lavori iniziati, quando già erano partire le demolizioni delle tre chiese precedenti e intercomunicanti che costituivano un complesso unico, e iniziata la costruzione della cripta; quindi, qualcuno aveva già progettato il duomo prima di lui. Chi?

Secondo, scoprì che molti studiosi avevano scritto fiumi di inchiostro per definire appunto chi fosse il vero progettista del Duomo; ad oggi, non si sa, se sia il suddetto Meo del Caprina o Baccio Pontelli o chissà chi, visto che il committente, il cardinale, viveva a Roma come collaboratore di papa Sisto IV che aveva a disposizione i grandi maestri rinascimentali.

Terzo, e parte più inquietante: tutti i lavori degli addetti alle sulture, gli 'scalpellini', erano in qualche modo esterni al progetto principale della 'fabbrica' del Duomo; anche i loro pagamenti furono eseguiti al di fuori del conteggio principale, con somme molto elevate rispetto al resto del Duomo. Sembra che il cardinale della Rovere tenesse un capitolo riservato a loro, tramite intermediari. Sembra fossero gli 'scalpellini comacensi' gruppo nomade che si spostava per l'europa a costruire cattedrali, eredi di una sapienza antica; facile il riferimento ai templari, anche se le indagini scendevano ancora più in profondità.

Quindi se era incerta la paternità del progetto del duomo, doppiamente incerta era quella dei marmi della facciata.

Questa cosa lo faceva imbestialire; non poteva arrivare a conclusioni certe nel proprio lavoro.

Eppure il Duomo era lì, da cinquecento anni e più, ed i suoi marmi erano davanti ai suoi occhi, metafora di una meta vicina e irraggiungibile; meta a sua volta parte egli studi disperati e fantastici di una parte della sua vita ormai dimenticata sotto il peso delle ferite, ingobbito dal peso di una conoscenza che, forse, era troppo per un essere umano o almeno, troppo per lui.

Conoscenza che l'aveva piegato, fiaccato quasi a morte già una volta.

Sofferenza che l'aveva innalzato ai vertici dell'illuminazione in quei momenti eterni ed istantanei in cui il tutto entra nella mente e la acceca di luce abbagliando la ragione nell'estasi del corpo. Poteva forse essere sogno, allucinazione, o ricordo distorto? La curva, tra il collo e la spalla, della ragazza trafiggeva ogni dubbio ed incurvava un po' le palpebre sui suoi occhi.

Le ricerche, in tutte le biblioteche, del significato dei marmi dei portali laterali fu senza frutto. Molto era scritto sullo stile, sul materiale, sul modo con cui furono scolpiti; nulla, ma proprio nulla, sul significato.

Così cercò di capire da solo.

Se c'è una chiave, qui, l'ha messa un uomo. Io la troverò.

Disegnò su un foglio lo schema delle figure; sul portale di destra, esistono due strutture parallele per un po', poi ognuna va per la sua strada.

Su quello di sinistra tutto è asimmetrico; inoltre in tre punti c'è scritto il nome del committente, del cardinale Della Rovere. Se c'è scritto questo nome tre volte ed in punti diversi, pensò ci deve essere stata una intesa profonda tra chi l'ha disegnato ed il committente; la spesa era ingente, erano state chiamate persone apposite per scolpire i marmi e li avrebbero scolpiti così... a caso, come dicono le guide? Grottesche, mascheroni, motivi floreali? Ma scherziamo?

La sua mente si rifiutava di pensare ad una soluzione così semplicistica.

E poi i fiori, le rose: tutte a cinque petali, la rosa canina, selvatica, il simbolo, anche, della conoscenza dei templari.

La ragazza alzò il tono di voce. Forse piangeva.

Come puoi non ricordare, pensò il prete, che tiranno Lete, il cuore gli diceva.

La spallina del reggiseno sulla spalla, sopra al tatuaggio.

Il rilievo delle spalline, spuntava sotto la maglietta a costruire l'ossatura di un desiderio di carezze.

Lo sguardo della persona ritratta nel tatuaggio, sulla schiena che paradossalmente gli ricordava... tutto.

Naturalmente la ragazza non sapeva nulla, ma quello sguardo, tagliente, sulla sua schiena, rivolto al contrario non rappresentava insieme al suo viso quello stesso Giano bifronte eternamente fissato nel marmo? Guardo avanti, femmina, guardo indietro, maschio. Futuro, passato, estate, inverno e via di polarità in polarità, vedeva le coppie librarsi in aria, come in sogno, e poi qualche coppia sdoppiarsi come farfalla a formare una croce e, di nuovo la croce nei quattro fiumi del paradiso, nelle stagioni, negli elementi, nel tetramorfo, nell'apocalisse, nei suoi Viventi e via ancora... nell'abisso.

Troppo umano, sono diventato, troppo debole, pensò in risposta all'istinto di andare a farsi riconoscere.

Non è così che deve andare.

La disperazione nella voce della ragazza si faceva più forte; il prete pensava ai patimenti d'amore che la avrebbero fatta soffrire e l'avrebbero costruita assieme, a quelle scelte che non si possono evitare e che costringono le persone a costruirsi, pensò con tenerezza alla sofferenza che l'avrebbe portata là dove lui l'aspettava, dove l'aveva già trovata.

Gli mancava in modo doloroso; pensò devo trovare un modo per averla vicina, per farle sapere; lei capirà. Non ci sarà bisogno che mi conosca, non ci sarà bisogno di avere rapporti, saremo comunque collegati come allora; voglio solo questo.

Null'altro.

Con questo pensiero finalmente chiaro, Joseph Krueger si alzò e andò verso il Duomo, per accarezzare ancora una volta il Giano bifronte; mascheroni e grottesche, pensò, e sorrise passando davanti alla ragazza che gesticolava e piangeva.

In quel momento si accorse di un fenomeno bizzarrro: le voci intorno sembrava assumessero strani andamenti ad onde e, per le strade, si diffuse uno strano odore di carta e incenso.

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

3 - L'abisso

Andare verso il duomo, verso il Giano in basso a destra: ormai quasi un rito.

Prima di incontrare la ragazza, era arrivato alla piazza del Duomo nello stesso modo che ormai ripeteva da tempo; si avvicinava, quasi con rabbia, a passi veloci, quasi correndo, a quel Giano così spudoratamente mostrato.

Già dalla Piazza delle Erbe, davanti al municipio, il pensiero cominciava ad andare ai marmi; voltava dalla piazzetta del Miracolo di Torino - piazza Corpus Domini - in via porta Palatina, poi in piazzetta IV marzo, camminava veloce nello spiazzo dolce di tigli a fianco dei tavolini, dei passanti, degli alberi, e già aveva lo sguardo fisso ai marmi bianchi, alle forme dolci del duomo nuovo.

L'occhio agganciato come da un filo d'acciaio ai marmi, procedeva come un automa, scartando persone o auto che si mettessero tra lui e le pietre e ad ogni metro, ad ogni passo, crescevano le domande; ogni giorno passato invece di chiarirle le rendeva più importanti e spingeva le risposte più lontano; era diventato un vortice, una dipendenza.

Ancora qualche passo, sempre più veloce.

Su per le scale, quasi di corsa.

E poi lì di fronte a lui a ripetere quel gesto: la mano su Giano, a coprire con il palmo gli occhi dei due volti; il pollice sul viso di sinistra le altre dita a coprire quello di destra. Da sempre sentiva che quello era il modo di guidare quell'astronave di marmo, di averne il controllo.

Il contatto con la pietra gli dava, finalmente, sollievo; non aveva la soluzione, ma sentiva di farne parte.

Riposo.

Non erano tutti i marmi della facciata ad attrarlo; di molti sapeva più o meno tutto.

Il mistero restava sui fregi esterni delle due porte laterali; quelli erano un rebus, studiato più volte.

Quante volte aveva cercato un indizio, un nome, un volto, qualcosa di umano che lo riconducesse all'intelligenza che aveva tracciato quei segni.

Aveva ormai passato la fase in cui pensava che quei marmi fossero l'oggetto del suo studio; gli era ormai chiaro che i marmi lo stavano studiando, era lui l'oggetto della loro attenzione.

Lo stavano cambiando in modo da farlo diventare lui stesso soluzione dell'enigma; loro ponevano la domanda a cui il suo essere vivo era risposta. Stava impazzendo di domande, stava dissolvendo la sua mente in quel mistero che prometteva di ricostruirla a nuova vita, che gli sussurrava lasciati andare, dissolviti, impazzisci; più lo farai e più potrai sapere, più potrai avere.

"E' solo dal tuo dissolvimento" - pensava - "che troverai la chiave, il mercurio filosofico, l'acqua permanens, l'agente per ricostruirti; e non ti sarà facile".

Alcuni visi scolpiti esprimevano lo spaventoso orrore a cui si dà in pasto chi li interroga; ma è dal buio del dissolvimento della propria mente che si può superare lo stato ed innalzarsi a nuova vita.

Un viso in particolare lo atterriva; era sul portale di sinistra ed esprimeva un terrore disperato ed ininnominabile; gli ricordava qualcosa, aveva una certa potenza su di lui, come se appartenesse al suo passato o, forse, al suo futuro; in ogni caso lo sentiva collegato con sè stesso per motivi ignoti. Percepiva che l'affondare in quell'orrore era un passo necessario per arrivare alla felicità che gli corrisponde.

Solve et coagula, il motto dell'alchimia.

L'albero della conoscenza del bene e del male.

Gli estremi che si toccano, la coniunctio oppositorum, le nozze chimiche, l'enantiodromia.

A volte semplicemente pensava che tutto ciò non fosse sopportabile e, quindi, non andava sopportato; trovava modi per distrarsi e per non pensarci, a volte anche per lunghi periodi.

Ma la vita obbliga a pensare; le cose accadono, e ci si chiede il motivo; ed ogni volta che il pensiero cadeva sulle domande importanti, i marmi tornavano e l'abisso ricominciava a prendere forma.

Che fosse questa la nigredo, l'opera al nero, la prima fase dell'opus alchemica? Questo macerarsi, questo piombo così scuro? Questo rimestare nel basso fango delle domande irrisolte e pesanti picchiandosi con la logica, la forza di Saturno, pianeta del piombo, quella forza che obbliga al confronto con la realtà, alla durezza dei nodi che sempre tornano al pettine? Aveva letto di questa fase e di quanto dura: a volte la vita intera. Quando guardava allo specchio i tratti del proprio volto si chiedeva quanto ci avesse lavorato sopra Saturno e concludeva che sì, ci aveva lavorato parecchio.

E, santo cielo, quanto ci sapeva fare.

I marmi lo provocavano, quasi sfrontatamente: vediamo quanto coraggio hai, quanto sai lasciarti andare, quanto sai perdere ragione, quanto sai fidarti.

Ne immaginava le parole: "Vediamo, prete, o qualsiasi essere tu sia, qual è la tua fede; vediamo quant'è in grado di sostenerti."

Per quella che era la sua esperienza la sensazione era molto simile all'uso di droghe, con la differenza che il lasciarsi andare ai marmi implicava un cambiamento duraturo; l'effetto non passava, semplicemente lo cambiava. Non sapeva dire se in meglio o in peggio; lo scavava di più, lo costringeva ad ammettere ciò che prima era inammissibile perdendo la protezione delle proprie conoscenze ed avendone in premio di nuove. Era come vivere senza pelle, eccessivamente sensibile ad ogni piccolo evento esterno.

Ricordava la prima volta in cui successe: poco lontano da lì ed in un'altra chiesa, la Consolata.

C'era, nella sacrestia, luogo pieno di demoni, un fonte battesimale con avvolto un diavolo alla base; curioso, pensò la prima volta che la vide.

Strano, pensò la seconda.

La terza volta, la bestia lo morse; o meglio lo costrinse per un attimo a vivere senza pelle. La sensazione era esattamente quella descritta da alcuni dei volti scolpiti nei marmi del duomo.

Il battistero e il diavolo; che ci può essere di più distante? Eppure lui restò nudo a contemplare la danza di questi amanti, accecato da tanto bagliore, sconvolto dalla forza che li respinge e li lega, annullandosi in essa.

Gli tornò in mente il rituale della 'benedictio fontis' con la preghiera di separazione dei sessi e dei tempi per rinascere d'una infanzia nuova.

Uscito dalla Consolata, seduto ai tavolini dei locali di fronte, ripensando a quanto aveva vissuto e ai pensieri più bui, scrisse su un tovagliolo:

Dentro di te

nel tuo santuario

s'aggirano pensieri segreti

Li hai conosciuti, li hai vinti, la luce splende fuori e intorno a te

ma nelle scure stanze, tra i marmi delle sacrestie del cuore

proprio attorno al fonte battesimale,

cuore dei tuoi giorni,

sole del tuo sorriso,

attorciglia la coda lucida e bellissima

la bestia

Alzi gli occhi a fuggir paure,

cerchi un angelo che ti difenda

hai pregato, l'hai cercato, l'hai voluto

oggi che è qui con te

un po' ti stupisci

di vederlo

con torbidi occhi d'amante

danzare

con la bestia meravigliata

nel vortice

si sovrappongono

non sai più chi sei

non sai più chi vuoi

perdi ragione

diventi

danza.

Diventi danza.

Allora non immaginava perchè l'avesse scritto, ora lo sapeva. Di fronte all'unione degli opposti ci si annulla in loro, si diventa danza, ed era quello che i marmi chiedevano: annullati in noi, diventa la nostra danza.

Schiarazula Marazula, la vecchia storiella, "il giro di una danza e poi un'altra ancora e tu del tempo non sei più signora", una danza in cui anche la morte è compagna di ballo; va tenuta in considerazione.

Ancora una volta le spirali torbide di pensieri: il maschio e la femmina, l'androgino, gli opposti scatenati, secondo religione, dal Maligno. Lo sentiva sussurrargli di avvicinarsi, di assaggiare il frutto della conoscenza del bene e del male, la prima di tutte le divisioni, la madre di tutto l'esistente.

Sentiva forte la necessità di tornare ad un stadio primordiale, prima delle divisioni; fu quasi automatico tornarre davanti al Duomo perchè, pensava, se c'è una risposta è lì.

Testa china.

Mano su Giano, a guidare il duomo.

I polpastrelli a sfiorare la pietra ruvida,la mente a interrogare.

Pietra di Chianocco, pensava, ha attraversato la Dora su barconi per arrivare qui; in quegli anni di fine secolo, una decina d'anni prima dello scoccare del 1500, s'era aspettata la primavera perchè ci fosse abbastanza portata d'acqua, s'era costruita una zattera apposta e due vie laterali perchè i cavalli potessero trainare o frenare la zattera.

Alzò gli occhi, incontrò la propria mano a coprire Giano; e appena sotto vide il vaso che inizia la candelora, guardò le decorazioni del calice ed esclamò sorpreso sottovoce.. Sandrino!

Sandrino di Giovanni faceva parte dei maestri comacini. La storia si perde dietro questa denominazione; si può risalire ai primi secoli dopo Cristo, intrecciare la loro storia con i templari e i massoni, fatto sta che i maestri comacini hanno costruito la storia dell'arte; le più grandi cattedrali d'Europa sono uscite dai loro scalpelli. Probabilmente c'era anche Sandrino nel gruppo degli otto scalpellini che a Roma avevano ricevuto l'incarico di andare a Torino per occuparsi dei marmi del duomo nuovo e, in seguito, scolpirne alcuni. Avevano ricevuto l'incarico direttamente dal cardinale della Rovere che era consigliere personale di papa Sisto IV e che collaborava attivamente alla costruzione dei palazzi della Roma rinascimentale.

Avevano avuto in affitto una mula, con spese di mantenimento puntualmente rendicontate, e avevano fatto il viaggio da Roma a Torino in dieci giorni. Quindi hanno visitato le cave di Saluzzo, senza trovare materiale utile; la visita invece in val di Susa risultò fruttuosa, e si decise di usare quel marmo.

Dai libri contabili, si capisce che vennero pagati a parte; a quanto pare molto di più delle altre maestranze. Di chi sia il progetto dei marmi, è un mistero più fitto di quello che avvolge la questione su chi sia il progettista del duomo intero.

Il mistero sul progettista, per l'uomo appoggiato ai marmi, rimaneva irrisolto; Meo del Caprina, Baccio Pontelli o chissà chi altro: il primo era certamente l'impresario che seguì il cantiere (la 'fabbrica') del Duomo, incaricato dal cardinale Domenico della Rovere da Vinovo, che di soldi ne aveva, tanti, per un caso fortuito; si trovava infatti ad essere nobile ed avere lo stesso cognome, una omonimia, di quello del savonese che sarebbe diventato papa Sisto IV; forse per acquisire una impressione di maggiore nobiltà volle avere come consigliere personale proprio Domenico della Rovere, regalandogli rendite da diverse parti e, tra l'altro, rendendolo vescovo di Torino, arcivescovo di Tarantasia e cardinale dell'ordine di san Vitale e, dopo, di San Clemente. Per questo sul duomo campeggia per tre volte il suo nome accompagnato dall'ordine; DO.RVVERE.S.CLE, Domenico della Rovere dell'Ordine di San Clemente.

Perchè scriverlo?

Perchè metterci anche l'ordine?

Perchè tre volte?

Perchè in modo così evidente?

Perchè - e questo pochi lo sapevano - nei marmi del portale di sinistra appare lo stesso nome tre volte, a tre livelli diversi in corrispondenza di quelle che sembrano tre diverse fasi? Queste domande, da troppo tempo, gonfiavano la mancanza di risposte che lo assillava.

Era certo però che le due acquasantiere fossero commissionate proprio a Sandrino di Giovanni; bastava guardarle per notare che il rilievo è lo stesso di quello del vaso della candelora sotto Giano, e proprio per questo ci fu quell'esclamazione 'Sandrino!', perchè prima non gli era stato chiaro, ed ora era propenso ad attribuire tutta l'opera dei marmi proprio a lui e ai maestri Comacini.

Ma, come al solito, ogni risposta apriva un mare di domande; già sapeva che il piccolo balsamo di aver intuito una risposta l'avrebbe fatto sprofondare di più nell'abisso.

Aveva studiato quelle acquasantiere, ed in particolare l'ornamento più alto, uno strano intreccio di pesci con il becco.

Qualcosa che oggi nessuno inserirebbe su una acquasantiera!

Ritornò alle considerazioni di allora, rileggendo dagli appunti:

L'acquasantiera, a sentire le guide del museo annesso al Duomo, è più o meno di quel periodo, 1500; periodo che ha ereditato dal medioevo la simbologia zoomorfa e quella alchemica, doviziosamente rappresentata sui marmi esterni del Duomo.

Ad oggi le uniche spiegazioni che abbiano (per me) qualche senso di queste iconografie zoomorfe sono quelle che legano l'alchimia con la psicologia del profondo; Jung, Mircea Eliade, von Franz, Hillmann tra gli autori che ne hanno trattato.

Il fatto che una autorità religiosa abbia autorizzato, anzi, commissionato, opere di questo tipo può indurci a capire quanto fosse diffusa al tempo la cultura in oggetto; oggi sicuramente nessuna autorità religiosa approverebbe simili rappresentazioni, oggi quella cultura è sparita.

Ogni rappresentazione animale significa istinti, parti dell'inconscio che vengono in qualche modo a galla.

Ciò che è relativo all'acqua, in particolare, è relativo al 'mare' dell'inconscio, mentre ciò che va verso l'alto, il volatile, rappresenta lo spirituale

Mettere insieme caratteristiche zoomorfe come il corpo di pesce ed il becco di uccello vuole unire l'animalità più inconscia, istintiva e profonda con il pensiero più elevato e spirituale; è la rappresentazione di una sublimazione dall'animale/istinto verso lo spirituale/eccelso.

Ben ci sta su una acquasantiera; l'acqua benedetta consente al 'volgo' becero ed istintivo di elevarsi verso i più alti stadi spirituali, è strumento del rito.

In aggiunta, il becco è ornato di denti: raro nel mondo animale, è simbolo di aggressività, di forza, di potenza; l'acqua santa viene usata spesso dagli esorcisti per liberare le persone dai demoni ed è per questo chiamata anche acqua esorcizzata.

Così la timida e accogliente acqua tramite la sua benedizione diventa forza potente che eleva l'animo alle vette dello spirito; la mano, le dita che la raccolgono e segnano la croce sul corpo diventano strumenti del rito, simbolo di potenza sovrumana che eleva l'uomo grazie al compimento del gesto.

Ma il pensiero dell'acquasantiera lo riportò a quella della Consolata, e alla bestia avvinghiata sotto di lei, e alla distanza tra l'acqua santa e il diavolo, visti come opposti: l'una scaccia l'altro, la fonte del bene scaccia il male.

Allo stesso contrasto del Giano bifronte: giovane e vecchio, passato e futuro, gli opposti che si incontrano; uno positivo e forte, l'altro negativo e maligno.

Il negativo, il male, il peccato; quanta parte avevano avuto nella sua vita. Appoggiò la fronte al palmo ancora aderente al marmo, fresco di pietra.

Fu solo allora che vide di sottecchi la ragazza, lì dietro di lui.

Probabilmente lo stava guardando da qualche minuto, e si imbarazzò un po'.

In lei era sparita quella traccia di sofferenza che prima aveva notato, osservandola sulla panchina.

"Ehi, noi ci conosciamo" gli disse con un sorriso.

Lui la guardò, il cuore voleva rispondere "non sai da quanto", ma si limitò a farle un sorriso.

Si appuntò nella mente che non poteva lasciarla all'oscuro di tutto.

Prima o poi le avrebbe parlato.

Prima che fosse troppo tardi.

"Ciao", le disse.

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i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

4 - porte aperte

Anche quella volta, quindi, salì le scale di corsa.

Come al solito lo fece dall'angolo sud della scalinata, quello verso via Garibaldi; in questo modo poteva gettare un'occhiata veloce alla meridiana astrologica (era ancora lì? chi l'aveva inserita? perchè?), arrivare alla porta in cornu epistolae e sfiorare con la mano Crono, o Ermete, o chiunque fosse. Appoggiare la mano su quel marmo freddo gli dava paradossalmente un forte calore; gli sembrava in qualche modo di poter comandare l'intera astronave del Duomo con quel gesto, come se tutta la costruzione fosse in grado di librarsi potente nello spazio e quel Crono scolpito nel marmo fosse una specie di joystick per manovrarla.

Così stava per qualche secondo, a testa bassa; da qualche anno non poteva, non voleva, evitare quel gesto, entrando. Non sapeva bene perchè lo facesse, sentiva di venire richiamato dai marmi a farlo.

Gli piaceva chiamare quella porta nel modo antico, appunto la porta in cornu epistolae, come aveva letto nei libri sul Duomo; in tutte le chiese un tempo le lettere degli apostoli venivano lette, guardando l'altare, a destra, mentre il Vangelo a sinistra; così una navata era chiamata in cornu epistolae, l'altra in cornu evangelii.

Per lui ogni ingresso al Duomo era diventato rito, uno studio nuovo; per questo ripercorreva i giusti passi, entrando da destra e uscendo da sinistra, e, con lo sguardo, partendo dal basso, salendo, e ritornando in basso per uscire.

Nel rito di entrata con la mano su Crono, quegli occhi chini lo riposavano segretamente, lo avviavano ad una esperienza nuova di navigazione con quell'astronave di marmo; non poteva fare a meno di pensare alle chiese romaniche e ai leoni che venivano messi all'ingresso; i guardiani di soglia che dovevano far capire a chi entrava quanto dovesse stare attento ad attraversare la porta che marcava una diversità tra un esterno umano ed un interno tanto divino quanto interiore, bestie feroci in grado di sbranare l'anima di chi non chinasse il capo di fronte al Tempio, di chi non rispettasse la sacralità del luogo.

Leoni sempre in coppia, a simboleggiare la polarità e la tensione tra i poli; ricordava quelli scolpiti nel granito della Sacra di San Michele, raffigurati con le code intrecciate proprio a significare il legame che unisce gli opposti.

Quella volta sentì più forte questa sensazione, e più forte immaginò il ruggito del leone. Il temporale che cominciava ad annunciarsi con luci cupe e rombi lontani lo convinse che ciò che stava sentendo fossero tuoni e non ruggiti; ma presto rise della sua assurda continua ricerca di ragioni, da tempo ormai sapeva che non era più quella dea a comandare nella sua mente.

Non era più la logica, la ragione, il logos a comandare in lui; c'era voluto tempo e sofferenza, ma aveva ormai detronizzato quel modo di pensare ed aveva lasciato spazio all'emozione irragionevole, a lasciarsi andare a ciò che non aveva logiche ma risuonava caldo nel cuore. Questo l'aveva portato lontano, forse troppo lontano dal mondo in cui da millenni il logos, la ragione, l'intelletto, il maschio patriarca sono a fondamento della società.

Lasciandosi andare era tornato più vicino all'uomo primordiale, più vicino al cuore sanguinante e meno alla mente raziocinante; vedeva con pena gli ultimi due secoli dominati dalla pretesa totalizzante della scienza.

Il percorso era stato lungo e doloroso, la sua vita spezzata in parti; ognuna ferita, ognuna lacerata.

Acutissimo un dolore gli fiaccò i pensieri.

Il Chiostro del Paradiso... la Sapienza! la Sapienza doveva essere lì, dove ora c'è una piazzetta, a fianco del Duomo:, il Chiostro appena dietro. O viceversa, chissà.

Il Chiostro del Paradiso era il luogo dove cinque secoli prima il Vescovo teneva tutti i beni, alimentari e non; anche la Sapienza era un luogo fisico, prima che costruissero il Duomo Nuovo; un luogo che aveva finestre grandi con vetri veri.

Ancora con la testa china pensava... Santo cielo, tutti quei libri. Quello spazio sacro. Quei pensieri così profondi... e così torbidi, e così vietati.

A volte lampi di pensiero come sogni gli attraversavano la mente; impossibile tacitarli, impossibile ricordarli esattamente dopo; rimaneva tra le mani l'impalpabile essenza del sogno del quale si ricorda qualche particolare molto bene ed il resto un po' piu labilmente, poi anche i particolari svaniscono e si rimane orfani del sogno, si raccoglie solo la struggente nostalgia di qualcosa che non si ricorda ma che è ancora così forte, così dolce.

In questi lampi, che ora si confondevano con quelli del temporale, rivedeva la Sapienza, i grandi tavoli per scrivere.

Risentiva rinascere quella sera, l'ambiente rischiarato da torce, la notte e la sua presenza.

Lei.

Raccogliendo i pensieri, socchiudendo appena gli occhi, respirando piano l'aria poteva sentirne il profumo, vedere splendere lo sguardo incrociando il suo con il sorriso impaurito e felice di chi ha deciso; sentiva il preciso istante in cui lei aveva cominciato ad alzare il braccio sinistro e non sapeva distinguerlo da quando lo aveva alzato lui e come in sogno vedeva le due mani sinistre avvicinarsi l'una all'altra per stringersi ed iniziare il rito.

L'immagine sparì subito dalla mente.

Come al solito, queste visioni avevano una intensità da togliergi il fiato ed una durata limitata, lo lasciavano felice per quanto aveva ricevuto, spossato e con il cuore impazzito per quanto erano state intense e quasi adirato perchè gli erano state tolte così in fretta.

Chi sei, chi sei, si chiedeva; chi sei tu che decidi di me, che mi mandi queste visioni, che controlli le mie profondità.

Perchè a me? Perchè farmi soffrire così perchè mi manca qualcosa che non conosco, perchè farmi felice per qualcosa che non ho? Se è l'aldilà la soluzione, bene, se è la morte la risposta allora, morte, vieni, mi ci butto vestito.

E chi è lei, chi è quella donna? Perchè quello sguardo mi trafigge? Perchè la paura e la felicità che vedo nei suoi occhi le sento così mie? Perchè mi dà la mano sinistra, perchè gliela do?

Qualche gocciolone d'acqua cadeva, spesso e forte, trafiggendo l'estate calda; l'odore di pioggia saliva dai marmi che iniziavano a bagnarsi e il prete lasciò il comando dell'astronave di pietra ed entrò nella porta in cornu epistolae.

Portava l'abito talare; non era necessario farlo ma in qualche modo gli piaceva. Soddisfava in parte il suo ben nascosto bisogno di eccentricità e funzionava da scudo; teneva lontane le persone, che preferivano non rivolgergli la parola.

Quell'abito incuteva quache timore; era una buona corazza.

Così, nel Duomo, poteva tranquillamente muoversi senza essere notato.

Si sedette in uno dei primi banchi al fondo; forse il terzo, o il quarto. Lasciò vagare lo sguardo nell'ampio ordine di colonne rinascimentali; guardò fissa quella dietro la quale c'era la lapide di una bimba morta che aveva più di mille anni.

Mille anni. Ed era lì.

Dal 523, per esattezza; quindi, millecinquecento anni.

Pensò a quando c'era il tetto in legno, a quanto avessero fatto bene a rimuoverlo, all'inizio del '900. Lo sguardo fece il giro del duomo fino a girarsi sulla controfacciata dove qualcosa lo stava aspettando.

Di nuovo: marmi, questa volta rivolti all'interno; quel san Michele con quella corazza disegnata fine, così altero, gioioso, elegante... l'incavo per l'asta, dal piede alla mano.

Quel padreterno, con i capelli così belli! I due vescovi Romagnano.... uno somigliava molto ad un suo amico!

Tutti elementi inseriti in controfacciata e risalenti a prima della costruzione del Duomo.

Poi a destra, in cornu evangelii, quello che era il suo pezzo preferito; la lastra tombale del vescovo Ursicino, anno 600 circa.

Millequattrocento anni in quella lastra di marmo.

Un simbolo semplice: un cerchio con dentro il crisma (P e X, iniziali di Cristo in greco e di un mucchio di altre cose) e l'alfa e l'omega, io sono l'inizio e la fine del mondo.

Cos'altro c'è da dire, che altro si può dire, oltre questo?

La domanda gli risuonava in testa; cos'altro può essere detto di più grande, di più importante? Nulla, si rispose, nulla.

Girandosi verso la controfacciata, s'era messo seduto in direzione contraria rispetto ai banchi; poco alla volta le gambe avevano fatto il giro ed ora tutto il corpo era rivolto all'indietro rispetto alla chiesa, spalle all'altare.

Non se n'era accorto; lo sguardo perso verso i marmi, la schiena diritta, le mani appena appoggiate sulle gambe. A tratti infantile, a tratti ieratico; chi lo guardava lo percepiva totalmente perso nell'oggetto dello sguardo, che si alzò.

Si alzò a guardare l'ultima cena; grande quadro appeso in controfacciata, opera del vercellese Luigi Cagna, copia dell'ultima cena di Leonardo; una delle più belle copie ad oggi conservate.

Gli occhi subito a cercare Giovanni: l'aquila, lo spirito, il pensiero, l'aria, l'evangelista che gli era più vicino, il suo preferito.

In tutti i quadri dei due secoli anteriori Giovanni era dipinto in grembo a Gesù, addormentato; quasi sempre imberbe e con tratti femminei.

Anche in questo caso i tratti erano sicuramente di donna.

Non pensò alle congetture che vogliono che fosse la Maddalena, piuttosto che Maria, o un casto verginello, o alle costruzioni di un romanziere che pure stimava per averne parlato al grande pubblico; ormai aveva passato troppo tempo a frequentare questi pensieri da farli diventare sterili.

Pensò che comunque non può esistere un dipinto totale se non esiste un elemento femminile; che il logos da solo non può definire il mondo se non ha l'eros, l'emozione, il sentimento; che uno deve cercare l'altro, per essere completi.

"Avrei bisogno di parlarle!"

Non si era accorto che una donna si era seduta vicino a lui.

Quarant'anni circa, eleganza soffusa ricercata nei dettagli. Tailleur, tacchi bassi. Guanti - d'estate! - fini, traforati, leggeri, color carne.

Capelli raccolti, orecchini minimi, collana finissima con un piccolo oggetto, forse una croce ansata, non si distingueva.

La situazione era strana. Lui seduto in una direzione, lei nell'altra, a distanza di poche decine di centimetri; lui aveva indugiato forse troppo ad osservarla; un prete...

Pioggia, fuori, rumore di tuoni. Il bagliore di qualche lampo dalle alte finestre.

La guardò con uno sguardo interrogativo, non disse nulla.

"Vorrei confessarmi."

Il gioco si faceva pesante. Come comportarsi? Non era un prete, non poteva confessarla. Avrebbe voluto parlare con quella donna ma tirando fuori la voce più bassa e lontana a disposizione le disse che c'erano altri sacerdoti disponibili nei confessionali, che lui in quel momento non avrebbe potuto confessarla.

"In realtà sono entrata per ripararmi dal temporale, non pensavo a confessarmi."

"Poi ho visto il suo sguardo perso nell'aria, qualcosa che ho già visto in qualche mio paziente, qualcosa che adoro."

Quella donna aveva posto l'attenzione su di lui, l'aveva guardato, aveva fatto pensieri su di lui. La pensò mentre lo guardava, interrogandosi su che espressione potesse avere sia lui che lei, mentre lo stava guardando. Immaginò i suoi tacchi ticchettare sui marmi discretamente mentre lo stava guardando, i suoi piccoli orecchini dondolare ai suoi passi, la sua gonna ondeggiare ad ogni incedere, strisciare sui fianchi, i suoi occhi posarsi su di lui, la mente decidere di sedergli accanto.

Aveva aperto troppe porte, quella donna, e lui era ormai stanco di troppe battaglie per volerle chiudere tutte. Così ne lasciò una aperta, dicendole se vuole cominci a parlare, poi se sarà il caso trasformeremo tutto in confessione, altrimenti sarà solo una chiacchiera tra due persone.

Lei sorrise.

Lui percepì ancora la stranezza della posizione in cui erano; non c'era quasi nessuno e, del resto, chissene importa.

La pioggia cullava i loro occhi.

Così lei parlò al prete; aveva accennato ai pazienti perchè era psicologa e si occupava di stati alterati di coscienza, di quei momenti cioè in cui il timoniere principale della nostra psiche perde il controllo e lascia che siano i sottoufficiali a comandare la barca.

Il prete era interessato a quanto stava dicendo; le sue spiegazioni corrispondevano a qualcosa di conosciuto sia sotto l'aspetto psicologico che sotto quello della mitologia; ciò che lo stupiva era la profondità della conoscenza di quella donna non tanto dal punto di vista teorico, quanto dagli esempi da casi umani che gli riportava; sembrava avesse avuto esperienze molto forti con i suoi pazienti. Sembrava fosse riuscita a catturare l'essenza del loro problema, a portarlo alla luce ed evidenziarlo; e ne parlava in modo gioioso. Aveva conosciuto parecchi psicologi, ma in nessuno aveva riscontrato questo atteggiamento di felice scoperta degli aspetti più nascosti dei loro pazienti.

Si stava perdendo, stava subendo in qualche modo quella donna. Era già successo in passato, e voleva evitare che si ripetesse; quindi le chiese espressamente di ricondurre tutto al motivo per cui voleva confessarsi.

"Io guarisco le persone."

Beh, questo non è certo un peccato da confessare, pensò; e lo pensò così forte che arrivò direttamente a lei dall'espressione del viso; lei capì e rise un poco.

"Io faccio del male alle persone. Per questo voglio confessarmi."

Il prete capì che la situazione poteva diventare insostenibile; forse capiva, forse no, in ogni caso una persona che coscientemente fa del male vive nel peccato e ha bisogno di qualcuno che gli risolva un problema morale e lui in questo non ci voleva entrare; se quella donna voleva confessarsi doveva rivolgersi a chi la trattasse come penitente e la potesse assolvere dal male fatto.

"Io non posso assolverti dai tuoi peccati."

"Perchè?"

"Perchè non sono un prete."

"Anch'io non sono una psicologa."

San Giovanni, dall'alto, sembrava ridesse.

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i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

5 - et ne nos inducas in tentationem

Lo guardava negli occhi, Maretti Francesco.

I compagni di scuola lo chiamavano Ciccino, ma lui era il professore e non poteva farlo, non poteva chiamarlo così; anche se avrebbe voluto.

Lo guardava negli occhi mentre tratteneva il respiro tra una parola e l'altra, nella pausa immensa e dolce tra 'madre' e 'figlia'.

Sapeva che quegli occhi lo stavano trapassando da parte a parte, che quella innocenza da giovane anima diciottenne pendeva dalle sue labbra; sapeva di aver colpito in pieno.

Sapeva fare il suo mestiere.

Maretti Francesco, detto Ciccino, era bravino a calcio, e bravino a scuola; media del sette, qualche cinque, qualche otto.

Maretti Francesco, detto Ciccino, a volte s'illuminava nelle lezioni di lettere ed era difficile continuare ad insegnare con quegli occhi appesi alle proprie labbra.

Il professore lo sapeva bene; il pensiero che s'insinuava era "passi anni a cercare di appassionare i ragazzi e quando ci riesci... ti si ritorce contro: l'onda di rispetto e ammirazione per quello che insegni ti sommerge, e puoi non essere in grado di sopportare tanto rispetto, tanta riverenza, tanta attesa per ciò che stai dicendo. Devi essere forte, preparato, pronto, ricettivo."

Ma stava insegnando Dante; aveva le spalle coperte dalla forza del poeta.

Così in quella frazione di tempo tra 'vergine madre' e 'figlia del tuo figlio', mentre aveva gli occhi agganciati con quelli di Maretti Francesco, detto Ciccino, gli tornò in mente il mantra della sera prima: 'non lo devo fare'.

Non lo devo fare non lo devo fare non lo devo fare.

L'aveva pensato tutta la sera, preparandosi alla lezione per il giorno dopo. E ancora la notte, rigirandosi tra sonno e sogni.

Studenti dell'ultimo anno, preparazione alla maturità, i canti del Paradiso della 'divina', Canto XXXIII. Fuori, primavera di maggio.

Propio il canto di Bernardo, Bernardo di Chiaravalle, tanto cercato nei pensieri, tanto cercato nelle opere: una vita in giro per l'Italia e la Francia a cercarne testimonianze.

Lui, quello che Dante chiama 'un sene', un vecchio, un anziano, un senescente, 'vestito con le genti glorïose', un sene che, dice Dante "m'accennava, e sorridea".

Ancora in quella frazione di tempo, il maturo professore perso negli occhi di Maretti Francesco detto Ciccino sentì deformarsi i tratti del viso in un desueto sorriso provando un dolore dolce, immaginandosi negli occhi del suo allievo come 'sene' che in quel momento "accennava, e sorridea"; un corto circuito di emozioni.

Poi un battito d'occhi, uno sguardo a tutta la classe, per riprenderne il controllo.

Occhi.

Occhi di diciottenni.

Occhi di maschi, occhi di femmine.

Ma quanto può durare quest'attimo, pensò padre Kruegg.

Occhi di ragazzi che erano stati portati fin dal suono della campanella di cambio d'ora, fin dall'ingresso del professore in aula, fin dalla compilazione del registro, erano stati portati a capire che sarebbe stata una lezione diversa.

Lo capivano, a volte, che il loro professore quasi stava male dallo spasimo di voler spiegare loro tutto, di poter essere chiaro, di non perdere neanche un secondo per significare la gloria di ciò che stava spiegando; e questa era una di quelle lezioni. Li percorreva una specie di brivido collettivo, era come se tutti si tenessero per mano per farsi forza a sentire cosa questo 'sene' aveva da dir loro.

Quanto può durare, si ripetè. Da quanto tempo vivo quest'attimo sospeso? Giungeva lontano un brusio da altre aule, il suono leggero della brezza della primavera fuori dalle finestre.

Bernardo. Che parla alla Madonna. Alla femmina.

Il pensiero fisso diventò 'non devo piangere', 'non capirebbero'.

A volte, da solo, quando si lasciava andare a questi pensieri piangeva come un bambino; la leggerezza e la serenità del 'sene' felice verso la gioia pura della femmina che lo completa. Che altro può esistere al mondo di più puro?

Quindi, si riprese inspirando, più forte.

E fu proprio espirando, in quel momento, che decise "lo farò anche quest'anno".

Se lo appuntò bene in testa.

Ripresosi, ora più sicuro, sapendo che avrebbe raggiunto l'obbiettivo di trasmettere ai ragazzi ciò che voleva, tranquillo grazie alla potenza immensa in forma di endecasillabi, ricominciò e riprese recitando la prima terzina.

"vergine madre, figlia del tuo figlio,

umile e alta più che creatura,

termine fisso d'etterno consiglio"

Gli fu immediatamente chiaro che i ragazzi avevano capito tutto.

Non ci sarebbe stato bisogno della spiegazione, che pure avrebbe portato avanti di lì a poco.

Ormai i ragazzi erano marchiati a fuoco da quella terzina, da quel momento; percepì chiaramente, per dirla con Mircea Eliade, che erano usciti dal tempo profano per entrare nel tempo sacro; per un attimo era diventato sacerdote - vero - e aveva prodotto un momento unico nel quale la sua persona era al crocevia di energie, era diventata veicolo e snodo di potenze superiori alle proprie capacità.

Affrontò le altre terzine: ormai la classe viaggiava su un altopiano, l'atmosfera era dolce e rarefatta, si era creata la situazione ottimale: studenti felici di conoscere, docente felice di darsi.

Per questo quando lo fece, anche quest'anno, nessuno obiettò; anzi, i ragazzi lo trovarono giusto e molti, in cuor loro, già avevano deciso di farlo.

Quando lo disse: "vorrei che imparaste queste terzine a memoria" gli sembrò veramente stupido aver pensato che non avrebbe dovuto farlo.

Eppure.

Eppure il preside aveva insistito, ricordava le sue parole 'padre Kruegg, è vero, ha ragione, tutti abbiamo studiato così; ma per il bene della nostra scuola, per quest'anno, forse è meglio che non lo faccia, che non obblighi i ragazzi a studiare a memoria".

La facoltosa famiglia di una studentessa bocciata l'anno precedente aveva fatto ricorso contro la bocciatura, vincendolo; la famiglia aveva un buon avvocato e la scuola fu costretta a versare un sacco di soldi per i danni che la scuola avrebbe procurato facendo perdere un anno alla rampolla di famiglia. Tra le motivazioni con cui era stata vinta la causa, figuravano questi metodi anacronistici e vessatori con cui venivano tenute le lezioni del professor Kruegg, costringendo i poveri ragazzi ad imparare a memoria astruse vecchie poesie a pena della bocciatura.

La campanella segnò la fine dell'ora e l'inizio dell'intervallo; i ragazzi uscirono ed infine anche lui uscì verso la sala professori, con un segreto sorriso e tenendo tra le braccia stretto il registro, come se potesse abbracciare tutti i suoi allievi con quel gesto.

I colleghi avevano rispetto di quell'altero docente e lo trattavano con deferenza; per questo quando il collega di matematica gli disse 'ho visto il preside, vuole parlarti' lo disse con un po' di timore, come un ragazzo timido che notifica una possibile punizione ad un compagno di banco più forte di lui.

"Com'è possibile che già l'abbia saputo" - pensò padre Kruegg. Avrà messo qualcuno a sentire fuori dalla classe... ma avrebbe dovuto sapere che oggi affrontavo quel canto... non è possibile.

Il preside era un sacerdote; un ometto magro, di media statura e dai piccoli occhi neri, che si fregava spesso le mani mentre parlava; attento ai conti, all'amministrazione, sorrideva poco e in modo distante; subiva la propria funzione piuttosto che viverla appieno, ma in quel ruolo si sentiva investito di una importanza che gli dava qualche temporanea soddisfazione, e per questo volentieri ubbidiva ai superiori che gli avevano chiesto di coprire quell'incarco.

"Si sieda, padre Krueger, si sieda."

Il professore pensò tagliamo corto, facciamola finita. Disse "non si preoccupi, tornerò in classe al più presto, oggi stesso se vuole, e dirò che non c'è nulla di obbligatorio, non c'è nulla da studiare a memoria, mi ero sbagliato."

Il professore osservò la strana reazione del preside: che non parlò, ma che continuava ad osservarlo attentamente.

Vedeva un uomo in difficoltà, quell'ometto stava curiosando nella personalità di padre Kruegg; gli occhi erano improvvisamente diventati vispi, il segreto rispetto che aveva per un uomo di quella statura morale aveva moltiplicato la gioia di averlo colto in fallo. Lampi di soddisfazione brillavano nei piccoli occhi scuri non tanto per quanto era successo, ma per vedere quanto le proprie misere insoddisfazioni e vicende personali potessero dargli dolori simili a quelli che persone così forti potessero avere; si sentì soddisfatto di questo pensiero, anche se preoccupato dal seguito della discussione.

"Padre Kruegg, non era di questo che volevo parlare; c'è qualcosa di più grave."

Il professore si stupì e strabuzzò gli occhi. Qualcosa di più grave, interessante. Da parecchio le cose 'gravi' gli davano soddisfazione; finalmente qualcosa di forte di cui parlare per andare un pò oltre a queste baruffe chiozzotte sul mandare o meno a memoria brani - peraltro - eccelsi.

Fu quindi con un misto di sollievo, soddisfazione ed aspettativa che si mise ad ascoltare il preside.

"Lei sa che l'immagine della nostra scuola è stata messa duramente alla prova in passato; un'altro grave colpo e questa istituzione bicentenaria potrebbe dover chiudere. Per questo dobbiamo prestare molta attenzione a come ci comportiamo, come istituzione, come corpo docente, come singoli professori. Qualsiasi immagine negativa si ripercuoterebbe in modo definitivo sul numero di iscrizioni e ciò significherebbe il crollo."

Padre Kruegg annuì, ma il suo pensiero era alla ricerca della motivazione per cui gli venivano dette cose che conosceva benissimo; inoltre era proprio lui uno dei simboli pubblici più riconosciuti dell'integrità e del valore della scuola.

"Padre Kruegg, c'è qualcosa che vuole dirmi al proposito? ne sa qualcosa?"

Questa volta aggrottò le sopracciglia. Io? Dire qualcosa? Così disse qualche frase di supporto a quanto era stato detto, confermandolo.

"Padre Kruegg, è successo qualcosa che può mettere a repentaglio in modo grave l'immagine della nostra istituzione."

Che sarà successo, pensò il professore. Qualche anno prima una collega, palesemente esaurita, aveva fatto scenate in classe ed i gentori avevano tanto insistito con il preside per sostituirla; era stato proprio lui, padre Kruegg, a convincerla ad andarsene per essere sostituita. Così penso ad un caso simile: il preside gli stava parlando per chiedere aiuto.

"Lei è a conoscenza di fatti che possono ledere così fortemente la nostra scuola?"

"No, ecchediamine, ne avrei già parlato!" - pensò Krueger - Ma cos'è sto mistero, cosa mi vuole dire quest'uomo.

"Padre Krueger... non so come parlarle di cose che lei conosce bene, ma sulle quali evidentemente non vuole pronunciarsi - me ne dolgo, gliene parlerò apertamente.

Ecco vede... è arrivata una busta.. quasi anonima, diciamo, perchè pur essendo anonima abbiamo la quasi certezza del mittente, contenente un testo con delle accuse di comportamento sconveniente, accuse nei suoi confronti; è citato come professore di questa scuola e c'è la minaccia di rendere pubblica la notizia."

Comportamento sconveniente? Gli vennero in mente più episodi di comportamento sconveniente. Aveva ballato sui tavoli di una classe, per imitare e in certi casi irridere il film "l'attimo fuggente". Aveva indossato i tacchi a spillo, con l'abito talare, per partecipare ad una corsa sui tacchi organizzata dalle allieve dell'ultimo anno. Aveva disturbato parecchie omelie in Duomo con dei 'buuuhh'. Era rimasto chiuso di notte in qualche museo facendo scattare gli allarmi. Ma, insomma, gli sembravano tutti comportamenti dei quali si sarebbe potuto giustificare, difendere e, infine, esserne orgoglioso.

Per questo, conscio del fatto che comunque il colpevole sarebbe stato lui, pronto a dare battaglia, disse al preside chinando platealmente il capo e scherzando: "vostro onore, legga i capi d'accusa."

"Pedofilia".

Padre Kruegg non si mosse, per molti secondi.

L'impressione fu quella di una lama tagliente e ghiacciata che preme forte sul collo tra la spalla e la nuca. Gli sembrava di sentire il filo della lama sulle vertebre.

"Pedofilia".

Gli occhietti scuri del preside avevano acquistato una nuova vitalità; correvano ansimando dalla disperazione più cupa dovuta al cadere dell'istituzione che dirigeva alla felicità animale ed insensata di vedere in ginocchio una persona che aveva sempre collocato su un altare, derubricato a ruolo di uomo normale, con le stesse sue angosce e disperazioni.

La bocca era improvvisamente asciutta; voleva bere, ma non c'era acqua.

Un mal di testa in forma di ronzio oscillante ruotava tra le tempie.

Non si impose di ragionare; sapeva quanto fosse inutile in quei momenti. L'importante era ottenere il maggior numero di informazioni, in modo da poterle più tardi organizzare per una strategia di difesa e, eventualmente, di attacco. Lao Tze, l'arte della guerra; testo magistrale, pensò, per tutti gli uomini in difficoltà.

Per questo raccolse le forze, demandò la disperazione ad un periodo successivo, e chiese maggiori spiegazioni, sostenendo che sicuramenre l'errore sarebbe stato smascherato.

Che presto tutto sarebbe stato risolto.

Che l'immagine della scuola non avrebbe dovuto subire alcuna incrinatura.

Per colpa sua, poi!

Che anni di rigore e disciplina l'avevano formato a non poter commettere certi errori.

Che il complotto sarebbe stato smascherato, i colpevoli trovati, la scuola scagionata, la verità ristabilita; e tutta questa forza gli salì nello sguardo con il quale investì il preside.

Preside che fu quasi atterritto da quest'impeto inaspettato, quasi spazzato via dalla forza del vento che prorompeva dallo sguardo di quest'uomo.

Preside che quasi balbettando, ponendo il palmo della mano con le dita aperte sulla busta, si preparò a pronunciare la frase che avrebbe contrastato la tempesta che s'era scatenata; s'immaginò di essere un faro in mezzo alle onde enormi.

"Qui ci sono le foto."

Padre Kruegg prima impallidì.

Poi distese lo sguardo.. piano piano... tranquillo, finalmente... le foto! Sarebbero stata la prova non della sua colpevolezza, ma della sua innocenza! Non si può fotografare ciò che non esiste!

"Vediamole, queste foto." disse all'ometto.

"Vuole vederle da solo, padre Kruegg? Io la lascio per un po' qui in ufficio, me ne vado."

"Ma per la carità!" - pensò il professore - "stai lì e tira fuori queste foto."

Prendendo in mano la busta e facendola tremolare il preside descrisse un semicerchio sulla scrivania; tutte le foto si presentarono dal lato giusto, una sola rovesciata,

L'ometto guardò Kruegg, che, lentamente, girò anche quell'ultima.

Kruegg le guardò, una ad una.

Disse solo: "oddio."

[foto: da uno scranno del coro ligneo di una chiesa dell'italia centrale]

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

6 - Il percorso del carro verso l'abisso

Alviero Destefani sapeva di essere un uomo tutto d'un pezzo, deciso e risoluto in un mondo di mollaccioni. Per questo sul lavoro sapeva di essere forse un po' duro - qualcuno diceva spietato - con i suoi sottoposti, ma pensava fosse il giusto metodo per raddrizzare la schiena alle persone e farle lavorare bene.

Organizzava le vendite per una piccola casa editrice; cataloghi d'arte, riviste, qualche libro; a lui toccava il compito di organizzare il lavoro dei venditori inviati sul territorio da possibili clienti che venivano invogliati con un piccolo regalo o con la promessa di sconti fantastici su opere d'arte eccelse.

Viveva il lavoro come una missione; raddrizzare la schiena a ragazzotti al primo impiego per farli diventari 'squali delle vendite' non era solo un suo modo di dire e un compito lavorativo; per lui era anche un modo di instradare giovani impaurite vite verso un avvenire più solido e definito, facendo capire loro le leggi del mercato del mondo in cui si vive, insegnando loro la vera arte della persuasione al fine di ottenere la firma su un contratto; firma che avrebbe sì dato un benessere economico al venditore, ma anche l'orgoglio di avere raggiunto un traguardo personale, convinto una persona, aver dimostrato di essere superiore, di aver vinto le resistenze e di essersi imposto sull'altro.

Una vera soddisfazione, il motore che spinge ogni venditore ad uscire ogni giorno nella giungla del mercato e tornare la sera con le prede tra i denti; per Alviero Destefani motivare questi ragazzotti era un modo per sentirsi forte e potente. La sera quando li vedeva arrivare stremati, ma con un sorriso rapace di soddisfazione per aver ottenuto qualche contratto, dopo aver stretto loro la mano e averli congedati con l'assegno si sentiva ebbro, soddisfatto, al posto giusto nel mondo.

In quelle sere, alle volte, chiusa la porta dell'ufficio in modo che la segretaria non potesse vedere, si toglieva la giacca e la camicia e accarezzava il tatuaggio della X mas sulla spalla; si sentiva addestratore di uomini, vero conduttore e motivatore di legioni di venditori. Quando le cose andavano particolarmente bene, poi, beveva anche un goccio dalla bottiglia in fondo all'armadio dei dossier; un whisky da intenditori che aveva barattato, a suo - gran - vantaggio con una provvigione per un venditore, ne assaporava qualche goccia guardando via Cernaia dall'alto, lì sulla sedia accando alla finestra, con il suo tatuaggio in bella vista, ad assaporare le note sottili di torba, di salmastro e di tabacco che salivano prima nel naso e poi, attraverso la lingua ed il palato, si diffondevano in tutto il suo mondo, inebriandolo, lasciandogli perdere un poco il controllo dei pensieri.

Voleva e temeva questo momento di salivare consapevolezza; tanto era l'attesa, la corsa, l'aspettativa, il fremito per arrivarci quanto era forte la certezza che di lì si sarebbe aperto un abisso sotto i piedi; prima qualche piccolo dubbio, poi altri più forti, lo rendevano instabile delle proprie certezze, lo facevano diventare un po' più debole, un po' più aperto verso l'ammissione che sì, forse, altri modi di vivere erano possibili, meno spietati, meno furenti, più dolci.

Ecco, questo: questo era il pensiero che, infine, non sopportava. Essere messo in crisi così, proprio quando era arrivato al massimo della soddisfazione, essere piegato dal dubbio. Che rabbia... insopportabile.

Ed era proprio in un momento come questo che le aveva telefonato la prima volta, trovando il numero su internet.

Ed era proprio qualche sera fa che l'aveva chiamata, e tra poco sarebbe arrivata lì, in ufficio, come succedeva da qualche tempo.

Ma non era il giorno giusto per riceverla; quel mattino aveva già visto quattro dei suoi venditori, ed era infuriato.

Innanzitutto un venditore non dovrebbe venire a parlare con lui al mattino; vuol dire che non è in giro a lavorare. Secondo, se arriva a quell'ora è perchè vuole lamentarsi, dire che non riesce a vendere o chiedere un aumento, o dire che si licenzia o che è malato o chissà cos'altro; e proprio tutte queste cose erano successe quel mattino.

La segretaria aveva visto passare davanti alla scrivania, uscendo dall'ufficio, volti di ragazzi arrossati e vergognosi, alcuni chiaramente venuti alle lacrime. Aveva sentito gli urli rabbiosi del capo, indossato le cuffie per sentire un po' di musica come faceva di solito per non rimanerne turbata. Aveva cercato di consolare un po' quei ragazzi, confidando con loro nella prossima settimana, nel prossimo mese.

Poi tornava ad excel, ai conti e alle provvigioni e alle fatture, annegando nell'esattezza dei conti i dispiaceri che le ruotavano intorno, lasciando sfuriare il capo, sperando sempre che il prossimo ragazzo gli avrebbe dato soddisfazioni e tranquillità, uscendo dall'ufficio con un sorriso. E un assegno.

Ma quella mattina non era ancora successo.

Per fortuna l'aria era fresca; la primavera inoltrata nel mezzogiorno inondava calori inconsueti, ma le prime ore continuavano ad essere leggere e frizzanti.

Per questo quella che era ormai quasi una uniforme, il suo tailleur di pelle nero con sopra una mantella chiara di panno, non le procurava fastidio ma solo la piacevole senzazione di essere avvolta, fasciata, calda e seducente; i tacchi non troppo alti a spillo, le punte affusolate delle scarpe facevano il resto.

Ammirò quanto le scarpe fossero lucide, cercò di ricordare come lo fossero diventate.

Il pensiero chissà perchè andò a quello strano falso prete, a tutti quegli strani discorsi che le aveva fatto.

"Devo pensarci con calma", si disse, "sembra conoscere cose che potrebbero essere importanti per la mia vita, per il mio lavoro."

Giusto il tempo di gustarsi un caffè con il vizio di un piccolo pasticcino al bar sull'angolo della Piazza delle Erbe, che dopo sui tacchi svettava in via Conte Verde attraversando via Garibaldi, giusto in orario per l'appuntamento in piazza Solferino, nell'alto palazzo all'angolo con via Pietro Micca.

Le piaceva molto essere in orario; su questo, non ammetteva deroghe ai suoi clienti nè a sè stessa.

La fortuna dei palazzi che ancora possiedono una portineria sta nella qualità dietro al gabbiotto; in questo caso una donna dai lineamenti leggermente asiatici la riconobbe, annuì con un sorriso e le aprì la porta prima che potesse suonare il campanello; contemporaneamente le chiamò l'ascensore in modo che si aprissero le porte appena dopo il suo ingresso.

Le due donne si guardarono, si sorrisero, entrambe stettero in silenzio convinte della superficialità che a volte i convenevoli possono avere. Entrambe invidiavano qualcosa dell'altra, entrambe ne avevano rispetto; mentre si chiudevano le porte dell'ascensore si raccontarono vite tra i loro sguardi, si promisero intimità e chiacchiere che forse mai sarebbero state raggiunte.

Arrivata al piano, la porta dell'ufficio era socchiusa; capì che dalla portineria avevano avvisato del suo arrivo, entrò, salutò e sorrise alla segretaria. Chiese di poter passare in toilette, come di consueto, lei rispose "subito qui a destra", come rispondeva di solito; quando uscì dal bagno, pochi secondi, forse un minuto, dopo quella donna le sembrava più forte, più altera.

Non sapeva bene perchè ogni volta passasse in toilette, ma ultimamente si era accorta che era più alta; probabilmente si cambiava le scarpe con tacchi più alti, ma lei da dietro il bancone dell'accoglienza non se la sentiva di alzarsi a guardare.

Brava ragazza, un po' timida, pensò uscendo dalla toilette e si avviò a passo sicuro verso la porta con a fianco la targhetta 'Alviero Destefani - Direttore Commerciale'.

Ma si fermò immediatamente.

Questa volta, diversamente da tutte le altre precedenti - una decina, circa - la porta era chiusa, e dall'interno provenivano urla rabbiose.

Guardò la segretaria, che rispose con uno sguardo di scuse, arrossendo un poco.

Sentiva anche provenire dall'ufficio la voce di una ragazza, una specie di piagniucolìo, un lamento, che accampava scuse per le poche vendite; ma ogni volta che il lamento iniziava prima di terminare veniva sommerso dalla voce del direttore, prima quasi in sordina poi in un crescendo che finiva in urla.

Proprio dopo uno di questi urli la porta si aprì, ne uscì una ragazza con un pastrano verde e i jeans, rossa in viso di pianto. La ragazza la guardò e si vergognò; cercò uno sguardo amico nella segretaria, lo incontrò e ci si rifugiò per un poco. Li conosceva uno ad uno, la segretaria, li chiamava 'stelline' quando le telefonavano, e anche questa volta le disse 'oh, stellina, santo cielo... non disperarti, passerà'.

E la tenne vicino per qualche chiacchiera di consolazione, ma prima all'interfono chiamò il direttore per dirle 'dottor Destefani, c'è la signora'. Stava ancora tenendo pigiato il tasto che teneva aperta la conversazione quando si sentì la risposta che la segretaria cercò subito di interrompere e di mascherare con un "la sta aspettando."

La risposta era stata "anche le troie adesso vengono a rompere i coglioni."

Lei entrò e appoggiò la mantella; lui era di spalle, la testa con la calvizie ormai non mascherabile dimostrava con il colore quanto l'accesso di rabbia non fosse ancora scemato.

Senza voltarsi operando al computer le disse un po' spazientito e quasi urlando 2Ora arrivo, ora arrivo!"

Lei aveva fatto pochi passi nell'ufficio, ticchetando con i tacchi sottili sul palchetto antico.

Letteralmente, girò i tacchi, facendo ruotare il corpo intorno alla gamba di appoggio; il cuoio della scarpa sfregando nella rotazione produsse un sottile curioso rumore sul palchetto di legno.

Lui lo sentì distintamente e capì cosa stava avvenendo senza doversi girare.

L'ultima cosa che lei vide prima di voltarsi completamente fu la sua testa avvampare di un viola acceso.

Lui sentì il ticchettio deciso dei tacchi che si avviavano all'uscita, e prima che capitasse l'irreparabile corse verso di lei facendo cadere la sedia e la raggiunse esattamente mentre lei appoggiava le dita avvolte dai guanti sottili sulla maniglia; le prese l'altra mano guantata e la trattenne. Nella corsa per raggiungerla era finito praticamente in ginocchio, quasi nella posizione di una genuflessione di fronte a lei.

Lui disse solo "no, ti prego."

Lei ritrasse la mano.

Ritrasse anche quella dalla maniglia.

Lentamente, guardandolo, giudicò il da farsi.

Lui, muto, in ginocchio davanti a lei altera; gli occhi alzati nella speranza di un cenno positivo.

Sempre lentamente lei si sfilò i guanti tenendoli entrambi in una mano; guanti lunghi, a metà braccio, sottili e morbidi, di una tinta appena più scura della mantella.

Incrociò le braccia, guardandolo dall'alto in basso; lui sentì il leggero croccare dell'abito mentre le braccia si sovrapponevano.

Improvvisamente lasciò andare la mano che teneva saldi i guanti, schiaffieggiandolo violentemente sulla bocca; la pelle morbida lasciò la cute intorno alle labbra rossa e in qualche modo un piccolo rivolo di sangue apparse su un labbro.

In quel momento, guardandolo negli occhi, capì; ma il pensiero era troppo grande per essere analizzato subito.

Così si lasciò andare a pensieri più terreni e normali, demandando a dopo l'illuminazione che aveva ricevuto.

Primo: - non si lasciano segni sui clienti.

Secondo - uno che fa piangere così una ragazzina non deve passarla liscia.

Terzo - sono qui per lavorare, non sono la vendicatrice del mondo.

Rasserenata per aver ripreso terra, tornò al pensiero principale e al motivo che l'aveva scatenato: i suoi occhi, il modo con cui quell'uomo l'aveva guardava dopo lo schiaffo con i guanti sulla bocca.

Non c'era lussuria, non c'era passione, non c'era desiderio; solo un'estrema, infinita gratitudine, una infinita dipendenza da lei che l'aveva portato in uno stato di grazia, in una posizione dell'anima in cui si trovava molto bene; c'era arrivato per merito suo.

Lo stesso sguardo; lo stesso, identico sguardo del falso prete, di quel padre Krueger che aveva visto quel pomeriggio in Duomo, mentre guardava il san Giovanni della copia dell'ultima cena di Leonardo.

La stessa infinita gratitudine; nelle lunghe, a suo modo dolci e intriganti chiacchierate il prete aveva chiamato questa condizione la 'nostalgia del paradiso' verso la quale qualunque essere umano naviga più o meno consapevolmente, il ritorno all'origine, il vero motore di ogni passione e di ogni desiderio.

Lui era ancora lì con i suoi occhi troppo chiari a guardarla con quello sguardo beato.

In qualche modo lei si sentì onnipotente su quell'uomo; poteva farne ciò che voleva in quell'istante, chiedere qualsiasi cosa; era facoltoso, poteva sfruttare la situazione.

Ma in quel momento tutto quello che lei voleva era riportarlo in quella condizione beata, sperimentare la sua capacità di rendere felici le persone; se lo disse con una specie di caparbietà, con la consapevolezza di essere una professionista del suo settore e con quel sorriso che le era spuntato da quando, dopo i discorsi col falso prete, aveva cominciato a pensare a se stessa non negativamente ma, anzi, come persona in grado di portare gli altri in una condizione di gioia non temporanea, ma in grado di cambiare i percorsi di vita.

Decise di proseguire.

Disse solo "nudo."

Lui capì che non se ne sarebbe andata e ne fu felice; si rilassò e il più in fretta possibile si spogliò, completamente nudo.

Non voleva ricevere il benchè minimo rimprovero, non indugiò se tenere calze canottiera o mutande: si mise nudo, completamente.

Non sapeva in che posizione stare. Era più alto di lei, anche chinando il capo, e capiva che non sarebbe stata cosa giusta essere più in alto; quindi si rimise in ginocchio.

Lei lo guardò e accennò con un piccolo sorriso di aver gradito il gesto; di quel sorriso lui le fu immensamente grato.

Con un piccolo gesto delle spalle, quasi un fremito, fece cadere la giacca del tailleur che, quand'era nella toilette, aveva indossato solo sulle spalle; cadde dietro di sè, rivelando che la gonna era in realtà un abito con un corpetto di pelle che le cingeva e modellava la vita e il seno.

Immobile, con un gesto degli occhi gli indicò il pavimento; lui si stese sul palchetto, pancia a terra.

Lei stese l'indice e il medio in avanti e capovolgendo la mano gli fece il gesto di girarsi pancia all'aria.

Prese la sedia con le rotelle; la fece scivolare fino al suo fianco, all'altezza delle ginocchia, e si sedette alla sua destra a guardarlo.

Lo guardava a partire dalle ginocchia e ad arrivare alla testa; lei seduta e rivolta verso il suo viso, lui disteso e con gli occhi abbandonati verso l'alto.

Con il piede cominciò a massaggiargli le cosce; la scarpa scorreva dolce, solo il tacco sottile lasciava piccoli innocui graffietti bianchi sulla pelle.

Infilò una scarpa sotto il ginocchio e gli fece piegare entrambe le ginocchia.

Lui era comodo e rilassato in quella posizione, con quella donna bellissima davanti che lo stava delicatamente solleticando; il calore era passato tutto dalla testa, ora fresca, al basso ventre e in mezzo alle gambe, zona che ora rifioriva del sangue che abbondantemente la irrorava gonfiando i tessuti nel turgore dell'abbondanza.

Con il cuoio della suola, prima quasi per caso poi più approfonditamente solleticò e massaggiò quei turgori; la punta affusolata di pelle si infilava negli antri nascosti, sotto il suo piede sentiva pulsare la vita, gli occhi di quell'uomo si stavano perdendo in qualche beatitudine.

Continuando, con il piede sinistro, a mantenere una pressione che provocava ancora una maggiore pulsazione, con il tacco della scarpa destra intraprese un viaggio a percorrere il perineo.

Durò forse un minuto o qualcosa di più, quel viaggio; a partire dalla radice percorse, premendo poco e appena graffiando la pelle, quei pochi interminabili centimetri che la dividono dall'abisso, arrivando poi con il tacco sull'orlo ed indugiando, premendo poco come se il viaggio dovesse proseguire a profondità incontrollabili.

L'uomo aveva quasi perso il senso del tempo e dello spazio; stava vivendo un'esperienza dai contorni non più definibili, incapace sia di mettere un freno che a chiedere di più.

Il tacco, dopo aver indugiato a lungo con leggerissime pressioni quasi insopportabili dalle fitte di sensazioni che provocavano, intraprese la strada del ritorno, ripercorrendo il tratto dell'andata; ritornato alla radice la punta della scarpa si abbassò a raggiungere la stessa zona su cui insisteva la sinistra; nello stesso momento in cui lei appoggiò il cuoio sull'epidermide sottile e sensibile percorsa dalle venature pulsanti una serie di sussulti scosse l'uomo e provocò in lei il sorriso di soddisfazione che sempre e inspiegabilmente la raggiungeva in questi casi.

Piano ritrasse i piedi dal corpo dell'uomo.

Lo guardò, lì immobile, con il suo sorriso felice.

Si guardò le scarpe; neanche una goccia. Benissimo.

Le rimise nella borsa, indossò quelle con cui era arrivata.

Non salutò, aprì la porta e uscì.

La segretaria, questa volta, non aveva sentito urla. Non aveva sentito quasi nulla.

Però vedendo quella donna uscire con un'aria così fiera e serena, un po' la invidiò e si scambiarono uno sguardo, un saluto ed un sorriso; lei uscì, prese l'ascensore e se ne andò.

La segretaria pensò due cose: primo, quel tipo di sguardo d'intesa mi sembra di averlo già visto da qualche parte; a ben pensarci sembra quello della portinaia.

Secondo, quand'è uscita, sembrava di nuovo poco più bassa.

Strano.

(scritti precedenti: vedi album Kruegg )

[ particolare di carro agricolo, complesso abbaziale del Polirone, San Benedetto Po ]

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

7 - la donna sulle scale del Tempio

Una immagine lo colpì, una immagine del passato che restò in testa vivida, per tutto il giorno.

Krueger non sapeva che dire; non sapeva perchè fosse così forte in lui.

L'immagine apparteneva al suo passato, nel periodo in cui era stato curato a Montecassino.

Due anni, tre mesi, sei giorni passati lì.

Era una immagine semplice, registrata in un giorno d'estate; l'aveva dimenticata in qualche recesso della mente, e ora tornava prepotente; perchè?

Il vaso, le colonne, le scale, il tempio. La donna saliva le scale nella sua tunica nera.

Viveva in una comunità in boschi ombrosi vicino all'abbazia; ne aveva ricordi umidi di dolore e strappati dalla mente come se non gli appartenessero più; era stato accolto insieme ad altre persone, per lo pià monaci, a cui il mondo andava stretto e la ragione ancor di più, arma insufficiente per dar pace ai tormenti dell'anima.

La comunità era diretta da una specie di rettore, o di abate, o di capo spirituale; pur avendo tutte le caratteristiche di una comunità religiosa, non lo era in senso stretto. Convivevano monaci, astrologhi, scienziati e saltimbanchi, uomini e donne; sembrava che il denominatore comune fosse quello di avere qualche rotella fuori posto.

Seguivano una loro Regola, il tempo veniva scandito dalla liturgia delle ore; lodi, ora media, vespri e compieta si succedevano e vedevano tutti i partecipanti riuniti intorno ad una preghiera che ognuno, a suo modo, proponeva.

Li guidava l'abate, che tutti quanti chiamavano il Grande Gommista, perchè nelle ore libere andava nell'officina sottostante la comunità a lavorare come gommista.

Il Grande Gommista aveva un ruolo chiave: a seguito delle preghiere riusciva a collegare lo scienziato con l'astrologo e a tutti gli altri, leggendo nel cuore di ognuno la purezza dell'intenzione e comunicandola ad alta voce a sè stesso e, di conseguenza, agli altri, costruendo in questo modo una comunità di cuori.

Era stato lui stesso ad accogliere Krueger, leggendo nel suo volto la mente straziata di domande irrisolte; e sempre lui gli aveva detto ora puoi uscire di qui se vuoi, i tuoi dolori ti hanno guarito.

Quello era stato il periodo in cui aveva registrato l'immagine che, ora gli stava rimbalzando in ogni angolo della mente quasi a ricordargli quel periodo in cui i pensieri non erano docili.

Ricostruì la scena.

Abbazia di Montecassino.

In primo piano un vaso, col diametro di qualche metro, alto circa un metro e mezzo.

In secondo piano due colonne; forse ai lati del vaso, forse poco più lontani.

Dietro le colonne una scalinata, alla fine della scalinata la porta di un tempio.

Sulle scale una donna che sale con una tunica nera; i capelli lunghi e la tonaca sono mossi dal vento.

Non potendo darsi una ragione della persistenza di questa immagine lasciò che ne parlasse l'inconscio; aveva un metodo infallibile per farlo parlare.

Prese l'auto della comunità di Torino che lo ospitava e andò in una valle montana, ad Usseglio; lì, da un pianoro, attraversando un ponte, un sentiero s'inerpicava ripido in mezzo ad una faggeta.

Sapeva che la salita gli avrebbe tolto il fiato e l'incedere costante e ritmato dal battito cardiaco e dal respiro avrebbe intrappolato la mente lasciando libero l'inconscio.

La faggeta, con i suoi fusti e le chiome altissime, con il sottobosco rado e pulito, gli comunicò lo stesso austero rispetto del luogo di una cattedrale; ricordò i suoi studi sulla simbologia del luogo profano e del luogo sacro, che nasce da radura in mezzo agli alberi e diventa chiesa con colonne e volte, della pietra che diventa altare e... e basta, la mente doveva essere lasciata sgombra per lasciar parlare l'inconscio.

Capitò come se fosse una illuminazione, e si stupì di non essersene accorto prima; quella donna sulle scale era quella della visione, quella con cui scambiava la sinistra.

Anzi, la donna sulle scale faceva parte della sua visione; l'unica differenza era che la visione era totalmente al di fuori del suo vissuto mentre questa immagine della donna sulle scale faceva parte della sua vita.

Sentì confluire i significati; visione e realtà tangibile formavano un unico pensiero.

Quando se ne accorse, la prima domanda fu di chi fosse la regia di tutto ciò; avrebbe voluto avere ancora il Grande Gommista a disposizione per parlarne, ma non era possibile.

Si sedette su una roccia nel bosco odoroso dei profumi dell'estate e fece quello che gli aveva detto: quando vuoi parlarmi, siediti e chiedi, la risposta arriverà.

Seduto, chiuse gli occhi e si immaginò il viso pacioso del Grande Gommista davanti e gli chiese che avrebbe dovuto fare; la risposta arrivò immediatamente, quasi mentre stava proponendo la domanda: segui la visione, se viene a te un motivo ce l'avrà.

Così si immagino in quell'attimo in cui l'aveva registrata e la seguì ricordando.

Guardava quella donna salire le scale.

Solo un attimo, uno sguardo fuggente, un lampo; ma gli occhi rimasero qualche istante in più del dovuto. Le ciglia si aggrottarono un po' di più del normale.

Invaso.

Si sentiva invaso da quella scena; il vestito nero, come una tunica, scendeva sui fianchi; il passo si apprestava a salire la scala.

Le colonne, le scale, il mare di bronzo.

"Unisci il maschile e il femminile e troverai quello che cerchi", il culto delle sacerdotesse.

Maria la Giudea.

Troppe cose, troppe, gli giravano in testa e quell'attimo stava durando troppo; doveva distogliere gli occhi da quella femmina.

Un altro gradino.

Le colonne doppie, le colonne del tempio di Salomone; messe lì all'ingresso a segnare la distanza tra i solstizi, centrandosi a fuochi progressivi nell'avvicinarsi al Santissimo.

Montecassino: distrutto e ricostruito, non era possibile che chi l'avesse fatto conoscesse; eppure la forma era quella; la mente rigurgitava reminiscenze ad indagare quel mistero.

Le colonne, i guardiani, il limite, le colonne d'Ercole. Spesso le avrebbero dotate di leoni per marcare la distanza: attento, entri nel mistero, entri nello spazio sacro.

Colonne, poi scale: entri, e stai salendo sul monte, ti avvicini al Santo, sali; non tutti possono farlo, l'accesso è solo per chi oltrepassa le colonne, solo per chi doma i leoni.

Era tutto così chiaro nei ricordi; così evidente.

Un altro gradino; la tunica nera svolazzava nella brezza estiva, accarezzando le forme della donna.

Stava diventando tutto chiaro, poco alla volta; la mente tornava alla sua alba ancestrale, quando venivano date le istruzioni per costruire il tempio di Salomone.

Prima cosa, le due colonne: l'osservatore ne segnava la posizione da un punto fisso notando la posizione del sole nei due solstizi; tra l'osservatore e la metà tra le colonne veniva a trovarsi l'est perfetto, in cui il sole si trovava negli equinozi. Lì, nelle cattedrali romaniche, verrà posto l'oculus dell'abside.

Dietro le colonne, le scale; per accedere al santissimo, e poi ancora scale, e veli, per arrivare al santo dei santi.

Davanti alle colonne, il mare di bronzo, la meraviglia della conoscenza, il collegamento tra l'uomo e la conoscenza di Dio.

Era una vasca di bronzo, larga tra i quattro e i cinque metri; la profondità era irrilevante, ma era posta ad una altezza più alta di un uomo.

Ai quattro angoli intercettati dai punti cardinali, tre buoi per ognuno, a significare le quattro triadi che incarnano il mondo: le stagioni, i mesi, i segni.

Il bordo era istoriato di graduazioni: trecentossessanta gradi segnati sulla circonferenza.

Tutto intorno un camminamento consentiva di percorrerne la circonferenza.

Si veniva in questo modo a creare una superficie perfettamente tonda e piana di acqua intorno alla quale si poteva girare; il funzionamento era tanto semplice quanto importante.

La notte ci si poneva intorno al mare di bronzo in modo che la stella polare fosse esattamente al centro; in questo modo diventavano osservabili nella superficie liscia i moti dei pianeti e la posizione delle stelle, ed il tempio stesso diventava il luogo della sapienza.

Il tempo, la stagione, le costellazioni, i pianeti definivano la complessità perfetta nella quale l'uomo specchia la propria vita riflessa nel cosmo trovando pace alle proprie ansie.

Tutto questo pensava Krueger, vedendo la donna salire le scale; non abbassava gli occhi, ormai da troppi secondi.

Non sbatteva le palpebre, ormai da troppi secondi.

Non respirava dal desiderio, ormai da troppi secondi.

Quel desiderio che era ormai diventato il nucleo della sua vita: tornare a conoscere.

Ricordare.

"Unisci il maschile e il femminile e troverai quello che cerchi".

Una donna aveva oltrepassato le colonne, stava salendo le scale; si portava verso il Santissimo, verso l'incrocio dei mondi.

Ricordi vecchi di millenni, risalivano come se fossero d'infanzia.

Le colonne, le scale, il mare di bronzo. Il Tempio, il Tempio, l'arca dell'alleanza.

Reminiscenze troppo struggenti da sopportare; abbassò gli occhi.

Ringraziò quella fugace visione e la immaginò salire le scale del Santo dei Santi, oltrepassare il velo, alzare le braccia all'incrocio dei mondi, diventare l'incrocio dei mondi.

Ad occhi chiusi, indossò quella donna immaginata; gli occhi a levante, la nuca a ponente le braccia aperte a misurare la distanza tra il giorno e la notte, dal profondo dei piedi che pescavano nella cripta dei morti all'alto del capo che usciva dalla tunica di questo mondo per librarsi nei cieli, il lungo corpo a definire verticale il bastone della potenza, la frusta di Dio.

Gli occhi chiusi di lei negli occhi chiusi di lui; si sentì diventare luce e, questa volta, fu obbligato ad aprire gli occhi tanto era insopportabile vivere queste sensazioni.

Aprendo gli occhi, si rese conto con certezza che tutto questo gli sarebbe successo presto.

Ritornando a valle, i pensieri s'erano fatti più sereni; non aveva avuto risposte ai suoi dubbi, ma ora le domande erano più chiare.

La discesa lasciò ancora l'inconscio libero di parlare; Krueger non potè non notare che, curiosamente, la donna conosciuta in chiesa faceva capolino di tanto in tanto nei suoi pensieri.

C'è la pagina Facebook di Krueger, e il romanzo si può approfondire e comprare su krueger.losero.net.

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

8 - ...cogitatione, verbo et opere, mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.

La cosa che più la stupiva erano le piccole attenzioni che il prete aveva per lei mentre passeggiavano nel quadrilatero; ad esempio se di lontano si intravedeva una grata che poteva mettere a pericolo i suoi passi sui tacchi, lui cambiava lato o si spostava per renderle più comodo il passaggio ben prima che fosse necessario. Ma ciò che veramente le stava allargando un sorriso nei pensieri era lo stupore per aver trovato un uomo che la incuriosisse veramente. Pensava di conoscerle più o meno tutte le tipologie degli uomini, tanti ne aveva frequentati, che ritrovare questa fresca sensazione di novità la fece sentire un po' adolescente in avventura, cosa che non succedeva da veramente tanto tempo.

La situazione poi... sottobraccio ad un prete in abito talare, per le vie di Torino: veramente inconsueta e intrigante.

Sguardi curiosi li seguivano; lei era abituata ad essere appariscente e a farsi guardare e sapeva come gestire questi sguardi sopportandone dolcemente l'insistenza senza dare loro importanza; la cosa strana era che.. anche lui, anche il prete, ne sembrava in qualche modo consapevole come se fosse abituato all'insistenza dell'occhio dei passanti e non se ne curava più di tanto.

Inoltre, tutte le cose che le aveva detto! Aveva avuto la giusta intuizione quando, poche ore prima guardandone l'espressione del viso in Duomo, gli aveva chiesto di confessarsi: da lì in poi un fiume di parole, era sembrata una confessione reciproca, l'uno trovava nell'altra argomenti da affrontare a profusione, uno dopo l'altro: sembrava che il tempo non sarebbe mai bastato a dirsi tutto.

Ancora adesso, si sentiva stordita dalle sue parole, dai pensieri che la stavano conducendo in una nuova zona della mente; dopo anni a conoscere e praticare il suo mestiere di particolare psicologa lui le stava suggerendo un modo nuovo di concepire il rapporto con i 'pazienti' e l'intera sua vita. Questo nuovo modo sapeva di speranza, di aria fresca, di gioia e di novità e si inseriva proprio dove c'erano state note stantie di piccole malate perversioni che ingrigivano tutti i colori che pur balenavano nella sua mente.

Era come dire ecco, allora avevo ragione, c'è luce in questi posti, c'è del buono nella mia vita.

C'è del buono in chi mi cerca.

In Duomo li aveva interrotti l'inizio di una funzione; l'aggregarsi delle persone aveva reso sempre meno consueta la posizione che avevano assunto nel parlare, lui seduto spalle all'altare a guardare la controfacciata e lei, seduta al suo fianco, rivolta all'altare. Oltre alla vicinanza fisica dei visi che veniva a prodursi, la differenza di genere, il contrasto tra l'abito talare ed il tailleur li rendevano una coppia eccessivamente visibile nel compassato ambiente della chiesa.

Su entrambi ricadeva la sensazione di questa situazione poco sostenibile, e quando lui le disse che sì poteva continuare fuori la conversazione, lei sorrise leggera e lui si stupì un poco di sè stesso, per questa fiducia che stava accordando ad una persona appena conosciuta. Così lui si alzò e camminando nello spazio centrale tra i banchi uscì dalla chiesa dalla porta in cornu evangelii, mentre lei parallelamente uscì dalla navata laterale e quindi dalla porta in cornu epistolae.

Così fu strano, uscendo, nella luce nuova del sole dopo il temporale, camminare l'uno verso l'altra sulla pietra bagnata di pioggia ed incontrarsi a metà forse un po' impacciati nel ricostruire la situazione complice che la loro coppia proiettava intorno. "Magari possiamo prendere un caffè" - lei propose, e lui annuì e si incamminò scendendo la scalinata e andando verso il campanile. Lei lo seguì per le scale pochi passi indietro e, raggiuntolo sul selciato, infilò la sua mano sotto il braccio di lui per camminare insieme.

Il gesto le fu naturale, semplice; averlo così sottobraccio le dava una leggera sensazione di potenza, simile a quella che provava sul lavoro, era un poco inebriata dall'avere catturato e agganciato una persona come quella. Lui sentì il braccio sottile agganciarlo, il passo sicuro affiancarlo, il suo profumo spandersi leggero intorno. Il calore del braccio, la piccola pressione della stretta, gli sfregamenti minimi dovuti alle piccole differenze di oscillazione dei passi ineguali: lo assalirono le sensazioni forti di ricordi più antichi di lui, lampi delle visioni ormai ricorrenti.

In queste visioni era presente la femmina che sembrava unirsi a lui con la stessa leggerezza, in una specie di danza, porgendo la mano sinistra alla sua che la cercava, mentre la destra di entrambi reggeva un lungo fiore di cui incrociavano gli steli; una sensazione da fine del mondo lo esaltava e lo atterriva insieme.

La visione lo tormentava, a volte prendeva forma di sogno e si svegliava d'improvviso, altre volte l'assaliva mentre lavorava a scuola, e sempre con un senso di panico e assenza d'aria; questa volta, invece, tutto questo non gli dava sensazioni negative; quel braccio dolcemente appoggiato a lui sembrava dare un senso anche a quelle visioni, alleggerirne il peso, anzi, rendere quasi invitante l'approfondimento, la ricerca, il volere trovare un senso alle allucinazioni che da qualche anno lo interrogavano improvvise.

Così si avviarono sottobraccio lungo la via XX settembre e, dopo pochi passi girarono intorno al campanile.

Lei notò il suo sguardo che saettava dai resti romani, verso corso Regina, o verso il campanile, ed i suoi passi che sembravano tastare il terreno; capì che in quel momento non era lei l'interesse al centro della sua testa, che non c'era inoltre un bar nelle vicinanze, e cercò di capire, chiedendo dove fossero diretti; lui rispose che, se le faceva piacere, sarebbero andati alla caffetteria di Palazzo Reale, passando nel corridoio appena a sinistra del Duomo.

Lui notò il suo leggero smarrimento, registrò la distanza che si stava creando tra loro rispetto a qualche minuto prima, ma questo non lo indusse a correzioni. Anzi. La sua mente era stata presa prima dai resti romani; rappresentavano una metà di un teatro romano, verso di loro c'era la curva che doveva accogliere gli spettatori; questa curva, invece di descrivere un semicerchio intero, descriveva solo un quarto di cerchio perchè la manica del Palazzo Reale copriva l'altra metà; era stato costruito sopra ai resti romani, quando ancora non si sapeva esistessero. Da quel pensiero passò al fatto che stavano percorrendo un decumano minore; quando fondarono Torino il decumano maggiore, l'asse viario principale, era l'odierna via Garibaldi, a partire dalla porta Fibellona (oggi Palazzo Madama) fino alla porta Doranea, che sarebbe oggi all'altezza di via della Consolata. Questo decumano minore era stato costruito largo per consentire l'afflusso degli spettatori al teatro. Dopodichè tutto fu coperto, nelle epoche successive, ed i materiali dei romani utilizzati come supporto di costruzione; un'occhiata alla finestra nord del campanile restituiva come architrave proprio un marmo di quei tempi. Poi esattamente, dove stavano camminando, vennero costruite case, e loro camminavano in spazi che furono ambienti vissuti, e che quindi vennero abbattuti. I duemila anni di storia che giacevano sotto i loro passi gli stavano assalendo la mente e fu proprio la stretta un po' più decisa del braccio di lei a farlo ritornare in sè, al presente e adesso. Pensò a quanto sia relativo il tempo, quello che lui chiamava 'il grande ingannatore'; e a quanto fosse dolce e deciso il viso di lei, che guardò muto per qualche secondo.

Lei lo sentì quello sguardo. Fermo, a frugarle dentro. Pochi secondi, nei quali scoprì un sorriso che si nascondeva ben rintanato nel viso di lui che la stava fissando. Capì che quel sorriso nascosto aveva motori profondi che in quel momento stavano girando a pieno regime; che quell'uomo aveva qualcosa di forte e misterioso, a volte disperato e angosciante, altre sublime e gioioso, che si rifletteva nei lineamenti del viso. Non sapeva cosa fossero questi motori, cosa producessero e da dove venissero; sapeva che altre persone, così, non le conosceva. Un po' disincantata, si disse anche che presto avrebbe scoperto che in realtà le cose non stavano così, ma che era stata una illusione momentanea, che quel prete era come chiunque altro; ma si cullò nell'idea che non fosse così, che finalmente avesse trovato una persona veramente curiosa.

Mentre entrarono in caffetteria lui stesso si sentì indossare un sorriso; era tempo che non succedeva. Intorno, le porcellane ed i vassoi nelle vetrinette di legno; le luci illuminavano il verde che caratterizzava l'intero ambiente, alto, nobile. Un banco bar con una scala a chiocciola per raggiungere una balconata, due salette con eleganti poltrone foderate di tela, alle pareti le stoviglie dei nobili esposte raggiungevano il soffitto. Un posto sicuramente originale dove prendere un caffè; la luce soffusa, l'ombra e la frescura dell'ambiente facevano il resto rendendo semplice e piacevole la conversazione.

L'aveva cominciata lei dicendo che no, non si era mai confessata davanti ad un caffè e pasticcini. Lui aveva assunto un finto atteggiamento grave, minacciandola come prete, e lo sottolineò, di penitenze molto gravi in base ai peccati commessi, pur nell'ambito della professione svolta di psicologa, facendo cadere l'accento sulla qualifica, per giocare un po' con le loro finzioni.

"Sì, non sono una psicologa. O forse lo sono, non so bene; ho studiato a Padova psicologia, ho dato l'esame per l'abilitazione della professione quindi ecco, tecnicamente, sono una psicologa. Ma ciò che faccio non rientra nell'ambito delle normali pratiche psicoterapeutiche. Io regalo gioia alle persone consentendo di dare sfogo alle loro passioni, quelle che altri chiamano 'perversioni'.

Intendiamoci: niente sesso. Non vendo il mio corpo, non lo lascio toccare, se non quando lo voglio. Ci sono molte di queste passioni che non vengono accettate dalla morale comune, o dal perbenismo, o comunque sono difficili da mettere in pratica; io aiuto le persone ad incontrarsi con sè stesse, a fare i conti con ciò che vogliono veramente, le aiuto ad ottenerlo; e questo spesso le cambia."

Stretta nel suo abito ricercato sentiva sè stessa dire queste parole in quell'ambiente raffinato ad una persona che le stava sentendo con interesse; si sentì, per un attimo e intensamente, felice come era da parecchio che non capitava. Un po' temeva la reazione di lui ora che s'era scoperta, ma un sorriso le stava illuminando il viso e lei sapeva bene quale potenza potesse rappresentare su un uomo. Lui aveva tenuto gli occhi su di lei mentre parlava; ora erano bassi, così lei chinò un po' la testa e lo guardò di sottecchi, con gli occhi a voler esprimere un punto interrogativo.

Lui sentì il piccolo movimento della sua testa; alzò lo sguardo e vide quel sorriso e quegli occhi che chiedevano una risposta.

Chiese:

"Hai detto che le persone cambiano, quando stanno con te. Come cambiano?"

Lo chiese rimanendo molto serio ma con una speranza così forte nel viso che sembrava un bambino in un negozio di giocattoli.

"Come cambiano? Cos'è che le cambia? Come ci si accorge che cambiano? In quanto tempo?". Lei subito capì che quel finto prete la sapeva molto lunga sull'argomento; lui aveva capito perfettamente il tipo di lavoro e la sua posizione, non aveva fatto alcuna obiezione su questo passandoci sopra velocemente, ed il centro della sua attenzione era proprio la stessa che la teneva ancorata a quel tipo di attività, ovvero la potenza di trasformazione che le sue pratiche potevano avere sulle persone, le enormi forze scatenate nell'uomo nel cercare ciò che da dentro emerge come domanda a cui si deve dare una risposta, o a cui non la si dà, pagando con nevrosi e depressioni questa censura di una parte di sè.

Era una vera esperta dell'argomento e stava trovando una sponda ai pensieri più profondi che il suo tipo di vita le provocava; per cui decise di testare il terreno, ponendogli una delle domande alle quali meno riusciva a darsi risposta.

"I miei clienti sono quasi tutti maschi. Si, ho anche qualche donna, o qualche coppia; la femmina è interessata quasi esclusivamente al masochismo però. Ma la normalità è che sia il maschio a rivolgersi a me; sembra che tutte le cosidette perversioni raggiungano solo il sesso maschile. Se fossero dei veri bisogni innati nelle persone raggiungerebbero sia i maschi che le femmine, in pari modo. Invece tutti gli studi condotti sull'argomento, l'ultimo dell'università di Bologna, a cui ho partecipato nella tesi, dimostrano che sono i maschi quelli più soggetti a 'perversioni' e quindi miei potenziali clienti. Non sembra strano?"

Finita la domanda, lei attese con il cuore in gola, molte volte aveva posto la domanda quando si trovava davanti qualcuno che supponeva in grado di rispondere; ma non era mai stata soddisfatta. Si stava chiedendo se stesse spingendo troppo avanti la discussione con una persona incontrata da poco a cui stava rivelando domande forti che si poneva da sempre e temeva di ricevere una delusione, o di metterlo troppo in difficoltà, o di aver comunque fatto qualcosa che avrebbe rotto la magica curiosità che si stava stabilendo tra loro.

Si diede della pazza. Perchè parlare di questo? Aveva sempre tenuto nascosto a sconosciuti il suo mestiere. Perchè aprirsi ad un prete, vero o, peggio che mai, falso? Perchè rischiare con le sue domande più difficili? e poi, come avrebbe proseguito? Con le altre domande, quelle che facevano ancora più male, quelle che la giudicavano come donna? E poi che ne può sapere costui?

Lui la guardò, rasserenato. Un po' come quando il suo allievo gli poneva una domanda a scuola con gli occhi sgranati dalla voglia di sapere. Dovette trattenersi dall'essere didattico, dal dover esporre le premesse, le tesi e le eventuali conclusioni che aveva in mente; stava prendendo il caffè con una donna graziosa, non era a lezione. Capiva che lei si stava esponendo; che questa donna intelligente aveva trovato quello che considerava un interlocutore qualificato per condividere domande forti.

Del resto, quelle stesse domande, se le era poste anche lui, parecchie volte, nelle diverse vite che aveva svolto in questa esistenza e nei lampi di quelle passate che a volte gli apparivano. In un istante tornò alla mente la visione con la donna col fiore, ma questa volta i vestiti erano diversi, o non c'erano; ricordò il decumano minore che avevano attraversato, si vide lì in mezzo alla folla che andava a teatro, rivolto verso il sole al tramonto nell'inoltrata primavera, e poi come in una sequenza velocizzata la terra che ricopre il decumano di un metro o poco più, la costruzione della basilica di san Solutore alla sua sinistra e poi ancora, oltre la basilica, il battistero di San Giovanni, e ancora oltre la chiesa di santa Maria, e poi il battistero che diventa basilica, l'unione delle tre chiese, il chiostro che viene costruito esattamente nella sua posizione, sopra il decumano, e poi i portici che uniscono le tre chiese in questo ambiente unico e collegato, i passaggi tra loro e... doveva fermarsi, doveva rispondere ma ancora gli veniva in mente l'organo, l'organo grande in comune tra san Solutore e san Giovanni, che serviva entrambe le chiese e ancora la danza del fiore che si mescola con le canne dell'organo portandolo in un crescendo di sensazioni che avrebbe voluto coltivare.. quelle visioni questa volta erano veramente uniche, e coerenti, e non gli facevano male, come se quella donna avesse tolto un tappo a pensieri compressi.

Lei vide i suoi occhi persi e penso eh, si, questo è suonato, ho sbagliato tutto.

Lui cominciò a parlare; con un tono basso, quasi sottovoce, quasi scusandosi per quanto stava dicendo. Non alzava mai la voce, ma con gli occhi sottolineava i passaggi più forti, con le mani sembrava presentare le conclusioni che sarebbero servite per continuare il ragionamento. Parlò parecchio; non ne era abituato e ogni tanto doveva bere un sorso d'acqua. Parlava affondando gli occhi nei suoi; ci si agganciava, come a voler sperare da lei una condivisione, o almeno una comprensione, di quanto stava dicendo.

Lei se lo beveva. A grandi sorsi, come una che ha sete da una vita e trova una sorgente abbondante e fresca. Lo stava a sentire, lo capiva perfettamente, era inondata da lui, dalle cose che stava dicendo e che stavano fecondando la sua vita. Non comprendeva proprio tutto; ma dallo sguardo inchiodato al suo riceveva la certezza che quell'uomo sapeva di cosa stava parlando e che se non oggi, domani, o un giorno, avrebbe capito. E le risultò chiaro che il capire non fosse, infine, indispensabile; ciò che voleva era vivere ciò che quell'uomo le stava dicendo, ben al di là di quello che l'intelletto può capire.

Ed ecco, dopo più di un paio d'ore nella caffetteria ed una passeggiata a 'porta fibellona', come diceva lui, cioè in piazza Castello e nei dintorni, si ritrovava ora a passeggiare con lui.

Passando proprio all'imbocco di via Garibaldi con Piazza Castello una persona che chiacchierava animatamente con un'altra li notò; si bloccò e lasciò lo sguardo fisso su di loro per qualche secondo; per troppo tempo.

Lei diede uno sguardo distratto a quell'uomo un po' sudaticcio in giacca e cravatta.

Lui invece lo guardò con uno sguardo perplesso.

Lei notò la sua perplessità, lui notò che anche lei aveva sottolineato con lo sguardo quell'incontro.

Lui chiese "lo conosci, quello che ci ha guardati?"

Lei rispose con uno sguardo un po' perplesso: "no, mai visto. Tu?"

"Io sì.. è il padre di una mia ex allieva."

L'uomo che li aveva fissati era stupito, più degli altri, di quello che stava vedendo. Un prete in abito talare sottobraccio ad una donnaccia così! Poi: quel prete... quella donna... Fu sopraffatto da un desiderio di giustizia.

Istintivamente accarezzò il tatuaggio della X MAS sulla spalla, sotto la giacca, pensando: provvederò io.

(scritti precedenti: vedi album Kruegg )

[Confessionale nella chiesa della Beata Vergine Incoronata, Sabbioneta]

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

9 - luce

La Cacia, die dominico 30 iunii anno domini 1491

In una casa in campagna, nel paese di La Cacia, vicino a Torino, Maria e sua figlia sono in casa, in un ambiente unico a piano terra con la stalla e la cucina.

Sulla stufa qualche pentola manda profumi di cibo, la figlia è alla finestra, guarda fuori. La porta è aperta, si sente un bel caldo in questa primavera che è quasi diventata estate.

Mantina, devi andare a portare le capre al pascolo, muoviti.

Sì mamma, ora vado. Ma stassera ceniamo con gli altri?

Certo, sarà una bella sera; uniremo i tavoli sulla strada come al solito, in queste giornate che si allungano è ancora più bello.

Quanti saremo?

Quasi tutti.. forse tutta la via, questa volta. Anche perchè prima dobbiamo trovarci per delle discussioni importanti.

Quando?

Tra poco. Mentre tu sei al pascolo; poi chiudile nel recinto e raggiungici lì.

Che bello! Sono contenta!

Ma... perchè piangi mamma?

Non piango.. sono le cipolle.

E perchè le metti così vicino agli occhi?

Per farli lacrimare. Ma tu va adesso, vai.

E perchè devi lacrimare?

Ho detto vai! Ti spiego tutto dopo. Pestifera.. muoviti dai!

E perchè metti il viso nel pentolone, col vapore?!?

Diamante! Vai ora, ti ho detto che ti spiego tutto.

Va bene, vado....

La bambina uscì dalla casa con il viso un po' corrucciato.

Maria cercò il più possibile di avvicinare il viso alla pentola dell'acqua calda, e di resistere il più possibile.

Lo fece più volte, poi di nuovo sfregò le cipolle sotto gli occhi.

Si guardò nello specchio, una lastra di stagno lucida... ottimo risultato, pensò.

Ora veniva la parte più difficile, l'ultima.

Aveva legato una cintura di suo marito alla ruota dell'arcolaio; girando la manovella la cintura sibilava veloce nell'aria.

Alzò la gonna, preparò le natiche a ricevere un colpo.

Girò l'arcolaio più forte che poteva esponendo il sedere vicino alla zona dove sibilava la cintura, non osando avvicinarsi; pensava di colpirsi un po' di striscio, in modo da lasciare un bel segno ma non il dolore.

Continuava a girare la manovella ma non riusciva a risolversi a farsi prendere a cinghiate da quel mezzo poco usuale. Si accorse che le lacrime cominciavano a diminuire, che il rossore in viso provocato dal vapore stava scemando. Oh e che sarà mai, ragionò e spostò la natica proprio in pieno sotto la cinghia sibilante.

Fu un dolore lancinante, come non aveva mai sentito. Maledisse il giorno in cui aveva deciso di farlo, le lacrime sgorgarono vere, questa volta, irrefrenabili.

Che dolore! Si morse le labbra.

La cute era rossa accesa, i margini viola fino ad essere rossi dove a tratti usciva sangue dall'abrasione, il segno fortissimo, il dolore acuto e bruciante. Rimise a posto la gonna, ma ad ogni passo la frizione del tessuto grezzo con la ferita le procurava una sofferenza acutissima.

Dopo qualche passo si ritrovò in paese al luogo convenuto, davanti alla chiesa.

Il curato troneggiava davanti a tutti; una serie di uomini da una parte ascoltava a capo chino, una serie di donne dall'altra, un po' più distanti, guardava la scena di sottecchi, confabulando sottovoce.

La voce del curato si sentiva forte, tuonava di castighi tremendi.

Un uomo disse ad un altro "A Lanzo ne hanno bruciate dodici'."

Gaspardo trasalì nel sentirlo; istintivamente cercò gli occhi di Maria nel gruppo delle donne; l'aveva vista arrivare - sembrava zoppicasse - poco tempo prima.

Alzò lo sguardo verso le donne e vide sua moglie lacrimante, rossa in viso; ebbe un tuffo al cuore. Proprio in quel momento lei alzava la gonna per far vedere alle altre quel segno, ormai viola, sulle cosce.

Gli uomini notarono lo sguardo fisso di Gaspardo e tutti, curato compreso, si voltarono nella direzione degli occhi e videro la striscia viola tra la natica e la coscia, tutt'intorno arrossita, e notarono le lacrime ed il viso compunto di Maria. Durò troppo, quella scena; il curato se ne accorse ed invitò con lo sguardo, e riprendendo a parlare, a non osservare quelle nudità. Ma nel riprendere il discorso quando posava gli occhi su Gaspardo ora sembrava esprimere ammirazione e, congedando il gruppo, senza parlarne apertamente lodò Gaspardo per essere un buon capofamiglia.

Anche gli altri uomini lo guardavano con un misto di ammirazione e rispetto; qualcuno gli disse bravo, o così o fanno quello che vogliono e perdi il controllo. Altri si stupirono che un uomo forte come lui avesse preso a cinghiate una moglie così esile; ci sono altri metodi, suvvia. Subito gli offrirono un bicchiere di vino; per certo si congratularono con lui per aver risolto positivamente una bella grana; a Lanzo, del resto, ne avevano bruciate dodici! Così si spostarono dove si stavano apparecchiando i tavoli per la cena e lui cercò in tutti modi di schivare i complimenti che gli altri uomini gli facevano.

Non stava capendo niente.

L'unica cosa che voleva era parlare con Maria, capire cosa fosse successo. Se non era stato lui a prenderla a cinghiate, e questo era certo, cosa poteva essere successo? Chi l'aveva fatto? Chi, comunque, aveva risolto questa brutta situazione in cui si era andata a ficcare, proprio ora che lui aveva trovato un lavoro stabile e ben pagato, alla fabbrica del Duomo di Torino?

Era la sera, più o meno verso le sette, e le donne si stavano dando da fare per apparecchiare il tavolo, entrando e uscendo dalle case; ognuna entrava nella casa dell'altra, chiacchierava, dava un giro di mestolo nelle pentole, prendeva qualche tovaglia, qualche stoviglia, qualcosa per apparecchiare fuori.

Appena l'attenzione su di lui fu scemata uscì dal drappello di uomini e seguì Maria nella casa di una vicina. Era ancora rossa in viso e con gli occhi lucidi.

La raggiunse in una stanza dov'erano soli; lei stava cercando delle tovaglie da un armadio, dopo averle prese si rigirò e si trovò suo marito davanti.

Non ci fu bisogno di parlare; il sorriso felice di Maria non richiedeva parole, lui capì che non c'era nulla di cui preoccuparsi, che quella donna esile, dolce era anche a suo modo furba; quasi quanto un uomo, pensò. Forse di più, gli venne in testa di pensare, ma non osò soffermarsi; già avevano corso un grosso rischio di eresia.

"Ma cosa hai fatto, chi te l'ha fatto, perchè, per come dimmi almeno cosa... "

Lei pose l'indice sul suo naso.

"sssttt ti dirò tutto.

Senti.

Ho fatto tutto io, da sola."

E lei gli schioccò un bacio sul naso, sonoro, proprio mentre la padrona di casa entrava. Era un donnone forte e curioso, gioviale e chiacchierone; ma questa proprio non se la spiegava, e mentre Maria correva fuori saltellando disse a Gaspardo:

"Questa me la devi spiegare però; come fai a battere le donne e poi a farti baciare con quel sorriso così radioso? Che ci fai tu alle donne?"

Gaspardo fece uno sguardo d'intesa, sostenne lo sguardo e disse gravemente "Taci donna, son segreti degli uomini forti; non t'impicciare."

Lei lo seguì con uno sguardo di ammirazione, e, forse, di invidia per la moglie.

Arrivò in mezzo a loro il banditore, Medichino Liegi; il realtà era una guardia del Duca che assolveva anche a questo compito, ed aveva in mano un rotolo che, come al solito avrebbe letto davanti a tutti. Era un uomo mingherlino e pieno di sè, si dava molta importanza e gli piaceva molto sentire il suono della propria voce davanti al pubblico silenzioso, perciò disse "venite, adunatevi che devo leggervi un avviso importante, e muovetevi non ho tempo da perdere e lo leggerò una volta sola."

Gaspardo un po' si rabbuiò. Era successa la stessa cosa, più o meno un mese prima; ricordava ancora quasi tutte le parole.

Quante cose erano successe da allora; alla felicità per avere trovato un lavoro così nobile e bello alla fabbrica del Duomo era seguito un periodo di paura infinita per la sorte di sua moglie e della sua famiglia.

Anche allora era arrivato Medichino con il suo fare altezzoso; anche allora li aveva radunati tutti; anche allora aveva letto un editto che non era del duca, ma addirittura del vescovo, del quale il duca si faceva braccio esecutivo, e diceva:

La Santità di Nostro Signore

per impedire gli inconvenienti che sotto vano pretesto di prendere la Guazza

sogliono commettersi nella notte precedente la Festa della Natività del glorioso precursore San Giovanni Battista,

ci ha comandato coll'Oracolo della sua viva voce

di rinnovare il presente Editto altre volte pubblicato,

in cui coll'autorità del Nostro Uffizio non solo in questo, ma in ogni altro Anno avvenire,

espressamente proibiamo

a qualsivoglia persona dell'uno e l'altro sesso

di andar in detta notte fuori delle porte della Città

sotto qualsivoglia pretesto che possa recar scandalo,

o dar motivo di credere ciò farsi in continuazione de' passati abusi

sotto pena in caso di contravvenzione rispetto agli Uomini

di tre tratti di corda in pubblico e di scudi 50 e altre pene a nostro arbitrio

secondo la qualità delle persone da applicarsi la metà ad usi pii e l'altra metà

per un quarto agli Accusatori, che saranno tenuti segreti,

e l'altro quarto agli Esecutori.

Rispetto poi alle Donne sotto pene gravi anche corporali a nostro arbitrio.

E per togliere ogni occasione ai mentovati disordini

si ordina e si comanda

a tutti gli osti e bettolieri che, nella Vigilia di detto Santo,

debbano tener serrate le loro osterie e bettole dalle ore 3 di notte alle 10 del giorno dopo [dalle 21 alle 4]

sotto le stesse pene, nelle quali incorreranno anche le persone trovate in detti luoghi sebbene a porte chiuse.

Avvertendo finalmente, che contro i trasgressori

sia nel primo sia nel secondo caso

si procederà per inquisizione

ed in ogni altro modo alla cattura ed esecuzione di dette pene.

"Si procederà per inquisizione", questo lo ricordava bene, a chi andrà a 'prendere la Guazza'.

Per questo aveva pregato sua moglie, troppo intelligente, troppo furba, troppo di tutto di non andare a prendere la guazza la notte del Precursore di Nostro Signore, il san Giovanni Battista; anzi, di restare in casa.

Maria lo aveva guardato con gli occhi dolci, i più dolci che aveva a disposizione, e gli aveva detto "ci sono cose, marito mio, ci sono cose che ho dentro; e non ci sarà prete a farle tacere. Ci sono cose che sento forti e buone e potenti, ci sono cose a cui mi lascio andare per sentirmi viva, per sentirmi femmina in questo mondo di maschi e per i maschi. L'anno scorso l'ho presa, mia madre la prendeva, mia nonna e così via fino alla Maddalena e forse prima ancora; la terra tutta la prende in quella notte sacra. Il Precursore battezzò con l'acqua: e acqua sia in me, la terra mi faccia germogliare in grembo la vita nella notte in cui la luna sposa l'acqua. Nessuna femmina può resistere al richiamo, se è viva dentro; lo insegnerò a Mantina quando sarà ora, vorrò sentire la Luna chiamare Diamante, vieni, uniamo le acque in questa notte magica."

Lui semplicemente, era spaventato. Ma chi ho davanti, cos'è questa potenza che mi si para in questo corpo di femmina. E forse il demonio? Incapace di tenere tanta potenza nella sua mente, ne era sovrastato; la fiducia negli occhi di Maria vinceva su tutto, ma il terrore che incorresse in qualche denuncia e si procedesse 'per inquisizione' lo lasciava senza possibilità di ragionare. A Lanzo, si diceva allora, sarebbero salite sul rogo dodici streghe.

E per questo quella notte, tornando dal lavoro, non poteva pensare ad altro; era notte, c'era una luna grande, e dalla fabbrica del Duomo a casa ci volevano due ore buone.

Era rimasto alla fabbrica fino a ora tarda; di giorno il carro della festa che buttava merci a tutti era passato davanti alle chiese di Solutore, del Precursore e di Santa Maria donando a tutti merci e regali; la festa di san Giovanni era veramente grandea Torino; poi era dovuto rimanere fino a tarda ora, fino all'ultima messa in san Solutore, a controllare che i rinforzi alle murature non presentassero problemi mentre venivano celebrate le messe.

Aveva visto, e sentito, cose incredibili, ne era scosso; ma tornando a casa il pensiero di sua moglie insieme alle altre donne a prendere la guazza lo tormentava.

Lei glielo aveva raccontato, una sera d'inverno; c'era anche sua madre e sua nonna. Non erano d'accordo nel dirlo ad un maschio le due più anziane; ma Maria aveva insistito, "è mio marito e mi fido."

"Ci sono cose che gli uomini non devono sapere" - dicevano loro, e storcevano un po' il naso; nonostante questo assistettero e anzi, spiegarono meglio.

Così quella notte di San Giovanni tornando lungo le mulattiere di Druento, mentre la luna illuminava la bella valle e i campi, lui guardava verso il monte Barone e si immaginava quelle donne. Non c'era un rituale preciso; a volte la più anziana faceva un gesto e lo ripetevano le altre, a volte invece era una a caso che prendeva l'iniziativa, diceva, cantava o faceva qualcosa e le altre seguivano. A volte si tenevano per mano, spesso in cerchio, i piedi nudi nell'erba alta. Ad un segnale corale che sembrava arrivare insieme a tutte alzavano le gonne, fino sopra al seno, scoprendo il corpo nudo.

L'erba, gonfia di rugiada a quell'ora della notte, luceva sotto i raggi della luna.

Le donne, cantando e ripetendo la melodia quasi salmodiata in coro, piano, una ad una si inginocchiavano aprendo le ginocchia, facendo penetrare l'erba bagnata tra le gambe, in un amplesso magico con la terra; gli occhi rivolti alla luna bianchissima, le braccia levate in alto a riceverne l'influsso, il bacino ad eseguire piccoli cerchi di intensità crescente.

Non poteva non pensarci, non poteva pensare ad un mondo così lontano da lui eppure così desiderabile, per qualche momento si diceva che avrebbe voluto essere donna per provarlo; ma il timore di peccare subito faceva tacere in lui questi pensieri e sarebbe stato solo il sorriso di Maria, una volta tornato a casa, a fargli capire che, anche quest'anno l'aveva fatto e, anche quest'anno, era stato bellissimo.

C'era qualcuno a spiare le donne, quella notte; Medichino Liegi, inviato dal duca, che non aveva trovato mezzo migliore per avere l'amicizia del vescovo: trovare qualcuno che disobbedisse ai sui editti, e notificarglielo. Per questo aveva mandato la guardia che, una volta tornata, riportò al duca tutti i nomi delle donne coinvolte; tra cui Maria. In realtà il duca era infastidito da questa storia dell'inquisizione; perchè mai la Chiesa doveva occuparsi dei crimini nei territori del duca? Molto meglio prima, quando ogni Signore del territorio poteva liberamente sia decidere cosa fosse l'eresia, sia mandare al rogo a proprio piacimento gli eretici; tutto più semplice e lineare, molto più comodo da governare. Invece da quando c'era l'inquisizione no: lui non poteva essere signore in casa propria! Doveva per forza passare attraverso la Chiesa per mettere sul rogo un eretico, roba da pazzi. Che poi magari succedeva anche che la Chiesa istruisse un processo e alla fine dichiarasse innocente l'eretico, sconfessando il giudizio del Signore del territorio! Cose da pazzi, il mondo alla rovescia. Aveva visto un processo ad un eretico, giù nelle cantine di via san Domenico a Torino: che ci voleva a farlo? Non era anche lui in grado? Un prete esperto, un verbalizzatore civile cioè un notaio, un po' di strumenti per far uscire l'eresia dalla bocca dell'eretico.. cos'altro ci voleva? Invece no, tutto in mano alla Chiesa! Tutto in mano ai predicatori, a quei cani di San Domenico... Domini Canes, i cani di Dio, tanto che in via san Domenico i palazzi avevano le teste di cane ai portoni...

In ogni caso, era andato personalmente dal vescovo a portare la lista delle donne che avevano preso la guazza contravvenendo agli ordini; era certo di barattare la lista con qualche... concessione nei confronti della sua condotta, a volte un po' troppo libertina, che gli inimicava le gerarchie ecclesiastiche.

Il vescovo, non lo ricevette neanche; lo fece aspettare ore nel Chiostro del Paradiso, dove venivano custoditi proprio dietro a San Giovanni, nel palazzo del Vescovo, tutti i beni della curia; dandogli speranza di udienza lo fece passare da un subalterno che si impossessò della lista; il duca se ne andò infuriato.

Come da prassi, venne convocato il curato del paese in modo che potesse avviare le prime indagini; e fu proprio lui, durante la messa della domenica, a parlare in pubblico di questa lista, di come il demonio si fosse impossessato del paese di La Cacia dove proprio lui aveva in cura le anime.

Non fece nomi, in pubblico, ma predicò la necessità dei mariti di tenere 'in ordine' le proprie mogli, evitando gli influssi del demonio, e di non esitare a batterle nel caso che ne spuntassero i segni, in modo da estirpare il male fin dalla radice. Parlò della lista, ed ogni volta che la nominava le donne abbassavano gli occhi; gli uomini si guardavano l'un l'altro, e guardavano le mogli, sospetti e curiosi, sicuri della propria famiglia e inorriditi dalle altre.

La predica durò parecchio, incentrata sul castigo e sul perdono; fece capire che il giusto castigo è quanto più sia necessario, e se avesse visto i segni del castigo scendere sulle famiglie della città avrebbe capito che, forse, in qualche caso, qualche nome poteva essere tolto dalla lista.

Quando pronunciava la parola castigo lo sguardo faceva una strana parabola, partendo dagli uomini e andando verso le donne: cas--->tigo, come a far intendere che gli uomini avrebbero dovuto interpretare il giudizio divino per salvare la propria famiglia.

Fuori dalla chiesa, capannelli di uomini discutevano proprio di questo; nessuno sapeva bene cosa fosse la guazza e se la propria moglie partecipasse a questa sconosciuta pratica; spesso la sera o la notte, si recavano una a casa dell'altra, non si poteva sapere dove fossero andate. Qualcuno sosteneva comunque di battere le mogli, così, come cura ogni tanto necessaria, per farsi rispettare.

Quando Gaspardo si ritrovò solo con Maria, la guardò smarrito e le disse solo 'Non ti batterò mai'.

Lei le rispose di rimando 'E se to chiedessi io? Potrebbe diventare necessario'.

Tutto questo pensava Gaspardo, mentre il banditore stava per aprire il foglio.

Tutti questi pensieri si aggrovigliavano nella sua mente, mentre cominciava a declamare con la sua voce stridula.

L'editto era del duca ed era una copia di quello del vescovo, semplicemente diceva che avrebbe provveduto lui stesso oltre all'inquisizione; venendo dal duca, lo riteneva meno importante, sapeva che in fondo era solo un gran chiacchierone.

Poi guardando la tavolata che s'apprestava allegramente a mangiare Medichino chiese:

'"Avete il permesso ducale per l'uso del suolo pubblico? Senza quello dovete sgomberare immediatamente la via, o sono obbligato a denunciarvi al duca!'"

Gli uomini cominciarono a canzonarlo... il permesso ducale!! Per poter pranzare davanti a casa!

Il messo continuava a sbraitare, ma più nessuno lo stava sentendo; era arrossito e arroventato dalla situazione.

Fu Mantina a prenderlo per mano e a portarlo a sedere a tavola; qualche uomo gli servì un bicchiere di vino e lui prese la decisione che gli cambiò la vita: si sedette con loro, e dimenticò il permesso d'uso del suolo pubblico, cominciando a sorridere e a conoscere, davvero, i suoi compaesani.

Partecipò alla serata; dopo qualche bicchiere di vino gli animi si fecero allegri, e Gaspardo portò un liquore che aveva preso il giorno di San Giovanni quando il carro ne distribuiva a tutti, a Torino.

Qualcuno si complementò con lui per il lavoro alla fabbrica del Duomo; nella sera estiva gli chiesero dai, raccontaci, cos'è, come funziona una fabbrica, come lavori, cosa fai.

Gaspardo era un 'mastro', cioè un muratore in grado di tracciare muri e costruirli; aveva lavorato parecchio nelle valli e per questo era stato chiamato dal Beccuti, che era colui che per conto del Cardinale della Rovere seguiva i lavori.

Cominciò a raccontare.

"Il posto l'avete visto anche voi, a Torino, noi normalmente andiamo a vendere le verdure sotto la porta palatina e non ci avventuriamo oltre; più avanti, un po' a sinistra e prima di arrivare a porta Fibellona, ci sono tre chiese. Ma non sono tre chiese separate; cioè, mi hanno detto che erano separate, ma poi col tempo si sono unite. Quindi pensate a tre chiese, una a fianco all'altra, che poco alla volta nel tempo si estendono sia tra di loro che, con i portico, in avanti; in modo da costruire un portico unico e una chiesa grande e unica perchè tutti i lati comunicano tra loro.

La chiesa di mezzo è quella del Precursore, di San Giovanni; quella alla sua sinistra è san Solutore in ricordo dei primi martiri cristiani, quella a destra santa Maria del Dompno, che vuol dire del Signore.

L'interno è un dedalo: si può entrare da una parte e uscire dall'altra. Inoltre al fianco sinistro di san Solutore e a quello destro di santa Maria hanno costruito dei chiostri; quindi tutto è coperto da chiese e chiostri. Poi, dietro a queste tre.. ci sono zone.. strane."

"Ma non c'è il palazzo del vescovo lì?"

"Si, c'è anche il palazzo del vescovo, e dei cimiteri, e poi c'è il chiostro del Paradiso, e poi c'è la Sapienza. Sapeste che roba..."-

L'uditorio cominciava ad essere molto curioso e interessato. Donne e uomini e bambini si stringevano intorno a Gaspardo, qualcuno gli versava un bicchiere di vino, la sera era tiepida.

"Dai, racconta."

La Sapienza è un ambiente molto grande. Ha le finestre alte: tutte con i vetri. E' divisa in sezioni da muriccioli poco alti; ha una parte centrale che è una spece di rialzo largo, come se dovesse ospitare un altare, e libri, libri, tantissimi libri. C'è anche un forno, forse fanno del pane, e molte bottiglie e bottigliette dalle forme strane; boccette, contenitori."

"E chi sta lì?"

Poche persone ho visto da quelle parti; quasi sempre un uomo con la barba poco lunga e un mantello fino ai piedi. A volte è invece accompagnato da molte persone, una decina, sembrano sapienti, o saggi, e parlano lingue che non conosco. La notte di san Giovanni ero lì a controllare i puntelli, ho visto una luce nella Sapienza e sono andato a vedere.

Nella parte centrale, quella rialzata, c'erano tante candele, per terra, a costruire un cerchio largo più o meno come tre uomini distesi. In mezzo al cerchio, si muovevano delle figure. Dapprima non ho distinto chi fossero, poi ho visto; una era l'uomo con il mantello. L'altra era una donna."

"Una donna!! Lì!, nell'"insula episcopalis", non la chiamano così? Una donna!" Esclamo una delle mogli. " E cosa facevano? Si accoppiavano cantando i salmi?". Tutti risero un po'.

"No. La luce delle candele li illuminava dal basso; sembravano molto concentrati, seri, e sereni insieme.

Gli occhi di lei brillavano dolci; li intuivo alla luce tremolante delle candele, mi si fecero sempre più vicini, sempre più chiari; quegli occhi color nocciola non li dimenticherò più. Anche lo sguardo di lui era intenso e fisso negli occhi di lei.

Ad un certo punto..."

Si fermò, non sapendo se continuare il racconto; c'era il messo Medichino, poteva riportare chissà cosa.

Il suo amico Stefano versò un bicchiede di vino al messo, e uno a Gaspardo, e lo pregò di continuare.

Riprese il racconto.

"Entrambi avevano vesti lunghe; sembravano vesti regali, come se fossero un re ed una regina. Da lontano si sentivano i cori della messa della notte da san Giovanni e sentivo i brividi salirmi dalla schiena"

Stefano disse: " anche le donne a quell'ora la notte di san Giovanni avevano i brividi!" e tutti risero per un attimo, poi puntarono lo sguardo su Gaspardo.

"Si guardarono negli occhi per un po'. Poi entrambi si chinarono e presero un fiore con la mano destra.

Cominciarono una specie di danza descrivendo un cerchio a piccoli passi; sempre uno di fronte all'altro.

Alzarono le mani, come il parroco quando recita il paternoster nella messa; poi mossero entrambi la sinistra, e la strinsero l'uno con l'altra. Esattamente in quel momento dalle candele si levò una specie di fiamma rossa che durò un istante. Poi, sempre ruotando piano, forse nell'altra direzione non ricordo, alzarono i fiori; erano delle specie di tulipani, con il gambo molto lungo, li tenevano con la destra e lentamente chinarono i fiori in modo che si toccassero tra loro in alto; nel momento stesso in cui i fiori vennero a contatto si levò dalle candele una seconda fiammata rossa."

"E poi?"

"E poi sono caduto con un gran frastuono! Li stavo guardando aggrappato ad una finestra, sono scivolato e mi sono fatto anche male!"

"NOOOOOOO dissero tutti, non puoi lasciarci così!!"

Tutti ridevano e ricominciavano a bere, allegri.

" Ma li hai ancora visti quei due? "

" Sì, li ho visti ancora, una notte in san Giovanni";

"In san Giovanni! Di notte! Un'altra danza?!?"

Stefano gli versò un altro bicchiere, ormai forse ne aveva bevuti troppi, ma gli occhi che aveva davanti chiedevano spiegazioni, racconti.

La notte era scesa, le stelle luccicavano, gli animi erano allegri.

"Era la notte dopo quella di San Giovanni, mi ero fermato per parlare con gli scalpellini di Maestro Meo, quelli che erano arrivati da Roma con una mula. Erano arrivati tardi, ma avevano voluto vedere il cantiere, così li ho accompagnati a visitarlo; poi li ho accompagnati al loro albergo. Passando lì vicino ho visto dei piccoli bagliori in San Giovanni, quindi dopo sono tornato a vedere."

Stranamente c'erano delle guardie alle porte; probabilmente se mi fossi fatto riconoscere mi avrebbero fatto entrare; ma ho utilizzato qualche passaggio che conosco per entrare in San Giovanni da una porta laterale.

Quando sono entrato sono rimasto senza fiato.

La solea era tutta segnata da candele ai lati. L'avevo appena aggiustata: la solea è un percorso, una pedana sopraelevata che parte dal presbiterio, dall'altare, passa in mezzo ai banchi, e consente ai prelati di scendere in mezzo al popolo senza dover abbassarsi al loro livello; una specie di molo che passa attraverso la chiesa.

L'uomo era di nuovo vestito con il manto regale e stava percorrendo la Solea, a partire dal fondo e andando verso l'altare.

Dall'altare venne la donna. Era bellissima, splendida nel suo manto azzurro, regale nei suoi passi; di nuovo quegli occhi dolci e sicuri mi stordirono.

I due si avvicinarono poco alla volta, si congiunsero esattamente sotto la cupola, dove le candele formavano un cerchio e a terra c'erano i fiori pronti ad essere utilizzati come l'altra volta.

Quando si avvicinarono mi accorsi che una musica stava suonando, e forse anche un canto; tra le chiese di san Giovanni e quella di san Solutore c'era un grande organo a canne che le serviva entrambe essendo esattamente nel divisorio; il pensiero mi tranquillizzò, qualcun altro stava seguendo questa strana cerimonia, suonando e cantando.

I due si avvicinarono; questa volta i manti regali splendevano ancora di più grazie alla maggiore luce.

Cominciarono la stessa danza; anche questa volta le due fiammate rosse si sprigionarono dalle candele ma si trasformarono salendo in alto e diventando azzurrine; sembrava per un attimo che esistesse una colonna di fuoco sopra di loro che in alto era azzurro intenso, diventava rossa e poi gialla intorno a loro per scendere sotto e diventare marrone e viola, a costruire una colonna verticale.

Unirono le sinistre, unirono i fiori; prima di andare avanti, scollarono un po' le spalle a scostare i mantelli, tuffarono gli occhi uno nell'altro.

Entrambi portarono la mano alla spilla che unisce i bordi del mantello al collo; pensavo se lo stessero togliendo.

Intanto la musica saliva. il canto si innalzava più alto.

Lui disse una parola.

Lei rispose con la stessa parola.

Ho letto dalle loro labbra qual era".

"E che parola era?"

"Septingenti".

"Come septingenti? E che vuol dire?"

"Significa settecento".

"E allora? perchè settecento?"

"E che ne so? Questo dicevano, prima che prendessi il più grande spavento della mia vita"

"Spavento?? Ma cos'è quest'avventura?? Incredibile. Racconta racconta racconta!"

"Li vedevo di sbieco, e volevo vederli meglio. Allora ho deciso che sarei andato a vederli dalla balconata dell'organo; i cantori e l'organista non avrebbero potuto vedermi, conosco bene quella balconata, mentre io potevo sia vedere loro che la coppia 'regale'.

Così, facendo piano sono salito curandomi di non essere visto, mi sono accucciato, e finalmente ho potuto guardare; e lì ho preso, cari amici, come dicevo, il più grande spavento della mia vita.

L'organo suonava da solo.

I tasti scendevano come se fossero mossi da dita invisibili; i registri si muovevano tirati e spinti da... nessuno.

Non solo questo mi spaventò.

Dalle canne, usciva un canto, una voce.

Voce umana."

C'è la pagina Facebook di Krueger, e il romanzo si può approfondire e comprare su krueger.losero.net.

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

10 - un duomo di gelsomino

Al mattino correva sotto i portici di Torino; si svegliava alle 5.55, partiva dalla scuola dov'era ospitato e via di corsa: un percorso quasi interamente coperto dai portici da poter utilizzare anche nei giorni di pioggia.

La corsa era a volte preceduto dalla recita delle lodi del mattino; salmodiare nella cappella della scuola con gli altri confratelli gli dava un senso di appartenenza al mondo e alla storia.

Sotto l'abito talare indossava pantaloncini e scarpe da ginnastica, in modo da poter subito sgattaiolare dopo l'ultimo Gloria.

Poi la corsa; ormai aveva imparato come correre, c'erano voluti anni ma ora c'era riuscito in pieno.

Partiva da corso Vinzaglio, con i suoi palazzi storici, gli androni grandi e lussuosi. I primi due o tre minuti servivano a poco; solo a rompere il fiato e a mettere il corpo in condizione di proseguire da solo. Dopodichè tutto avveniva automaticamente; entrava in uno stato di partecipazione mistica nel quale i pensieri potevano liberamente fluire, una specie di meditazione in cui ogni pensiero acquistava una potenza superiore, come se fosse nutrito meglio ad ogni passo. In questo modo l'ora che passava a correre nelle frescura del mattino diventava una fontana di idee e nuove illuminazioni; in qualche modo lo sforzo fisico riusciva a far tacere il controllo della mente sui pensieri e, tolto questo tappo, lasciava fuoriuscire liberamente ciò che sorgeva dal più profondo.

A volte, addirittura, riusciva a mantenere la connessione con la notte. Capitava d'inverno, con il freddo e con il buio, saltando le lodi passava direttamente dal letto alla corsa cercando di unire il dormiveglia con l'ebbrezza da fatica dando continuità ai flussi dal profondo: partivano dal sogno e procedevano nella piccola estasi della fatica della corsa.

Percorreva la svolta in corso Vittorio Emanuele; il grande viale con la statua in mezzo, la mente ora calda, pronta, ricettiva. Portici un po' più grigi, ambiente in qualche modo più moderno.

Aggiungendo un po' di razionalità a volte era spaventato, a volte illuminato, a volte incuriosito da questo strano sè stesso in grado di produrre pensieri in fondo non suoi; aveva imparato che era necessario solo registrarli, appuntarli a mente, per poi riprenderli nel giorno e affrontarli.

Raggiungeva la stazione di Porta Nuova, svoltava in via Roma; razionale ed elegante, prima la parte progettata dall'architetto Piacentini così spigolosa ed essenziale - razionalista -, poi, dopo piazza san Carlo, quella in finto '700; ogni volta si chiedeva quale delle due fosse meglio riuscita. In mezzo, Piazza San Carlo; passando a fianco della chiesa di Santa Cristina guardava le finestre dell'oratorio delle Carmelitane Scalze, qualche tenue luce accesa testimoniava che probabilmente a quell'ora qualcuno recitava le lodi.

Quindi piazza Castello; poi il percorso era in leggera discesa fino al Po, sarebbe stato in salita al ritorno; anche questa piccola variazione altimetrica era stata oggetto di una specie di illuminazione quando aveva collegato la recita delle lodi con il desiderio che provava di andare a toccare l'acqua del Po durante la corsa. Così come le lodi lo riportavano ad una radice di sapienza profonda che gli illuminava la giornata il desiderio fisico di 'scendere fino all'acqua' e toccarla per esserne bagnato rappresentava nella corsa un punto forte, un momento topico a cui tendeva, quasi che la corsa potesse costituire una particolare liturgia dell'anima, un gesto con cui illuminare la giornata.

L'acqua rappresenta simbolicamente la conoscenza: dai suoi studi sulla simbologia il concetto appariva chiaro ed il volersi 'abbeverare' alla conoscenza prima di iniziare la giornata poteva essere fatto con la recita delle lodi o con il rito del passaggio sul Po, semplicemente due modi diversi di esprimere il 'gesto del mattino', un gesto che può appartenere ad una serie di altri che compongono nella giornata un modo per seguirne il flusso, per essere armonici con il tempo che passa. Per passare, in fondo, dall'essere dominatori del tempo alla consapevolezza di esserne dominati.

Da quel momento, da quando lasciava il Po e tornava in salita verso il centro, era come se fosse un ritorno, un rientro, come una discesa dopo che si è raggiunta la cima in una gita in montagna. Si sentiva un po' stanco ma piacevolmete tonico, i pensieri sereni, pronto ad affrontare gli impegni della giornata; ed era proprio questo ultimo quarto d'ora quello in cui era in grado di comandare meglio la mente, di dirigere i pensieri nella direzione voluta, ordinandoli in base alle necessità; per questo li mise in ordine, uno dietro l'altro.

Velocemente passò gli impegni di lavoro: lezione di italiano sul Romanticismo, correzione temi, riunione con i colleghi per i programmi. Tutto facile.

La ragazza dell'organo di San Filippo, Minah. Da subito l'aveva 'sentita' diversa e vicina, anche quando l'aveva rivista davanti al Duomo.

Poi quello che era successo con lei... non poteva non succedere. Non si sentiva in colpa.

La donna conosciuta in Duomo. Ecco, questo sì che era un bel pensiero; una via spedita alla conoscenza. "E' una discesa verso l'acqua come via Po" - pensò. Con un sorriso.

Poi il modo con cui l'aveva guardato Destefani quand'era con lei in piazza Castello. Perchè era così stupito?

E l'accusa di pedofilia, e quelle foto. Anche qui pensò che non poteva non succedere, che non si sentiva in colpa.

Questi erano i pensieri che gli avrebbero popolato la giornata; com'era d'abitudine se li coccolò un po' come se fossero vecchi amici da tenere buoni; sapeva che ognuno di loro avrebbe voluto un po' di tempo per sè, che i pensieri vengono proprio per quello, perchè vogliono stare un po' con noi, fare un pezzo di strada insieme.

Anche quelli più cupi, come quelli dell'accusa di pedofilia, pur facendogli male non riuscivano a sopraffarlo, men che meno a gettarlo nella disperazione; questo in realtà gli dispiaceva, sapeva dall'alchimia quanto fosse necessario, per crescere, la nigredo, lo stato di putrefazione del corpo e dell'anima, per crescere il momento in cui ci si sente bruciare dentro e si anela all'acqua che lo spenga. L'alchimia come psicologia del profondo l'aveva conquistato ormai da tempo; gli anni passati a studiare la trasformazione della materia gli avevano regalato una mente robusta, la pietra filosofale gli era vicina.

Svoltando da via Cernaia in corso Palestro tutta la sua forza fu messa a dura prova da un solo sguardo. Anzi, due sguardi, uno dietro l'altro.

Il primo fu di Minah. Lavorava in un banco al mercato sul corso e quasi si scontarono.

Il secondo fu della donna del Duomo; stava prendendo un caffè ed era seduta proprio nel bar di fronte, aveva girato lo sguardo mentre i due si stavano per scontrare.

Nessuna delle due donne si aspettava di vederlo così; l'avevano sempre visto in abito talare, vederlo ora correre atletico in maglietta e pantaloncini le colpì entrambe.

Il triangolo di sguardi aumentò di intensità senza che si riuscissero a dire nulla.

Le due donne non erano così sicure che fosse effettivamente il prete che avevano conosciuto.

Entrambe inoltre videro che lui guardava alternativamente una e l'altra; quindi si guardarono tra loro, una con in mano quella che era stata una scatola di banane piena ora di mercanzia, l'altra dietro il vetro del bar con il caffè in mano che restava a mezz'aria, non sapendo bene cosa fare.

"Ciao Minah" - disse lui, respirando più affannosamente del dovuto e rompendo gli indugi, confermando così la propria identità.

Lei aveva una maglietta sottile, un paio di fuseaux corti fino alle ginocchia e le solite scarpe troppo grandi. Posò la scatola, bofonchiò un buongiorno e tradendo la sorpresa per essere stato sorpreso in quelle vesti con dei mezzi sorrisi accennò alla possibilità di suonare ancora sul restaurato organo di san Filippo.

Le diede qualche risposta rimandando ad un futuro colloquio maggiori approfondimenti, cercando di sgattaiolare via al più presto; ma qualcosa lo fermò. Gli occhi di Minah esprimevano un piacevole stupore; lei lo stava trattenendo con altre domande per averlo ancora un poco vicino.

Lui ne rimase a sua volta un po' stupito; e nella condizione piacevole in cui ci si sente desiderati si trattenne ancora un poco, assumendo un atteggiamento più sicuro prima di trovare una scusa per andarsene; si sentiva comunque un po' impacciato, e sicuramente molto sudato, quindi cercò di salutare e andarsene, visto che con la coda dell'occhio vide che anche la donna del Duomo se n'era andata, non c'era più al bar.

Riprese la corsa, ma non durò molto; all'angolo successivo, quello con via Bertola, la donna si fece vedere a qualche metro di distanza, cercandolo con lo sguardo; lui non potè evitare di fermarsi a salutarla, ancora più imbarazzato per il sudore e l'abbigliamento.

Lei aveva quello che giudicò uno strano vestito, leggero ma molto largo in fondo a chiudersi ai piedi quasi come un uovo; le ricordò un vecchio acquarello di Victor Hartmann - "guarda Trilby" - pensò. A lui sembrò meno conturbante e bella di come se la ricordava, trotterellò verso di lei rallentando la corsa; ma quando le fu vicino i suoi occhi gli ricordarono perfettamente perchè l'aveva considerata conturbante e bella, e si pentì un poco ad averla pensata come Trilby.

Lei lo guardò arrivare, squadrandolo da testa a piedi forse in modo più insistente del necessario, utilizzando anche lo sguardo professionale che negli anni si era costruito; si lasciò sfuggire un risolino compiaciuto, al 'buongiorno!' di lui rispose con un'occhiata al corpo e con un 'non male, eh!' accompagnato da un largo sorriso.

"Devo andare, perdonami" le disse subito per togliersi d'impaccio, piacere di averti rivista... e si accorse di non saperne il nome, e lasciò la frase lì a forma di punto interrogativo.

"Verdiana" - lei disse, mi chiamo Verdiana. Anzi, Verdiana Bonavischio, per dirla tutta.

"Verdiana? Sicura?"

Nell'immaginario di Krueger si presentò Santa Verdiana, la santa dei serpenti; e subito pensò al quarto mancante: il corpo, la femmina, il male.

"Come sicura! E' il mio nome!"

Uno strano sguardo passò negli occhi di Krueger, che si piantarono un po' troppo insistenemente in quelli di Verdiana, che ne provò una strana, interrogativa sensazione.

Uomo interessante, sì, definitivamente, pensò, e rompendo gli indugi gli propose due passi nel pomeriggio per continuare le chiacchiere, magari andando insieme alla mostra d'arte che s'era inaugurata a palazzo Madama da pochi giorni.

Perchè no lui disse, certo, stassera alle sei va bene, ci vediamo lì davanti. A stassera! E risprese la corsa e trotterellando tornò verso l'istituto con un vago sorriso dipinto in viso... Verdiana, Trilby... che combinazione.

Lei lo guardò ancora un po' e disse che voleva da lui un favore:

"non venire in abito talare... puoi?"

Più o meno un'ora dopo, mancavano pochi minuti al suono della campanella dell'inizio delle lezioni e l'incontro con il preside in aula docenti non fu piacevole.

L'ometto con un viso ostentante falsa sofferenza disse:

"Professore, dobbiamo parlare di quella incresciosa situazione; se le è possibile domattina potermmo incontrarci verso le undici nella sala dei colloqui? se possibile vorrei che mi aiutasse a chiarire, e se possibile mettere a tacere, le voci su di lei per il bene e la reputazione della scuola."

Se possibile, se possibile, se possibile... che falsa gentilezza, pensò. Non aveva possibilità d'uscita e disse un 'va bene' secco.

Ragionò su come la vita presenta sempre accanto ad aspetti positivi altri negativi; non si ha tempo di godere di una buona cosa che subito... ecco l'altra negativa che la segue. Ormai da tempo aveva capito quanto ciò fosse una regola e quanto le cose corressero una nel verso opposto all'altra, come se si trattasse di un sasso legato ad un elastico; lo si può scagliare fortemente in una direzione ma più ci si sforza da una parte, tanto più forte tornerà indietro. Non era, questa, una conclusione filosofica a cui era arrivato da solo; gli studi sull'alchimia lo testimoniavano in modo chiaro, anzi, faceva parte di quella 'propedeutica alchemica' della quale aveva sognato di tenere corsi; le nozioni basilari, il cerchio formato dall'uccello con le ali e quello senza ali, uno col becco che afferra la coda dell'altro, nell'infinito rincorrersi di due aspetti della stessa cosa.

"Per fare i miracoli della cosa una" recitava nella propria mente.

"Vero verissimo, come in alto così in basso, "Verum, sine mendacio certum et verissimum, quod est inferius, est sicut quod est superius, et quod est superius, est sicut quod est inferius: ad perpetranda miracula rei unius", sorrideva pensando alla traduzione "per fare i miracoli della cosa una", veramente insignificante nei confronti del latino, "ad perpetranda miracula rei unius"... tutt'altro suono.

Aveva ancora in testa la tavola smeraldina di Ermete Trimegisto che conteneva queste parole quando entrò in classe, e compilato il registo alzò gli occhi sulla classe.

Li guardò in viso.

Tutti, uno ad uno.

La classe si imbarazzò - perchè non parla, perchè non dice nulla.

Qualche colpo di tosse, tanto per sdrammatizzare il momento.

Li guardò ancora in viso singolarmente, teneramente, e li amò; ogni volta che le parole della tavola gli venivano in mente provocavano effetti collaterali, dando potenza ai suoi sentimenti.

Ad perpetranda miracula, si ripeteva fissandoli, vedendo quel 'perpetranda' negli occhi vivi dei ragazzi, mentre i pensieri andavano alla contemplazione della 'cosa una' che in loro si rifletteva e convergeva su di lui con i loro sguardi.

Un attimo ancora su quegli occhi e gli si lacerò la mente percossa da un pensiero lancinante, improvviso e ingestibile; nella solita visione mentre camminava in mezzo ad una chiesa romanica illuminata da torce aveva di fronte la donna che lo guardava serena e prima che sganciassero contemporaneamente la spilla che fissava al collo i mantelli lui portava la mano destra che prima teneva un fiore verso di lei e le consegnava qualcosa, sembrava un piccolo oggetto che lei prendeva in mano e portava al petto.

Quel passaggio dell'oggetto gli riempiva la mente, lo accecava, non vedeva cosa fosse ma notava il colore blu, blu intenso, sembrava quasi luminescente: il gesto lo rivedeva due, tre, infinite volte nel giro di pochi decimi di secondo.

Poi, come al solito dopo le visioni, rimase scosso ma profondamente calmo, lucidissimo.

La condizione ideale per una lezione; gli si allargò un sorriso in viso, dicendo ragazzi scusate ero un po' sovrappensiero, partiamo con la lezione anzi, partite voi: vince chi insulta meglio il Romanticismo, ma voglio che ci andiate pesante.

Anche il viso di Rapetti Francesco, detto Ciccino, si illuminò come quello deglia altri, alzò la mano e fu il primo a parlare sfoderando critiche efferate alle quali il professore, come fosse un accusato, rispondeva in toni accesi, come se si fosse trattato di un processo in tribunale. Gli piaceva insegnare così: la classe si divertiva e in quelle condizioni, pensava, si impara meglio.

Fu trattando della spiritualità instintiva, e dell'istintivo senso religioso, della forza delle tradizioni popolari proposte dal Romanticismo che si accorse di avere un pensiero che lo stava guidando, che lo stava portando a parlare di qualcosa che lo interessava; lo capì esattamente percependo di non essere lui a guidare la lezione; di non esser lui, in fondo, neanche a guidare sè stesso, ma di essere preda di forze non controllabili.

L'aveva imparato che le cose stavano così; invece di opporsi come tante volte aveva fatto, acconsentì fiducioso alle forze che gli nascevano dentro e cercò di annusare l'aria, di capire come avrebbero raggiunto il loro scopo; quindi parlò liberamente, senza cercare di controllarsi come se fosse un osservatore esterno di sè stesso.

"Cos'è che mette insieme due persone, secondo voi?" chiese. "Perchè due si fidanzano? Proprio perchè esiste questa forza profonda, questa ricerca nel profondo di sè. Quando due persone mettono in comune la propria parte più istintiva e profonda, allora può succedere che s'innamorino."

A questo punto il discorso deviò un poco dal Romanticismo, ma la classe s'era infervorata.

"Provate a pensare a Lucio Dalla, Anna e Marco, la canzone; qualcuno la conosce? Lo descrive molto bene; mettono in comune i propri bisogni fondamentali e stanno insieme. Cito. Anna avrebbe voluto morire, Marco voleva andarsene lontano, qualcuno li ha visti tornare tenendosi per mano."

Riprese.

"Contemporaneamente al Romanticismo, su questi stessi presupposti, in Russia si formò il "gruppo dei cinque"; intellettuali, poeti e musicisti, che allo stesso modo rivendicavano lo spirito della propria terra, uno spirito di riconquista delle radici istintive e nazionali; tra questi anche Mussorgsky, il famoso compositore."

"Quello dei 'Quadri!'" disse qualcuno.

"Sì, quello dei 'Quadri di una esposizione'."

Fu esattamente lì che Krueger si rese conto della strategia delle forze che lo stavano guidando. Non fece resistenza, come faceva una volta, le lasciò andare, tranquille; anzi le ammirò, come quando si ammira l'intelligenza che ha scritto la sceneggiatura di un sogno, lontana da sè ma comunque dentro di sè. Contemporaneamente a questo sentimento di ammirazione, la visione della donna che accoglie l'oggetto blu si ripetè.

"Mussorgsky scrisse i 'quadri' vedendo una mostra dedicata ad un architetto pittore a cui era molto legato, Victor Hartmann, morto di enfisema a trentanove anni qualche mese prima; Mussorgsky ne aveva trentacinque. Era affezionato e fu molto colpito dalla mostra, organizzata da un amico comune al quale dedicò la composizione che è per pianoforte, poi orchestrata magistramente qualche anno dopo da Ravel.

In questa composizione per pianoforte, molto immaginifica e nella quale lo strumento è usato in modo anomalo per l'epoca, si alternano 'passeggiate' tra un quadro e l'altro alle descrizioni musicali dei quadri stessi; c'erano circa quattrocento disegni, aquerelli e quadri di Hartmann, dei quali non se ne conserva più quasi nessuno."

Ci fa qualche esempio di quadro musicato?

"Certo!" disse, sorridendo per i pensieri che gli stavano pulsando in testa, e seguì la descrizione di alcuni quadri: l'ebreo ricco e quello povero, la grande porta di Kiev, lo gnomo.

"...e tra gli altri c'è il 'Balletto dei pulcini nei loro gusci' che si ispira ad un balletto in cui alcuni allievi di una scuola di arte drammatica dovevano comportarsi come pulcini".

"Che parte è? Ha un titolo?" Chiese Maretti Francesco curioso.

Kruger aspettò un attimo, pensando alla figura descritta nel balletto, pensando a sè, alle forze interiori, alla mattina. Poi rispose.

"Sì, si chiama Trilby".

Finita la scuola trovò una sorpresa in sala professori: don John Chiodi, che lo sotterrò veemente in un abbraccio forte e sincero.

Si erano conosciuti qualche anno prima risiedendo insieme in quell'istituto; poi lui era partito in missione nel Messico, insofferente delle gerarchie che la congregazione imponeva, convinto di essere molto più utile nei sobborghi poveri messicani che tra le mura di una scuola privata borghese del centro di Torino. Gioviale, estroverso e sempre allegro, lo invitò a pranzo

"Certo, andiamo in mensa" disse Krueger.

"Ma quale mensa!!" guarda che giornata... andiamo fuori, portami in qualche bel posto ma togliti questa pelandrana " - e disse sottovoce con un occhiolino - "sembri un prete!".

Si cambiò pensando che per due volte nella stessa giornata gli avevano chiesto di togliere l'abito talare - doveva essere un segno - e finirono a mangiare e a chiacchierare sotto gli alberi di piazza quattro marzo, sorridendo e raccontandosi le vicende degli ultimi anni.

A fine pasto John tirò fuori dalla borsa a tracolla che sembrava senza fondo - quanti misteri, in quella borsa, pensava Krueger - una bottiglietta di Mezcal, il liquore messicano, un tipo di Tequila con un grosso verme al fondo.

Era una bottiglia piccola, meno di mezzo litro, e il verme lì sembrava ancora più grande, ingrandito dal vetro e dalla rifrazione del liquido.

John, guardando Krueger in trasparenza dietro la bottiglia, disse: "Mezcal anejo, altro che quello giovane; lo vedi, dal colore più carico, ha un gusto più morbido e in soli 55 gradi di alcol".

"E il verme?"

"Uh, ha un sacco di proprietà magiche; è un afrodisiaco, un allucinogeno e ti rende più ubriaco".

"Una trovata commerciale!"

"Certo!!!" e risero tutti e due.

John continuò. "A Oaxaca ho conosciuto Antonio De Leòn Rodriguez, un biologo molecolare. Ha indagato la composizione del Mezcal con e senza gusano, cioè il verme. Servirà per il marketing, ma altera anche la chimica del liquore, aggiunge composti saturi e insaturi come il " - e scandì bene- " cis-3-Hexen-1-ol; bel nome vero? E' usato nell'industria dei profumi per la sua fragranza di foglie ed erbe ed è un ferormone per molti insetti e mammiferi; è provato come sia coinvolto nei fenomeni di attrazione tra animali, non è provato che lo sia per gli esseri umani - 'Il metzal ti rende felice' - mi diceva De Leon".

"Quindi vuoi dire che possa essere veramente un afrodisiaco? cioè che lo sia chimicamente?"

"Che me ne frega? Ho fatto voto di castità, io." - e scoppiò a ridere. Poi fingendo serietà: "Ma tu no".

John conosceva molto bene Krueger, scandì bene le sillabe, e ne versò un poco in entrambi i bicchieri.

"E' pomeriggio, devo correggere i compiti, devo...".

John prese il suo bicchiere e cominciò a sorseggiare.

Il verme si muoveva ancora al fondo per effetto del movimento della bottiglia.

Al termine della via il Duomo risplendeva nei suoi marmi bianchi e nelle sue austere dolci forme.

Krueger non sapeva se il Mezcal potesse dare la felicità, ma il viso del suo amico ne aveva qualche certezza in più.

Continuava a sorseggiarlo, piano, dolcemente, assaporando la brezza leggera nella tranquillità del dopo pasto; non guardava Krueger, il volto era perso lontano tra qualche nube che pigramente si allungava nel cielo sereno; lo sguardo tornò sull'amico solo quando ne percepì il movimento della mano che prendeva il bicchiere e lo portava alle labbra.

Un sorso, e un secondo.

John guardò l'amico in viso, e gli disse "è solo marketing", e risero un poco insieme.

Non ne bevvero oltre ma chiacchierarono ancora parecchio, poi si salutarono e John lo sommerse di nuovo nel suo abbraccio generoso e fecondo.

Fu tornando verso l'istituto che Krueger pensò che quell'uomo ogni volta che lo incontrava gli lasciava qualcosa di buono e grande addosso, un sentimento di amicizia e di riconoscenza, e... forse altro.

Sentì qualcosa di pesante nella giacca, e trovò nella tasca la bottiglia di Mezcal.

Assaporando la giornata calda con la brezza fresca si attardò a passeggiare un poco fino ad accorgersi che ormai non aveva più tempo di correggere i compiti, si avvicinava l'ora dell'appuntamento a palazzo Madama per la mostra d'arte. Arrivando da via Garibaldi verso Palazzo Madama con qualche minuto d'anticipo la vide da lontano.

"Altro che Trilby" pensò.

Diffondeva eleganza leggera e sofisticata; nessuna sbavatura, nessuna esagerazione, leggera femminilità coronata da un sorriso divertito ondeggiante sui tacchi.

La raggiunse con un 'buonasera!' tra il timido e l'invitante, lei gli sorrise e gli accarezzo appena il gomito, come fosse il riassunto di un abbraccio, restituendo il saluto; entrarono in Palazzo Madama salendo dallo scalone di Juvarra e lui si fermò un attimo a contemplare l'effervescente leggerissima bellezza di quei marmi imponenti, delle arcate saettanti, dei finestroni di luce immensa, e respirò il suo profumo, pensò alla corsa del mattino, alla lezione con i ragazzi e al Romanticismo, e a John e al Mezcal, e non potè che ringraziare la vita per avere così tanto e che sì, la pietra filosofale, esisteva.

Lei si stava abituando a quegli attimi di rapimento che quell'uomo spesso aveva; sembrava respirare più avidamente come se potesse introiettare storia, cultura e significati dalla luce che gli entrava negli occhi attraverso ciò che vedeva.

"Un caffè prima della mostra?"

Si avviarono verso la caffetteria, in un angolo bellissimo del palazzo splendente della luce che entrava dalle grandi finestre e rendeva ancora più accoglienti i pigri divanetti pronti ad accoglierli.

Sui tavolini i due caffè fumanti, qualche parola sulla mostra: van Gogh, lui non ne sapeva un gran che ma lei sembrava una vera esperta.

A lei non sembrava vero di conoscere qualcosa meglio di lui, così esperto in tutto; dolcemente si mise a spiegare ciò che sapeva del pittore e di ciò che avrebbero visto e, spiegando e gesticolando, urtò il petto di Kruegg, proprio dove era riposta la bottiglia di Mezcal.

Lo sguardo di lei divenne divertito e interrogativo; non osava chiedere a parole cosa ci fosse in quella tasca, ma il viso esprimeva la domanda con altrettanta efficacia, così Krueger tirò fuori la bottiglia per fargliela vedere.

In quella luce del tardo pomeriggio estivo brillava ancora di più, come un gioiello, ed il verme le conferiva un aspetto spaventoso ed affascinante. Gli occhi di lei erano totalmente conquistati dall'oggetto, sentiva salirne dentro un appetito quasi animale, un luccichio dell'anima che a volte aveva provato di fronte alle perversioni dei propri clienti, una voglia irriducibile di curiosità, di conoscenza, di appagamento.

Tenendo la bottiglia in alto lui ripetè le spiegazioni di John, pur non ricordando il nome di quello strano composto.

Lei si alzò, andò al banco del bar e tornò con due bicchierini vuoti, li pose davanti a lui senza parlare.

Lui pensò eh no, di nuovo, ne ho appena bevuto prima, sono a stomaco vuoto, sarà solo marketing, ma davanti ho una donna e stiamo per passare la serata insieme.

"Appunto", si rispose, e versò il liquore nei bicchierini.

Dopo il caffè aveva un gusto diverso, quasi mutato rispetto a prima; ma la sensazione di appagamento splendeva sul viso di entrambi.

"Il mezcal rende felici, dicono", disse lui.

"Più felici", lei sottolineò con uno sguardo di intesa; e si avviarono verso la mostra.

Ma che ci faccio qui, con questa donna che mi fruga il cuore, con questa bottiglia nel taschino.

Dove mi ha portato questa vita?

Ho scavato, scavato, scavato. Ho trovato cose forti, vere, ho costruito la mia casa sulla roccia; i pilastri della specie umana mi sono balenati davanti, li ho visti, mi sono prostrato davanti a loro, sono stato in territori della mente dove pochi uomini possono essere stati, ho conosciuto cose che pochi hanno conosciuto.

Kemia mia, terra nera, favola dei miei giorni. Mia luce, mia forza, mia saggezza: a te mi inchino.

'ad perpetranda miracula...' io so, io conosco, respiro forte le radici dell'Uomo.

E ancora una volta il vento spazza tutto.

Un poco alterato, un poco illuminato, da questo mezcal che mi scorre nelle vene; un poco soggiogato da questa donna che pesca a piene mani dalle profondità degli uomini, che ristabilisce i ponti tra i generi, che porta l'equilibrio tra il maschio e la femmina.

Non pensavo di vivere fino a questo; pensavo al brivido del miraggio di un equilibrio più avanti, oltre a questa esistenza.

E invece.

E invece sono qui, davanti alla toilette di un museo, ad aspettare che lei esca per andare insieme a questa mostra; e non voglio altro, ora.

Anni di studi.

Scudi innalzati contro il mondo, così becero; l'abito talare come protezione contro l'ignoranza del volgo, contro le insidie degli istinti, contro il velo di Maya.

Anni di visioni.

Perforato, tormentato, scosso da questo sogno cosciente, così struggente da non poter desiderare altro che saperne di più. Eppure così limitato nel tempo, così indipendente da me, così forte, così puro, così vero da non poterne dubitare.

Una certezza litica, un punto saldo: nella mia vita quella visione è la traccia del mio destino, forse del mio passato, forse del mio futuro; infine, che differenza fa? Solo lì c'è certezza.

"E cos'è quel viso così serio? Andiamo!"

Il sorriso sui tacchi lo invitava a procedere, si ridestò dai pensieri e la seguì nelle sale dell'esposizione.

Van Gogh. La prima cosa che intercettò furono i colori, ma non lo colpirono direttamente, in realtà rimbalzavano.

La cosa che lo stupì fu proprio questa: percepiva attraverso i quadri come il pittore fosse stato stregato dai colori del mondo e come avesse cercato di riportare questo struggimento sulla tela, cercando in questo modo di condividere queste sensazioni così potenti.

Con questa chiave di lettura procedette nelle altre stanze, ma ne fu sopraffatto.

Si trattava di una mostra multimediale; non c'erano quadri esposti, ma una serie di proiettori riempivano le pareti di dipinti, movimentandoli e associandoli a musiche coinvolgenti. Mentre lei spiegava i periodi, i metodi, i nomi dei quadri lui fu trafitto da questa sensazione di immedesimazione nelle sensazioni del pittore prima che cominciasse a dipingere e vedeva nei quadri il veicolo per percepire quella sensazione primordiale, istintiva, totalizzante.

Si sentiva un po' oltre il normale, come se avesse una certa ipersensibilità.

Già il Mezcal l'aveva innalzato rispetto alla normalità; la vicinanza di quella donna, così prossima ai segreti del regno dei maschi, ancora lo portava in alto; i colori, i quadri ancora di più; le musiche ancora... si sentiva come un essere dalla pelle sottilissima e sensibile, pronto ad esplodere ad ogni nuova emozione eppure desideroso di averne ancora altre, e di più e più forti.

Passava da una sala all'altra con l'entusiasmo di un bambino, drogandosi di colori e musica, sottobraccio a quella che era il suo passaporto verso il pittore, la sua guida verso le emozioni.

Una nuova stanza con proiezioni su tutte le pareti lo conquistò con i blu e con i gialli; le prime note del concerto di Colonia di Keith Jarrett lo stesero definitivamente, portandolo ad abdicare il suo livello cosciente. Ormai non era altro che un fascio di emozioni in preda agli avvenimenti; si sentiva debole e contemporaneamente fortissimo, di una lucidità mai provata insieme alla provvisorietà di un cristallo finissimo ed elegante che si confondeva con... il suo profumo, che lo portava in uno stato di coscienza impalpabilmente leggero.

Lei percepì questo stato di delicatissima ebbrezza lirica nell'uomo che aveva a fianco, nell'uomo che stava interrogando la sua stessa essenza di donna messa al servizio dei vizi degli uomini, servizio al quale lui sembrava riservare una nobiltà impensata fino ad allora.

Attraverso lui veniva riflessa la sensibilità verso i quadri che le rimbalzava addosso; vedeva nei quadri che conosceva a memoria nuove note, nuove melodie e accenti così forti da stupirsi di non essersene mai accorta prima.

Un ambiente era stato arredato con cuscini; le proiezioni avvenivano sulle pareti ricurve verso il soffitto, una specie di cupola; i visitatori venivano invitati a stendersi sui cuscini, dei grossi futon, per ammirare sulle pareti e sul soffitto i quadri proiettati mentre la musica ne sottolineava la sequenza e gli umori.

Si stesero vicini.

Lei appoggiò il viso, ed un braccio, sulla sua spalla, sul suo braccio.

"solo oggi, solo ora", gli disse.

Lui voleva dirle "no, non solo oggi" ma si limitò a guardarla e a sorridere, e a sentire dolcemente il suo corpo caldo vicino a lui, ricordando la dolce sensazione di una femmina accanto al suo corpo; erano anni che non succedeva in quel modo così dolce.

Dalle pareti attraverso le proiezioni cominciarono a scendere parole. Una dietro l'altra: parole scritte con una calligrafia veloce, lettere intere scorrevano, e lui le sentiva una ad una, le parole che vogliono descrivere l'acqua della conoscenza che fluisce lungo le pareti come un velo liquido.

"Le lettere al fratello", lei gli disse, "ne ha scritte centinaia, spesso una al giorno". Lui riconobbe nella calligrafia l'intensità dell'emozione, la vicinanza con il fratello, l'assonanza spirituale; e subito tornò alla mente la mattina a scuola e gli occhi di Maretti Francesco detto Ciccino, l'amicizia forte tra Victor Hartmann e Vincent Mussgorsky, e quasi pianse al pensiero del dispiacere di Vincent nel sapere della morte di Victor, e a quanta forza e disperazione e amore fosse legata ogni singola nota dei 'quadri', e si riporpose di scandargliarle una ad una per distillarne la forza e il senso, di chiedere a Minah di suonarle una volta per lui; oh,l'avrebbe adorata se l'avesse fatto.

Poi successe l'inaspettato.

Già era emozionato, per molti motivi: la donna, Mussgorsky, le lettere, Minah, i quadri. Il Mezcal.

Ma non doveva succedere quell'altra cosa; ogni persona può contenere una certa quantità di emozioni, dopodichè va in sovraccarico e... sbarella, si dice, non contiene più così tanto dentro di sè, non ce la fa a sopportare così tanta intensità nella stessa unità di tempo e di spazio. Avrebbe voluto avere una settimana a disposizione per poter sentire ciò che in quel secondo stava capitando; ma non si poteva.

Non gli restò che subire grato il diluvio di emozioni che aveva scatenato la musica associata alle parole scritte da van Gogh che fluivano sulle pareti.

Ecco cosa capitò: il "duetto dei fiori", dal Lakmé di Délibes, si librò leggero dagli altoparlanti, si diffuse sornione nella sala, raggiunse intenso come un profumo le loro orecchie.

Lei capì l'intensità con cui era stato colpito, lo fissò negli occhi e gli disse "questo volevo per te".

Lui non oppose resistenza ad una carezza sul viso.

Non oppose resistenza alle voci delle due donne del canto, Mallika e Lakmé, se ne lasciò inebriare.

La schiava Mallika che canta

"Oh mia padrona!

È l’ora nella quale vedo il tuo volto sorridente

L’ora benedetta nella quale posso leggere

Nel cuore sempre chiuso di Lakmé!"

La padrona che le risponde, cantando, che costruiranno un duomo di gelsomino e rose che le richiama a vivere insieme.

La schiava ancora, innamorata della padrona, risponde

"Sotto la cupola fitta di bianco gelsomino

Che alla rosa si stringe

Sulla riva fiorita che ride al mattino

Vieni, discendiamo assieme.

Scivoliamo dolcemente

Lungo i deliziosi flutti

Seguiamo la corrente fuggitiva:

Sull’onda fremente

Con mano noncurante

Vieni, guadagniamo la riva"

Era troppo e sapeva di non poter resistere; così non oppose resistenza alle emozioni, lasciò che la mano di lei lo sfiorasse, forse uscì una lacrima, non sapeva bene se di struggimento, di gioia o chissà cosa, e lì, disteso tra i cuscini con a fianco quella donna così vicina, si lasciò andare alla visione.

E questa volta vide chiaro, e non ebbe paura.

Il re e la regina, il sole e la luna.

Procedevano sulla solea, la pedana rialzata, in mezzo alla chiesa antica; torce alle pareti illuminvano la scena.

Entrambi con mantelli regali; ma la luna sembrava splendere sotto i piedi di lei mentre camminava, il sole sotto quelli di lui.

Si avvicinarono esattamente sotto il centro della cupola della chiesa.

Lui le porse la sinistra; lei rispose e le diede la sinistra, si tennero la mano, sollevata a mezz'aria.

Con la destra presero un fiore, lungo, lo tenevano per lo stelo; incrociarono i due fiori sopra alle sinistre unite.

Dall'alto scese qualcosa di chiaro, forse una colomba e stese un qualcosa di non ben identificato in verticale così che le sinistre, i fiori, e quella specie di bastone formavano tre assi perpendicolari tra loro.

Poi staccarono le mani, posarono i fiori, la colomba sparì.

Posarono entrambi le mani sulla spilla che univa, sotto la gola, i mantelli; stavano per aprire la spilla, liberandosi dei mantelli. Sotto erano nudi.

Si guardarono con uno sguardo sereno di intesa.

Prima di iniziare a togliere i mantelli, lui fece un piccolo gesto.

Aveva qualcosa in mano; nella destra. Qualcosa di molto piccolo grande come una nocciola e glielo porse.

Lei lo prese con la destra; sembrava sorpresa, lo riprese in mano e non lo guardò, chiuse il pugno intorno a quel piccolo oggetto.

Si era appena visto, nel passaggio, che era qualcosa di blu.

Lei lo portò al petto, e chinò il mento, lasciando gli occhi fissi su di lui.

Stette.

Poi alzò la mano, con il palmo aperto e l'oggetto blu in mezzo; era perfettamente simmetrico ed i pensieri di Krueger andarono al Graal.

Poi lei abbasso la mano; ma l'oggetto non si spostò.

Rimase a mezz'aria; cominciò a splendere, ad ingrandirsi, a sollevarsi.

Diventò blu acceso, grande come un piccolo uovo, librandosi all'incirca un metro sopra di loro, diffondendo una luce azzurra.

La cupola si comportò come una immensa conchiglia, riverberando la luce su di loro.

Le tre direzioni del mondo si illuminarono; dall'est all'ovest un raggio percorse la navata sopra la solea, il transetto fu trafitto da nord a sud, dalle profondità della cripta sotterranea con i suoi morti salì un raggio verso il centro della cupola in alto; i tre raggi si incontravano esattamente nell'uovo blu.

Contemporaneamente, in quell'attimo, caddero i mantelli.

Le parole continuavano a fluire nelle pareti, il Lakmè risuonava, Krueger si accorse che la sua visione era durata poche frazioni di secondo.

Riprendendo la ragione pensò al tempo sacro descritto da Mircea Eliade, alla concezione non lineare del tempo negli stati alterati di coscienza.

Erano lì, distesi sui cuscini, una a fianco all'altro.

Lei percepì qualcosa di mutato nel suo sguardo, capendo che non avrebbe capito.

Si strinse un po' più forte al suo braccio.

"Solo per oggi", ripetè, appoggiando il viso sul braccio, strigendolo forte e chiudendo gli occhi, conscia che quello non sarebbe stato il suo futuro.

"Solo per oggi".

[ Cupola della chiesa della Beata Vergine Incoronata, Sabbioneta]

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

11 - causa, caso e caos

Quello era il giorno libero da lezioni, e dover proprio incontrare il preside quella mattina per la storia della pedofilia lo aveva già messo di cattivo umore.

Il giorno libero serviva ad altro, le sue abitudini erano diverse; doveva servire ad esplorare, conoscere, studiare; non per risolvere problemi noiosi. Proprio per questo aveva scelto il mercoledì, giorno dell'intelligenza e della comunicazione, di Mercurio e di San Luca e dell'arancione, del celeste e dei colori fluo. Sembrava sprecato doverlo spendere per affrontare quella situazione.

E' vero, c'erano le foto; e quello nelle foto era lui, e quella nelle foto era una ragazza, e l'atteggiamento era esplicitamente sessuale; inequivocabile. Ma perchè quelle foto erano finite sulla scrivania del preside? E chi poteva averlo denunciato, e perchè?

La corsa del mattino fu utile per mettere in riga i pensieri; ma nessuna illuminazione arrivò ad aggiungere nuovi elementi, nuovi punti di vista. L'unica cosa che l'inconscio sembrava suggerirgli riguardava il luogo dell'incontro previsto: perchè la sala colloqui? Con il preside aveva sempre parlato in presidenza, nel suo ufficio; per quell'incontro invece gli aveva dato appuntamento nella sala colloqui.

L'inconscio lo allertava, ma non capiva perchè.

Era una sala ampia, con un tavolo al centro e sedie sui lati, situata sull'angolo dello stabile e con finestre su due lati; normalmente i docenti e parenti utilizzavano una zona del grande tavolo avvicinando le sedie per avere un colloquio riservato. La stessa sala veniva utilizzata per le riunioni dei docenti.

A fianco di questa ce n'era una più piccola, un disimpegno con armadi e credenze, che aveva un accesso autonomo e si apriva sia verso la sala dei colloqui che, dalla parte opposta, verso la mensa dei sacerdoti; quindi erano allineate e intercomunicanti la sala dei colloqui, il disimpegno, e la mensa; ognuna con accesso proprio, ognuna accessibile anche dal disimpegno.

Il preside era già lì ad attenderlo; sul tavolo quella che riconobbe come la busta con le foto, davanti a lui un'agenda ed una penna stilografica.

Nonostante gli anni il preside aveva conservato una capigliatura di colore corvino, che si apriva in una calvizie rada concentrata al centro del cranio; gli occhi piccoli, da topo, gli occhiali spessi, le labbra sottili, il fisico magro e asciutto, gli incisivi piccoli, ben allineati e prominenti sul mento quasi assente suggerivano un'impressione di metodica malcelata avarizia, di un mondo chiuso in quattro pensieri ben custoditi ed inattaccabili.

Il preside Donald Guerrini utilizzava il proprio nome inglese per suggerire frequentazioni internazionali di circoli filosofici esclusivi; si era inserito in specifiche mailing list e spesso, durante le riunioni, disponeva ben ordinate al suo fianco le stampe delle email ricevute, delle quali non parlava mai; una sola volta, interrogato sull'argomento da un docente più coraggioso degli altri, rispose che quelle email gli erano di ispirazione per condurre le riunioni in modo sobrio ed equilibrato.

Questa volta, non aveva alcune di queste stampe; solo le foto, e l'agenda.

"Buongiorno padre Krueger; la ringrazio della disponibilità."

Prese le foto e le distribuì sul grande tavolo.

"Non ce n'era bisogno, le ho viste" - pensò Krueger.

"Padre Krueger, nelle foto il suo atteggiamento è chiaro e non può essere soggetto a fraintendimenti; l'accusa avrà buon gioco. Sulle foto è stampata anche l'ora: 14:27"

Le foto ritraevano tutte lo stesso soggetto. Il fotografo doveva averle riprese con un teleobiettivo, da lunga distanza; riprendevano l'interno di una stanza dalla porta di un balconcino.

Per prima cosa si vedevano le inferriate della ringhiera; lo conosceva molto bene quel locale, era nell'associazione culturale in piazza IV marzo, la porta-finestra di fronte a via Porta Palatina.

Le porte erano spalancate e mostravano l'interno, in basso, appoggiata ad una di loro uno zaino giallo, rosso e blu.

Più indietro quello che sembrava uno strano essere a quattro zampe ed una testa ma che, ingrandito più volte in diverse stampe, faceva vedere ben altro.

Si riconosceva Krueger in abito talare, seduto su una sedia, con il corpo di una ragazza in canottierina seduta su una gamba di lui; inequivocabilmente, una mano di Krueger compiva un gesto dall'indubbio scopo sessuale affondando tra le gambe della ragazza.

Riprese il preside, grave:

"Non mi di lungherò oltre sulla gravità che la questione ha assunto per la nostra scuola; le dico solo che la denuncia ha avuto corso e che la polizia ha avviato alcuni accertamenti. Sia la mia persona, come preside, sia il direttore della scuola sono stati personalmente contattati sia dagli organi giudiziari che da quelli investigativi. Si chiederà perchè non è stato contattato lei direttamente: la risposta è semplice, per ora si ritiene di non coinvolgerla personalmente perchè non potrebbe forse sopportare " - aggrottò le ciglia in una espressione grave - " il peso di una denuncia che sicuramente la vedrebbe colpevole; assumerne invece il peso sulla scuola consentirebbe di, diciamo così, distribuirne la gravità su una istituzione che sarebbe meglio in grado di sopportarla sia per quanto riguarda le modalità di risposta sia per quanto riguarda eventuali oneri finanziari per la difesa che, come sa, potrebbero giungere a cifre notevoli."

Distese il viso in un sorriso comprensivo:

"Le farà piacere sapere di quanto sia io che il direttore teniamo alla sua persona, assumendo sulle nostre spalle questa incresciosa situazione, per consentirle di analizzare con calma, di chiarire, di esprimersi. Tutti sappiamo che solo nel sacramento della confessione, nella grazia del perdono divino troverà la pace che cerca; per ora questa istituzione cerca solo di proteggerla dalla tempesta che potrebbe gravarle addosso."

Si era dimenticato di respirare. Era passata almeno una decina di secondi da quando il preside aveva terminato la frase, e l'unica cosa di cui Krueger ebbe certezza immediata era questo: si era dimenticato di respirare. Tendeva a non arrabbiarsi mai per le cose della vita; sapeva quanto fosse inutile farlo.

Ma questa volta!

L'enormità delle parole del preside lo stava schiacciando: non solo lo avevano già condannato senza aver sentito da lui una parola, ma pure offrivano la propria pelosa copertura, e quella dell'istituto che dirigevano, ad un eventuale fatto criminoso, per il buon nome della scuola! Ben sapendo che, in quel modo, lo avrebbero ricattato per il resto della vita, avrebbe dovuto per sempre restituire quel 'favore'.

Livido nel cuore, quando si accorse di non aver più respirato per troppo tempo avidamente inspirò aria nei polmoni; troppo avidamente, ne uscì una specie di rantolo rumoroso, un singulto eccessivo del quale pensò "non è per niente elegante" e si stupì di questo pensiero così distaccato in un momento così importante.

Il preside, preso a commozione e con la bocca a cuoricino, in un sussulto di fratellanza gli disse "su, non faccia così, non pianga, la aiuteremo noi...",

Krueger si alzò, fuor di controllo; se avesse avuto un lanciafiamme al posto degli occhi avrebbe incenerito il preside in un lampo.

Così, come gli era mancata l'aria, capì che dalla rabbia stava perdendo il lume della ragione; spostò gli occhi fuori dalla finestra, li posò sui tigli di corso Palestro. Sapeva che in certi momenti solo la natura poteva dargli sollievo; e anche quella volta fu così.

Sapeva benissimo che veniva giudicato "un po' strano", perchè a volte si perdeva in lunghi silenzi e non rispondeva subito; questo fu uno di quelli. Si spostò alla finestra, scorse i tigli uno a uno. Verso via Garibaldi ce n'era uno più scuro degli altri; lo riconosceva, era sempre il primo a fiorire in primavera, una settimana prima degli altri; ed ora era quello più carico di verde. Forse una vena d'acqua sotterranea, forse un'inclinazione della luce tra i palazzi più favorevole; chissà cos'altro, ma il pensiero di quello strano fenomeno lo riportò ad una realtà più grande di quei piccoli occhi da topo, sui quali tornò con lo sguardo sereno.

Il preside si accorse dell'enorme errore commesso; fraintendere un segno di debolezza con uno di rabbia. Quando gli occhi di Krueger ritornarono su di lui fu atterrito dalla loro serenità. Cercò di riprendere il discorso sull'aiuto dell'istituzione per sopportare il gravante peso ecc ecc, ma ogni parola fu spazzata via da una frase di Krueger:

"Voglio essere messo a confronto con la ragazza"

"Certo... questo chiarirebbe molto" - disse il preside - "ma, essendo minorenne, il confronto non può avvenire".

Riprese con gli occhi sempre più puntuti: "Comunque lei mi dica, mi spieghi, come possa essere avvenuto un fatto del genere, mi faccia capire, potrei aiutarla.

E' importante che lei mi dica qualcosa, perchè presto, forse domani, il vice ispettore Pantani sarà qui e dovremo dirgli qualcosa".

"Preside, mi concede una pausa di una ventina di minuti?".

"Certamente, rifletta pure con calma, poi mi dirà tutto".

Uscì a far due passi, all'ombra dei tigli di corso Palestro, tra i banchi del mercato; si fermò in un caffè.

Molte cose non quadravano; per questo fu necessario e, dopo tempo che non lo faceva più, ripensò a quel giorno, a quando furono scattate quelle foto.

Erano i primi giorni in cui il caldo illude di primavera il creato; le porte del balconcino potevano restare aperte.

Utilizzava i locali dell'associazione per dare ripetizioni a chi non poteva permettersele; gli piaceva quel lavoro, all'oscuro di tutto e di tutti, fatto per una associazione che in realtà si occupava di vendere prodotti delle missioni sudafricane. Presto s'era sparsa la voce dell'efficacia e della qualità delle sue lezioni, così molti genitori mandavano da lui i ragazzi che, per pochi soldi, potevano avere ripetizioni di qualità.

Lui rigirava il denaro all'associazione, ne riceveva stima e sorrisi.

Quel giorno era capitato un buco di un'ora, tra le due e le tre del pomeriggio, perchè gli avevano chiesto di anticipare una lezione; per questo aveva invitato Minah, la ragazza dell'organo, a fare quattro chiacchiere con lui; si trovavano spesso, lui trovava adorabile la fresca intelligenza di quella ragazza e la delicatezza con la quale accennava solo di rado all'organo e a quello che era successo in san Filippo; se lo faceva, era solo per cercare di portare più avanti il mistero di quell'organo... troppo umano, quell'organo dalle cui canne erano uscite voci umane, quel rapporto così intimo che s'era creato tra lei e l'organo, quella specie di innamoramento tra la persona e la materia in cui Krueger giocava un ruolo che non le era chiaro.

Aveva spesso associato Krueger all'organo, alla sua voce; ma era troppo indurito e vecchio, secondo Minah, il sacerdote per essere 'quella' voce dell'organo.

Ricordò che aveva appena congedato l'adolescente della lezione precedente quando si affacciò al balcone e la vide arrivare, quasi di corsa, carica del suo sorriso e con le sue scarpe grige e larghe, troppo larghe, saltando tra una pozzanghera e l'altra con la gonna troppo corta che sventolava sbarazzina; il primo temporale dell'anno aveva appena allagato le strade. Quando arrivò le sorrise subito e notò che le scarpe erano diventate nere: quant'acqua pensò, avrà i piedi bagnati, la invitò a toglierle ma lei rispose che no, erano solo bagnate fuori, non c'era problema.

Lei quel giorno lo interrogò sull'organo; aveva deciso che voleva saperne di più. E quella volta lui disse qualche parola in più.

"Minah, ci sono confini, tra le persone e la materia, non così ben definiti come noi pensiamo di solito. Avvengono a volte degli... spostamenti in cui le cose non sono come le conosci. In tutte le culture, ad esempio, sono riconosciuti i concetti di tempo sacro e spazio sacro, si tratta di spazi e tempi in cui non valgono più le 'normali' leggi delle cose così come le conosci.

Come capita per esempio in sogno: in pochi minuti puoi vivere spazi temporali che durano molto di più, puoi essere in tempi diversi in posti diversi e la coerenza spaziotemporale va a farsi benedire. Allo stesso modo ci sono cose non soggette alle leggi fisiche: sapere di chi ti innamori, o quale gusto del gelato ti piace, per esempio, sono totalmente al di là della scienza così come la conosciamo.

A volte mi hai parlato delle tue parole con l'organo e di quello che ti ha detto; mi hai riportato conversazioni lunghissime, quando io sapevo che eri stata lì pochi minuti, capisci? Eri in uno spazio ed in un tempo sacro, quello in cui possono accadere cose non soggette alle 'normali' leggi delle conseguenze, dove causa, caso e caos cominciano a mescolarsi".

Da una parte lei non capiva, dall'altra invece voleva lasciarsi andare a questa voce suadente. Vedeva gli occhi di Krueger spogliati della sua età, dell'abito talare, della sua rigidità; erano diventati gli occhi d un bambino entusiasta nella mente di un uomo sapiente. Ne era totalmente affascinata.

"Ma come è possibile provocare questo stato?".

"In molti modi; tutte le religioni ne hanno cercato, e messo in atto, alcuni di questi metodi. Ricorda Minah: non c'è niente più importante per l'essere umano che la religione, nulla. Ma non come viene normalmente intesa.

In tutti gli uomini esiste la 'nostalgia del paradiso', il ricordo atavico che abbiamo nel nostro DNA di un tempo e di un luogo mitici. Ci sono alcuni accadimenti che stimolano in noi questa nostalgia; non la riconosciamo come tale, la proiettiamo su desideri, idee fisse, passioni irrazionali, comunque tutte cose ben lontane dal nostro concetto di religione, ma così importanti che spesso influenzano la nostra intera vita.

Nel passato questo era ben chiaro; in molti, fino al 1100 circa, hanno indagato questi stati alterati di coscienza e il rapporto irrazionale tra l'uomo e la materia; fuori dalla logica come la conosciamo perchè figli della stessa natura ma appartenenti a parti destinate ad essere divise.".

Minah deglutì, ma non riuscì in nessun modo a staccarsi da quegli occhi bambini che stavano parlando del gioco preferito.

Come il puntino di un falco visto da lontano che si avvicina, e poi comincia a ruotare alto sopra la testa, così Minah sentiva un pensiero avvicinarsi; lo temeva, ma sapeva che prima o poi sarebbe arrivato in picchiata su di lei.

Prima in modo lontano, infatti, attraverso qualche piccola inflessione di voce, poi in modo più presente, cominciò a notare in quel modo di parlare alcuni dei modi, dei toni, della voce dell'organo.

Respinse il pensiero dapprima, come l'animale che vuole ripararsi dal falco; ma capì che la attirava follemente, appese i suoi occhi a quelli di Krueger, gli si avvicinò per sentirlo meglio, gi si aggrappò allo sguardo e lo fece continuare.

Lui sentiva la sua intelligenza e il profumo di giovane femmina, era inebriato da quella sensazione di potere che in passato aveva sperimentato, goduto e quindi rifiutato, sapeva quanto lontano lo potesse portare; proprio per questo continuò.

"Il rapporto tra le cose e l'uomo, in quei tempi, era diverso. Non esisteva la oggettivazione di un pensiero in un concetto, o meglio, non come la conosciamo oggi; per noi è normale che un concetto o un pensiero siano un qualcosa di totalmente diverso da una mela o una scarpa. Per loro non era così; erano molto più vicini il pensiero e la materia; se vuoi torna indietro fino ai popoli primitivi e ti rendi conto di come, per loro, non c'era praticamente differenza tra l'uno e l'altro, grazie a quella 'partecipation mistique' di cui abbiamo parlato altre volte.

Tutti noi viviamo una vita che ci interroga, che ci chiede risposte, per le quali noi tendiamo a fare in modo di avvicinarci al maggior stato di felicità possibile; riconoscendo nella materia comune tra l'uomo e le cose il punto di partenza, alcuni uomini cominciarono a pensare a processi mentali che influissero sulla materia e a processi materiali che influissero sul pensiero".

Minah stava cercando di capire, ma intuì dove il discorso potesse puntare; volle saltare tutti i processi logici e chiese solo "L'organo l'hai fatto parlare tu?"

Krueger splendeva.

"No Minah. Non è così, non l'ho fatto parlare. In quel momento... io ero l'organo."

Minah sorrideva forte guardandolo fisso negli occhi.

Piangeva piano di gioia; finalmente stava vedendo gli occhi di qualcuno, o qualcosa, che l'aveva amata e che aveva dato per disperso.

Gli si avvicinò e gli accarezzò il viso, così vecchio, e così giovane insieme.

"Ci sono altre cose che devi sapere Minah"

Lui era seduto su una sedia, e lei che era molto vicina si sedette delicatamente sulla sua gamba; le sembrò un gesto naturale, stare così vicina a chi l'aveva amata in modo così tenero.

"Lo so che non capirai, lo so che ti sembrerò matto e da domani puoi rifiutarti di vedermi; ma c'è qualcosa di più."

Lo guardò con occhi lucidi, sorridendo e scuotendo la testa

"Ma cosa ci può essere di più grande di questo?"

Lui aspettò molto a rispondere. Non cercava le parole, già sapeva cosa avrebbe detto; aveva paura dell'effetto che quella enormità avrebbe provocato in una mente così giovane, così fresca.

"Il motivo per cui io sono diventato quell'organo, il motivo per cui ti ho cercata è molto semplice, anche se non ti chiedo di credere a quello che ti dico.

Io sono in te, tu sei in me. Senti."

Lui con la mano delicatamente le grattò una caviglia, poi le tolse i capelli dagli occhi, e poi le strizzò forte un suo polso.

Lei riconobbe esattamente alcuni suoi gesti tipici, gesti che era abituata a fare, piccole abitudini personali; sembrava che fosse la sua mano ad averli fatti.

Le sembrava totalmente incredibile; quell'uomo la conosceva perfettamente: ma da dentro.

"Non ci credo, non ci credo. Come pui conoscermi così?"

"Avvicinati"

Lei si sedette meglio sulla gamba, appoggiandogli la schiena al torace, un braccio dietro al suo collo, l'altro abbandonato lungo il fianco.

Lui continuò a muovere le mani su di lei, in tutti i modi che lei riconosceva come propri.

Ad un certo punto lui iniziò una cantilena, accarezzandole il bacino.

Lei lasciò andare la testa all'indietro, sulla sua spalla.

La cantilena diventava ipnotica, sempre più coinvolgente.

Le mani di lui ruotavano lente sul suo ventre, e lei riconobbe i gesti così intimi, così personali, così sconosciuti a chiunque e cari a sè stessi.

La cantilena.... lei la riconobbe.

Era già uscita dalle canne dell'organo e la voce di lui a poco a poco cambiò.

Sentiva i polmoni di lui muoversi ritmicamente sotto la sua schiena e gli sembravano i mantici dell'organo; la melodia era diventata indistinguibile da quella dell'organo e totalmente coinvolgente, ancora di più lasciò andare la testa appoggiata sulla spalla; la nuca ricadeva sulla schiena, i capelli cadevano all'indietro.

Minah non riusciva più a trovare alcuna differenza tra i movimenti delle proprie mani e quelli di Krueger; sembrava che fosse la volontà di Minah a muovere le mani di Krueger, che suonavano tra le gambe dolcissime ipnotiche melodie.

Krueger sorrise. Si sentiva a casa, "riecco il mio corpo", pensò, lasciandosi andare a quel misto dell'essere maschio o dell'essere femmina, dell'essere ora o essere sempre che aveva solo assaporato nella visione, che solo in quel giorno gli aveva fatto apparire lo splendente essere androgino che non avrebbe mai più dimenticato.

In quei movimenti conturbanti e regolari sentì l'unità con la ragazza, e lei, ancora riversa con la testa all'indietro, la nostalgia di uno stato di luce, vissuta insieme a quello che doveva essere un pezzo di lei; le fu chiaro cosa vuol dire che il tempo e lo spazio sono concetti limitati, visse quell'esperienza in un tempo sacro ed in uno spazio sacro nel quale le sue mani erano il loro condiviso volere immerso nella fonte della vita.

Nello spazio e nel tempo profano, lontano poche decine di metri, scattava il 'click' della macchina fotografica che li riprese così: uno strano essere a quattro zampe, il corpo di lei seduto su una gamba e riverso all'indietro, le mani abbandonate, di lei si vedeva la gola ed il bianco mento puntare verso l'alto, di lui la testa china sul suo seno mentre la mano si perdeva nel suo ventre.

Tornato nella sala colloqui rivide le foto; ora che aveva ripercorso il passato le foto gli sembrarono ancora più vive e la distanza tra l'accusa e la realtà ancora più forte.

Ma ancora troppe cose non combaciavano, per cui decise di affrontarle una ad una.

"Padre Krueger, ha riflettuto? Può rilasciare una confessione completa? le parlo anche come sacerdote".

"Preside, vorrei prima chiarire con lei alcune parti della vicenda che ritengo importante puntualizzare.

Per prima cosa la ragazza non è minorenne".

Donald Guerrini sorrise comprensivo.

"La capisco, ma non reagisca in questo modo... una difesa di questo tipo non reggerebbe, dovrebbe dire la verità".

Krueger si stava infuriando, ma cercò di stare calmo.

"Le dico che non è minorenne. Chi può provare il contrario?"

Suo padre. E' lui che l'ha denunciato, lui che l'ha riconosciuta, lui che l'ha fotografata.

Le scarpe, lo zaino, l'ora: tutti fattori provati e innegabili. A quell'ora sua figlia era da lei per ripetizioni. Suvvia, non tenti di negare."

Qualcosa cominciava a dipanarsi.

"Suo padre appartiene quindi alla famiglia di una ex-allieva che ha denunciato la scuola, come mi aveva detto?"

"Si certo"

"e si potebbe sapere chi è questo padre che va in giro a fotografare sua figlia di nascosto?"

"Non è questo il punto.. dovrebbe saperlo lei benissimo chi è"

"Signor preside, mi creda: io lo ignoro totalmente"

"Non mi prenda in giro! Ci sono le foto! le prove! Non può continuare a negare! Ammetta tutto, così potremo aiutarla!"

"Io ignoro chi sia questa famiglia!"

A questo punto si udì un trambusto nel disimpegno, con rumori che sembravano urla soffocate.

Krueger si voltò verso il preside, con aria feroce e interrogativa.

Il preside si fece ancora più piccolo, nascondendo gli occhi dietro gli occhiali "Era per il suo bene..."

"Per il mio bene cosa?"

"Ehm.. il padre della ragazza è di là con il vice ispettore. Ha sentito tutto. Ho organizzato tutto questo in modo da poterle agevolare il confronto con la... parte lesa".

Krueger avvampò di rabbia.

Si alzò facendo cadere la sedia, ad ampi passi andò verso la porta del disimpegno e quasi la scardinò a forza aprendola.

Dall'altra parte c'erano due persone; una sconosciuta, l'altra il signor Destefani.

Lo sconosciuto era molto calmo.

Il signor Destefani paonazzo, gli si avventò subito contro urlando "confessi, confessi tutto, prete pedofilo e pervertito!", spingendolo nella sala colloqui.

Il preside invitò tutti alla calma e presentò il vice ispettore Pantani a Krueger, che salutò cortesemente, per quanto la situazione glielo permettesse.

Ancora rabbioso, questa volta utilizzò la rabbia per elaborare una strategia.

Estrasse il cellulare e chiamò una persona, prima che glielo impedisse il vice ispettore.

"Lorenza? Ciao, sono padre Krueger" e mise in viva voce.

Ciao Lorenza, tuo padre mi sta accusando di aver fatto violenza su di te".

[capitello nella pieve di Santa Maria Assunta a Stia (Arezzo) ]

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

12 - Forestieri al Leon D'Oro

La Cacia, die dominico 10 iulii anno domini 1491

Ormai i lividi erano sbiaditi.. ma che dolore!

Erano passati pochi giorni da quando si era presa a cinghiate per far sembrare che suo marito Gaspardo l'avesse picchiata ed il prete non la denunciasse alla Santa Inquisizione; pochi giorni ma le cose erano cambiate. Guardava sua figlia Mantina al pascolo con le caprette, con il padre vicino; parlottavano, scherzavano, ridevano.

Qualcosa era cambiato; qualcosa aveva scosso suo marito Gaspardo, qualcosa di forte. Lo conosceva bene suo marito, sapeva che era successo qualcosa che l'aveva forse costretto ad abbandonare il lavoro alla fabbrica del Duomo. Sembrava impossibile.

La più grande opera a Torino a memoria d'uomo, suo marito Primo Mastro chiamato per i lavori: contento, orgoglioso, e ora, dopo poche settimane, aveva rinunciato.

Non era tanto per i soldi; sì, pagavano bene, 4 grossi a giornata, ma avrebbe comunque trovato altro da fare e poi il lavoro nei campi richiedeva braccia in tutto il paese; no, non era quello il problema.

C'era qualcos'altro.

Anche quella domenica si sarebbe cenato con tutti gli altri sulla via, com'era abitudine in paese; l'estate era calda ed era un piacere stare insieme a tutti fino a tardi a godersi il fresco fuori.

Così prese la cesta con cibo bevande e stoviglie e di avviò verso il paese ma, prima, andò fare un po' di compagnia a suo marito e alla figlia.

Li vedeva lì ancora a scherzare, Gaspardo e Diamantina; sembrava che lui distillasse dal viso della bambina ogni goccia di gioia per goderne appieno, come se potesse sfuggirgli, come se dovesse fare il pieno di tanta felicità per essere in grado di affrontare altri argomenti più difficili e dolorosi.

Chiese a Mantina di riportare le caprette nella stalla per stare un po' sola con lui. Dopo qualche parola arrivò al dunque; non poteva non sapere, e gli chiede direttamente perchè non lavorasse più alla Fabbrica del Duomo.

"E non mi dire, come hai detto agli altri, che ti hanno chiamato per altri lavori più importanti; io so che non è vero. Ti vedo diverso, più strano e pensieroso; a volte rimani molto tempo con lo sguardo fisso e vuoto. Cosa vedi, cosa pensi?"

Gaspardo guardò la sua donna nel sole dai colori caldi della sera, cercando le parole; ma non le trovava. Cercò con lo sguardo di farglielo capire, cercando di passare quella sofferenza piena di gioia che gli covava nel cuore. Pure sapeva che non poteva mentirle.

"Maria, ho visto cose. Cose che cambiano le persone solo a vederle. Cose che cambiano le cose da come sono".

Sapeva di non aver detto nulla, ma di aver detto tutto quello che era in grado di dire; glielo doveva.

Sapeva perfettamente che qualsiasi tentativo di descrizione dell'esperienza che aveva avuto l'avrebbe sporcata, tanto nel racconto quanto nella sua memoria; era troppo grande per passare nella strettoia di un vocabolario.

"Cose? che cambiano? le persone? le cose?"

"Maria, un giorno saprò dirtelo meglio."

Lei sapeva quanto fosse sincero, quanto la sua reticenza non fosse un negargli qualcosa, ma quanto fosse nell'impossibilità di farlo.

"Andiamo, qualcuno è già arrivato. Mantinaaaaaa!!".

Nella via pricipale tutti erano scesi e disposto i tavoli in strada, affiancandoli; com'era abitudine ognuno aveva portato qualcosa per sè e qualcosa per gli altri. Nella via c'era anche un'osteria, il Leone D'oro, e pure l'oste partecipava alla festa: in quelle serate serviva gli ospiti in tavoli anch'essi allineati con gli altri, a formare un lungo serpentone nella strada.

A grappoli tutti arrivavano, si sedevano, chiacchieravano, cominciavano a mangiare qualcosa con gli altri nell'allegria contagiosa delle sere d'estate.

Dopo la sera in cui Medichino Liegi si era seduto con loro anche la famiglia Liegi partecipava; era una strana famiglia, tutti i componenti sembra fossero sempre in guerra con il mondo; sguardi rigidi, spesso severi, sembravano connotare l'intera parentela. Anche quando si discuteva in chiesa Medichino si distingueva per giudizi netti, forti, spesso esagerati; sembrava utilizzasse queste durezze per mitigare una debolezza che sentiva dentro e che voleva tenere ben nascosta, anche se, a ben vedere, era a tutti nota. Da quando anche quella famiglia aveva cominciato a partecipare alla tavolata della via, i loro sguardi sembravano addolciti, come quelli di chi pensa di avere intorno solo nemici e improvvisamente si accorge che invece no, il mondo comincia a sembrare meno ostile del previsto e riserva invece dolci sorprese.

Dopo il tramonto, le stelle brillavano ed il blu del cielo cominciava a scurirsi; la brezza fresca riposava la pelle, il vino cominciava a scorrere, a rallegrare i cuori e a fluidificare i discorsi; i bambini correvano giocando e gli adulti discutevano e ridevano.

Medichino alzò lo sguardo verso i tavoli dell'oste "Gente nuova...", pensò vedendo un gruppo di persone avvicinarsi. Da subito la mente corse a come ne avrebbe fatto rapporto al duca, guadagnando qualche favore.

Arrivando dalla val di Susa, da ovest, otto persone erano comparse sulla via; alcune erano entrate nel Leone d'Oro e se ne stavano uscendo indicando agli altri i tavoli dove sedersi; proprio quei tavoli allineati con gli altri nella via.

Com'è normale quando nuovi arrivati si presentano in un gruppo, tutti un po' ammutolirono e per qualche secondo i commensali cominciarono a squadrare i nuovi venuti e a studiarsi gli uni gli altri.

Non sembravano del posto; nessuno li conosceva. Forestieri.

Dalle vesti si capiva che non erano militari, non erano commercianti, non erano uomini di Chiesa. I vestiti erano di strana foggia e colori; sembravano impolverati di una polvere bianca.

Quando cominciarono a parlare con l'oste si capì che parlavano un'altra lingua; forse il castigliano.

Dalle tavole si rizzarono le orecchie, per capire qualcosa di più. Il forestiero che stava parlando alzò la voce e si capì quale fosse la lingua straniera: era fiorentino! Si poteva capire! Certo, era molto strano e si faceva fatica ad intendere tutte le parole.. e quella strana cadenza poi! Ma una volta fatta l'abitudine, tutto era più chiaro.

Anche i forestieri squadrarono il tavolo, un po' intimoriti; poi, uno alla volta, si sedettero sulle panche accanto ai tavoli.

Tutti ripresero la cena, ed il brusio della conversazione tornò a coprire i rumori delle stoviglie.

Maria, un po' sfrontatamente, guardò i nuovi arrivati. Begli uomini, pensò e, non facendosi vedere, li squadrò uno ad uno. Gente strana, foresta... chissà come sarà parlare con loro. La sua vicina le diede di gomito.. "Ehi che fai? Ti rifai gli occhi?" Maria sorrise, e di sottecchi continuò il suo esame.

Forti, erano uomini forti; forse operai, ma di qualche professione altolocata; tutte quelle fibbie, quei tessuti, quelle pelli e.. le scarpe! Poi, erano persone distinte, eleganti. Parlavano tra loro a bassa voce, sorridendo. Mangiavano piano, senza abbuffarsi, nonostante la fame trasparisse dalla costanza e quantità di cibo che consumavano. Bevevano piano, non tracannavano come gli uomini del posto; inoltre, non bevevano mai dalla bottiglia. E che bei sorrisi, che bei volti.. lineamenti così diversi da quelli del posto, induriti dalla fatica, e grezzi, tagliati con l'accetta; sembravano più rotondi, armoniosi, molto meno spigolosi, con quei capelli più scuri che contrastavano con i denti che lampeggiavano nei frequenti sorrisi... se li stava mangiando con gli occhi.

Il prete, passato anche lui a fare buona compagnia, la stava fissando e alternativamente guardava in direzione del suo sguardo, verso i forestieri; quando Maria alzò gli occhi e lo vide arrossì di vergogna mentre lui scuoteva la testa e gli indicava con il capo Gaspardo, come a dire "pensa alla tua famiglia!".

Quando il prete se ne fu andato riprese il suo esame, parlottando con la vicina, spiando i forestieri e commentando su ognuno.

Arrivarono a parlare di uno dei forestieri con i capelli riccioli ed un pizzo nero; come gli altri sorrideva e parlava ma lo sguardo conservava qualcosa di serio, compunto, distaccato. La vicina glielo fece notare "guarda che occhi ha quello in fondo al tavolo... anche quando ride hanno una forza seria, potente; se fossi tra le sue braccia... ".

Maria nascondendosi un po' di sottecchi osservò quello sguardo sorridendo della sua bravata.

In quell'esatto istante lui la fissò.

Durò un solo attimo, ma Maria non ricordava di aver vissuto attimi così lunghi nella vita.

Distolsero gli occhi insieme; lei rimase colpita da qualcosa che le aveva scavato dentro un dolore forte, mentre lui continuava a sorridere e conversare.

Si alzò, si spostò di posto, andò vicino a suo marito e sedendosi si appoggiò a lui, cercando di avere un suo braccio sulla spalla, accucciandosi e cercando protezione, rassicurandosi.

Il cuore le batteva forte; ma non era innamoramento, o non solo quello, l'avrebbe riconosciuto. Era spavento, in quegli occhi aveva visto abissi, aveva riconosciuto un proprio dolore.

Così, appoggiata a suo marito Gaspardo, sentiva la conversazione degli altri da lontano cercando di capire cosa l'avesse colpita. Anche da quella posizione vedeva lo straniero da lontano; alzando gli occhi, invece, il volto rassicurante di suo marito.

Dopo un paio di volte in cui aveva spostato l'attenzione dallo straniero a suo marito... capì!

Era una illuminazione: quello che aveva visto negli occhi di quell'uomo era la stessa cosa che aveva visto negli occhi di suo marito! Ma in quell'uomo era molto, molto più forte e chiaro. Non sapeva cosa fosse, ma invocò la Luna - che Dio la perdonasse - che concede alle femmine la dote di conoscere gli uomini ad uno sguardo per capire di più.

La cercò con gli occhi, la Luna; la vide, e ne fu rassicurata; si rinforzò l'idea che tra quello straniero e suo marito c'era qualcosa in comune, e passava dallo sguardo.

Un po' più tranquilla, volle dirlo al marito.

"C'è una persona, laggiù, che ha uno sguardo molto... strano. Sarò forse un po' confusa per quello che mi hai detto stassera, ma mi ha colpito molto.

"Chi è?"

"Quello laggiù, l'ultimo al tavolo del Leone d'Oro, dalla parte di fronte a noi. Capelli neri, ricci, pizzo.

Gaspardo stava masticando dell'uva, guardò distrattamente in direzione dello straniero.

"A me non sembra, non vedo nulla di strano" E tornò a mangiare.

Poi si bloccò.

La masticazione rimase a metà, con un acino d'uva appena morso in bocca, lo sguardo fisso sul tavolo, mentre Maria lo guardava interrogativa.

"E ora che c'è, Gaz?"

Gaspardo si alzò in piedi, guardò lo straniero che stava conversando, fece due passi per guardare meglio, ed esclamò, zittendo tutti:

"Bernardino!"

Lo straniero si voltò verso la voce che lo chiamava e gli si illuminò il viso.

"Ma guarda! Che sorpresa! Tu sei..."

E i due uomini si avvicinarono in piedi

"... Gaspardo! Gaspardo de La Cacia!"

Si abbracciarono forte, ridendo

"Bernardino de Antrino! Nel mio paese! Che gioia!"

Gaspardo scorse uno ad uno i forestieri, con uno sguardo ammirato:

"E questi sono tutti i... tuoi?" Chiese Gaspardo, indicandoli.

"Sì, sono i miei", disse orgogliosamente, e con un ampio gesto li indicò tutti.

A quel punto la comunità del paese intero era rivolta verso gli otto nuovi venuti, che fecero il gesto di alzarsi e accennaronno un inchino pubblico. Di fronte a tanta educazione, qualche donna pensò seriamente di poter svenire... a confronto dei propri uomini!

"Sono i miei scalpellini, sì, arriviamo da Bussoleno e andiamo alla Fabbrica, abbiamo fatto tardi e ci siamo fermati per strada a riposare".

Maria guardava Gaspardo; il suo viso era illuminato come poche volte l'aveva visto, mentre si rivolgeva all'oste.

"Appendi un cartello nuovo sulla tua locanda; potrai dire di averli ospitati!"

L'oste lo guardò interrogativo; così gli altri, e la voce "e chi saranno mai questi?" serpeggiava lungo i tavoli, così l'oste chiese chi mai stava ospitando quella sera.

Tutti erano ammutoliti ad aspettare la risposta, l'aspettativa vibrava nell'aria.

"I Maestri Comacini!" quasi urlò Gaspardo, felice.

Nessuno disse nulla; nessuno sapeva chi fossero questi 'maestri comacini'.

L'oste disse "Ah", e l'atmosfera si fece ancor più interrogativa e un poco scettica.

Gaspardo riprese ad alta voce:

"I Maestri Comacini, i più grandi costruttori di cattedrali d'Europa! Qui, a La Cacia!"

Questa volta lo stupore disegnò i volti di tutti, oste compreso, che dopo un attimo di esitazione corse a prendere qualche bottiglia "Queste le offro io!! per tutti!!"

Ripresero a mangiare e bere, rosi dalla curiosità e ammirati da questo gruppo di stranieri così famosi e importanti.

Maria poi, che già ammirava quel gruppo stava insieme sbiancando dal desiderio e arrossendo dalla vergogna per quello sguardo, e si disse che potersi sedere a quel tavolo sarebbe stata la cosa più strabiliante che sarebbe potuta capitare quella sera, quell'estate, quell'anno! seppure così impossibile, lei così ignorante di fronte ai... costruttori di cattedrali!.

Nonostante questo guardò la Luna ed espresse il desiderio; la guardò intensamente, forte, con uno sguardo così speranzoso che sembrava avesse le unghie, era così impegnata che non sentì la richiesta del marito "Vieni, ti presento ai miei amici" che qualcuno dovette scuoterla e la vicina già era corsa "posso venire io al posto suo?!" facendo ridere tutto il tavolo.

Così si strinsero in tanti intorno al tavolo del Leone d'Oro, per sentire e curiosare.

Tutti sapevano che Gaspardo aveva lavorato alla Fabbrica del Duomo e che quello doveva essere il legame con quelle persone.

Bernardino cominciò a parlare:

"Non ti ho più visto, Gaspardo, alla Fabbrica; neanche il tuo amico Stefano. Che è successo?"

"Chi hanno preso al mio posto?"

"Bernardino di Revigliasco"

"Brava persona, hanno fatto bene"

"Ne cambieranno altri venti, vedrai, per trovarne uno bravo come te"

Gaspardo arrossì. Si, arrossì, come un bambino. Bernardino di Antrino dei Maestri Comacini pubblicamente gli aveva fatto un complimento del genere! Dov'era il Beccuti, quello che li pagava? Dov'era il Cardinale della Rovere? Oh, Dio! Avesse potuto fissare quell'attimo per sempre!

"Dimmi, perchè te ne sei andato?"

Tutti, nel paese, si erano chiesti perchè avesse abbandonato quel lavoro; tutti volevano sapere.

Sopra tutti lo voleva sapere il prete, che silenziosamente era scivolato vicino a loro per sentire meglio.

Medichino già assaporava il servigio che avrebbe fatto al duca ripetendogli tutto, e calcolava i favori che avrebbe fruttato.

Maria era tuttorecchi, i nervi tesi allo spasimo.

Gli aveva fatto la stessa domanda qualche ora prima; lei, sua moglie, l'ultima degli ignoranti. Ora c'era quest'uomo, grande, importante, e diomiperdoni - bellissimo - che la ripeteva... cosa avrebbe risposto suo marito?

Gaspardo abbassò gli occhi, come a trovare le parole; di nuovo, quel giorno, la ricerca affannosa nel proprio vocabolario di qualcosa che non esiste.

Poi li alzò, drizzò bene la schiena, e guardando Bernardino disse ciò che aveva detto a sua moglie:

"Ho visto cose. Cose che cambiano le persone, e che cambiano le cose"

Tutti in una specie di telefono senza fili si guardarono e ripeterono uno strano ammasso di parole con 'cose', 'persone', 'cambiano' eccetera, senza capirne il senso.

Bernardino lo guardò fisso, agganciando gli occhi ai suoi.

Si fece un silenzio assurdo.

Gli appoggiò una mano sulla spalla, e disse sottovoce, come per non farsi sentire, ma tutte le orecchie tese udivano:

"'...et quod est superius .... est sicut quod est inferius...' questo hai visto?"

Gaspardo per la prima volta da molti giorni sorrise tranquillo, e rispose piano:

"...ad perpetranda miracula rei unius...".

"Non voglio più sentire nulla!!!!"

Urlò il prete inferocito, brandendo il crocifisso che aveva al collo verso loro.

"Basta! Allontanatevi da questo luogo, andatevene! Servi di Satana! Adoratori del demonio! E voi gente di La Cacia, tornatevene nelle vostre case e dimenticate queste parole demoniache.

Tu, Gaspardo, mio parrocchiano... il demonio si annidava nella mia gente, ma mai avrei sospettato di te! Ecco come s'è infettata Maria!

Ma vedrai la potenza del Signore scatenarsi su di te!

Gente di La Cacia, prendete Diamantina, salvatela, toglietela a questa coppia diabolica perchè la sua anima sia salva! Un padre adoratore del dimonio, una madre strega seguace di Ecate che prende la guazza nella notte del Precursore di Nostro Signore Santo Giovanni! Questo doveva accadere qui, per il tuo volere Dio mio, quale croce si è abbattutta su questo paese e sulla mia testa, ma vedrete... vedrete gente tutta di La Cacia.. la forza di nostro Signore Gesù Cristo purificherà questa comunità con il fuoco della Santa Inquisizione! Domani stesso il vescovo saprà tutto!"

La massa imponente del sacerdote era tutto protesa verso la coppia, il viso adirato illuminato sinistramente dal basso, dalle torce sui tavoli; sia Gaspardo che Maria erano impauriti a morte.

Medichino Liegi era in uno stato prossimo alla felicità; ripeteva assiduamente sottovoce le parole sentite per poterle ricordare e poi riportare al Duca.

Nessuno si mosse, nonostante l'invito del prete; tutti guardavano i forestieri, poi Gaspardo e Maria, poi il prete.

"Domani il vescovo non lo saprà".

Uno dei forestieri aveva preso la parola; si alzò, camminò intorno al tavolo e si pose davanti al sacerdote.

Il curato, ancora violaceo di rabbia, inveì:

"Giuro che domani lo saprà, fosse l'ultima cosa che farò nella mia vita! Un vescovo che adora così il suo territorio non può essere informato! E voi chi siete?"

Lo guardò di sottecchi per un attimo e quindi:

"Sandrino di Giovanni" e fece un largo inchino plateale "per servirla reverendo" tutti ridacchiarono un po'.

Tranne Gaspardo; a cui cadde la mascella dallo stupore; Sandrino di Giovanni! Di fronte a lui! Ma che notte magica mai poteva essere quella!!

Riprese, quasi declamando perchè tutti sentissero:

"Domani il vescovo non lo saprà, perchè è a Roma; voi non riuscirete a raggiungerlo... a meno che voi non abbiate una scopa da strega per volare " - il suo sguardo lo scorse da capo a piedi - "un po' rinforzata, però, vista la corporatura"

Tutti risero, tranne il curato a cui anche le orecchie erano diventate viola.

"Come osate?"

Sandrino riprese "Il vostro cardinale vescovo se ne sta comodo a Roma a rigirarsi le nappine; molto meglio là che non qui ad accudire le proprie pecorelle"

"State parlando del nipote di sua santità Sisto IV!! Badate a come parlate!"

"Nipote... nipote... ne siete sicuro?"

"I Della Rovere sono un casato nobile da sempre!! Ed è gloria del nostro territorio avere come Vescovo il nipote del Papa!"

"Forse vi sfugge qualche dettaglio, mio caro curato. Sisto IV appartiene ai Della Rovere di Savona - brava gente, si sa, ma.. abbastanza ignoti diciamo, senza alcuno straccio di nobiltà.

Viceversa il nostro caro vescovo Domenico appartiene ai Della Rovere di Vinovo: molto più nobili e soprattuttomolto più..." - fece una lunga pausa - " e molto più danarosi!"

Disse scandendo l'ultima parola e cercando lo sguardo dei propri compagni, dai quali ricevette approvazione.

"Non sono neanche lontanamente parenti, nonostante che lo zio indichi il suo nipote Domenico come suo protetto. Anzi, in realtà lo zio 'acquisito' non aveva nemmeno 'adottato' il nipotino Domenico, bensì Cristoforo, suo fratello; venendo lui a mancare Domenico ne ha - diciamo così - assorbito le funzioni di protetto del Papa, recandosi a Roma ed ereditando le cariche del fratello: l'ordine di San Vitale, l'arcivescovado di Tarantasia e quello di Ginevra, tutte rendite non da poco! Quindi, caro il mio curato, non sono neanche parenti, nonostante si spaccino come tali! Sisto IV scambia quarti di nobiltà con cariche ecclesiastiche!"

Il curato sentiva che tutte le sue pecorelle stavano perdendo la fiducia in lui, o il timore che faticosamente era riuscito ad inculcare.

"Ma quali eresie sto sentendo! E' una combutta del demonio contro di me stassera? E se così fosse, com'è possibile che Domenico Della Rovere sia diventato vescovo di Torino?"

"Freddo ai piedi!" rispose un'altro dei forestieri; gli altri risero.

Sandrino fece un cenno di approvazione all'intervenuto e riprese: "Freddo ai piedi sì. Ginevra era troppo fredda; così l'ha scambiata con Torino. Più che l'amor per il territorio, valsero i geloni."

A questo punto piantò lo sguardo in quello del curato:

"E se mai voi osaste dire qualcosa al vescovo di ciò che avete sentito qui, e di cui non potete aver capito nulla, sarò io a fare eccezioni sul vostro operato in questo paese, spiegando molto dettagliatamente come andate terrorizzando le vostre... pecorelle; sarò anche tanto convincente nello spiegargli che un curato così energico troverebbe un'ottima collocazione nella lontana Tarantasia, terra di conversione dei turchi, dove c'è bisogno di coraggiosi sacerdoti come lei. Il vescovo mi deve molte cortesie, sarà così gentile da accordarmi volentieri questa richiesta."

"Sentirete ancora parlare di me!" Urlò minacciosamente il curato andandosene.

Si sedettero tutti mentre l'oste portava ancora alcune bottiglie, continuarono a parlare e discutere; le famiglie poco alla volta tornarono a casa, raccontandosi l'un l'altro le scene e le parole della incredibile serata.

Bernardino lisciandosi il pizzo volle riprendere il discorso con Gaspardo.

"Possiamo parlare qui? E' gente fidata?"

Gaspardo si guardò intorno; erano rimasti lui, la moglie, Stefano, che aveva lavorato con lui alla Fabbrica, e pochi altri amici; disse "sì, puoi parlare, di questi mi fido".

Quello che tu hai visto, quando hanno pronunciato quelle parole, è un rito; ma non un rito di quelli che sei abituato a vedere, un rito diverso.

Il suo scopo, come tu hai detto è cambiare, o meglio trasmutare, le cose. Non lo può fare un uomo da solo; è necessario una coppia, un maschio ed una femmina, perchè si deve essere completi, devono esserci gli estremi per far nascere il miracolo, per questo 'quod est superiusest sicut quod est inferius ad perpetranda miracula rei unius'. Questo messaggio è però, come dire, abbagliante; non lo si riesce a vedere senza bruciarsi gli occhi ed è per questo che tu sei rimasto, diciamo così, bruciato dall'averlo visto."

Tutti gli altri forestieri erano intorno e sembravano ascoltare con la massima attenzione ciò che diceva Bernardino. Si capiva che tutti custodivano un segreto, ma non tutti erano in grado di parlarne, ed avevano rispetto e ammirazione per il modo semplice con cui lo si stava spiegando.

"Noi siamo qui per scolpire questo messaggio nei marmi del Duomo Nuovo."

Gaspardo chiese "Ma se non è stato il Cardinale, che mi sembra non goda della vostra fiducia, ve l'ha chiesto il Papa, sua Santità Sisto IV?"

Un brusio misto ad un sorriso mesto percorse i forestieri.

"No, non è stato lui."

"Allora... Meo del Caprina, il progettista del Duomo?"

Questa volta il brusio fu molto più forte, addirittura qualcuno sembrò ridere".

"No, neanche lui."

"E poi Gaspardo, tu stesso l'hai visto: Meo è arrivato dopo i primi lavori. Se fosse stato il progettista sarebbe arrivato prima a dirigere i lavori."

"Come? Amedeo da Settignano, il famoso Meo del Caprina... Non è lui che ha progettato il Duomo? Mi si era detto così!"

"No, non è lui. E nemmeno Baccio Pontelli, amicone del vescovo e del Papa, nonostante che qualcuno lo sostenga."

"Bernardino... devi dirmelo: chi ha progettato il Duomo?"

"Quello che ci ha detto come fare i marmi."

"E chi è?"

Bernardino rispose piano "Non lo si saprà mai. Ci sono cose, del Duomo Nuovo, che nessuno saprà. Ci sono cose...".

Fece una pausa, come a soppesare se parlarne o meno, e riprese;

"Ci sono cose, nelle tre chiese che avevi cominciato ad atterrare, che custodicono sapienze che hanno richiesto mille anni di germinazione del seme di Cristo. Non potevano andare perse. Così qualcuno si è prodigato perchè dalla dissennata opera del vescovo e attraverso i suoi soldi nascesse qualcosa che non ne perdesse l'eredità"

"Dissennata? Il Duomo Nuovo?"

"Oh, Gaspardo, sapessi. Domenico Della Rovere è ambizioso, pieno di soldi che versa, ottimo amministratore e oculato investitore nell'arte; un poveraccio, in poche parole. Non sa niente, non conosce niente dei misteri delle cattedrali. Ci sono tre chiese che sono tre tesori di mille anni; vuole abbatterle, fare una piazza con un Duomo alla moda nuova, perchè tutto quello che è antico va buttato in quest'epoca di rinnovamento, in cui tutto vuole nascere nuovo. Lui ha così tanti soldi che non la Chiesa, ma la sua famiglia si è accollata l'onere dell'intero Duomo. Ed è così ambiziso che ha richiesto che il suo nome fosse ripetuto in grande tre volte nella facciata. La Chiesa paga solo i lavori di demolizione; infatti tu sei stato pagato dal Beccuti che si occupa delle rendite della Chiesa di Torino."

"Ma il vescovo sa chi ha progettato il Duomo?"

Certo che lo sa, non è stupido. Qualcuno gli ha spiegato tutto, ha cercato di illuminarlo, spiegando; per questo il progetto è partito molto prima che tu cominciassi a lavorare e a Meo del Caprina è stata data la direzione dei lavori dopo. Quando il vescovo, cardinale della Rovere, ha cominciato a capire quello che stava distruggendo ha cercato di carpirne i segreti e ha voluto utilizzarli per sè ma... gli è andata male"

Su fermò e guardò uno dei suoi compagni, come ad aspettare che prendesse la parola.

"Questo lo racconto io!" Disse l'uomo a cui aveva accennato, dal volto coperto da un cappuccio.

Gaspardo gli disse " e allora racconta!"

Fu invece Sandrino a parlare "Quello che ti voleva dire Meo è che lui lo racconterà nei marmi, sarà lui a scolpire quello che il cardinale ha fatto scrivendolo nei marmi;"

"Nella porta in cornu evangelii"! Esclamò quello che aveva parlato prima, proseguendo con una grande risata.

Gaspardo deglutì "ma... ma... non mi direte che lui è Meo del Caprina, Amedeo da Settignano?"

Bernardino riprese "No! Lui è Bartolomeo Delli Charri e ti dirò che come scalpellino vale più del tuo 'Caprino'. Chi ha progettato la chiesa ci ha dato i disegni dei marmi della facciata: oggi siamo andati a Bussoleno per verificare la qualità della pietra, che sembra ottima."

"Ma quindi tutta quella conoscenza, come dici, verrà distrutta?"

"Si Gaspardo; e in parte sei stato tu a farlo."

"Ma io ho fatto solo quello che mi hanno chiesto!"

"Non ne hai colpa; ma qualcosa ti è ricaduto addosso, certe opere non possono essere distrutte senza che in qualche modo si vendichino. Tre chiese unite da mille anni di storia, il Chiostro del Paradiso, la Sapienza, il mosaico di san Solutore... come si può voler distruggere tutto questo?"

In Gaspardo il ricordo delle grandi finestre della Sapienza e dei suoi libri, in quel posto dove aveva visto per la prima volta l'alchmista, gli rasserenò il cuore.

"Perchè si vuole un Duomo alla moda nuova, quando ci sono così tante cose belle e potenti? Ci sono cose lì che hanno profondità insondabili.. ad esempio l'organo, l'organo tra le due chieese, tra san Giovanni e san Solutore: è ... magico!

Gaspardo si illuminò: "Sì, l'ho visto!!! E' vero, e vero! Suona da solo!"

Bernardino rise. " Sì... e non solo questo. L'organo, o meglio gli organi, sono così antichi che le loro origini si perdono nella notte dei tempi.

Sembra che abbiano... detto delle cose, si, si narra che abbiano parlato; ed il cardinale non ne èstato molto contento di ciò che ha sentito.

Tanto che solo tre anni fa, nel 1488 ha fatto fondere tutto il metallo per fare delle canne nuove; se n'era incaricato l'alchimista, Johan Crugherio, forse è quello che hai visto.

Fatto sta che l'organo nuovo sembra che non volesse star zitto... ed ecco prendere corpo l'idea di atterrare tutto!!"

Gaspardo era sconvolto da tutte queste novità.

"Si ricordo una notte passata vicino a quell'organo.. sono quasi morto di paura!"

E raccontò quello che aveva detto a quella stessa tavola sull'organo, qualche settimana prima.

Bernardino, e tutti gli altri, erano diventati estremamente attenti.

"Sei arrivato molto avanti nel rito, pochi occhi l'hanno visto; non mi stupisco che tu ne sia ancora scosso, è un mistero profondo. Ma dimmi, dopo questa danza, hanno tolto anche i mantelli?"

"Sì..."

"Anche questo!!! ma non avrai anche visto cos'è successo dopo?!"

"Oh, si. Questo è stato solo l'inizio..."

Le altre parti sono nell'album Krueger

[Abbazia Di San Vincenzo Al Furlo]

C'è la pagina Facebook di Krueger, e il romanzo si può approfondire e comprare su krueger.losero.net.

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

13 - Tra professione e ierodulia

I marmi rosa e gli ori barocchi risplendevano nelle luci accese per la sera mentre camminava nella navata centrale; non sapeva bene cosa aspettarsi quando un pensiero clandestino l'aveva tentata ad entrare in quella chiesa mentre passeggiava in via Garibaldi.

Fatto sta che ora era lì, luogo insolito per lei, e ancora più insolito era il passeggio al centro della chiesa, quasi ne fosse padrona.

Insolito era il sentimento che albergava il cuore in quel momento, mentre gli occhi planavano sulle colonne, sulle alte volte, sul soffitto affrescato, sui quadri dei santi, sui crocifissi sofferenti e dorati; così insolito da esitare a battezzarlo con le due parole che le venivano in mente, così lontane dalla sua storia, due parole che da tempo le erano straniere e che oggi avevano fatto un ingresso trionfale nei pensieri: appartenenza e felicità.

Non riusciva a capacitarsi di tutto questo; non poteva capire come qualche parola di un prete, addirittura un falso prete, attorno ad un tavolino e due Traminer potessero averla portata in quel tranquillo stato di benessere che si esaltava tra quelle mura sacre.

Certo, era stata nel passato una frequentatrice assidua delle chiese, anche catechista nella propria parrocchia; aveva cercato conforto e appoggio in quella fede salvifica di cui si parlava ma poi, forse conscia della propria debolezza, aveva abbandonato quelle frequentazioni che le davano più un senso di mancanza e di peccato che non di gioia e di supporto.

Gli studi di psicologia e l'approfondimento dei segreti dell'animo umano non l'avevano riavvicinata alle chiese; anzi, continuava a percepire un fastidio, quasi un prurito, nell'entrare in ambienti di chiesa per cui se ne stava sempre il più possibile lontano.

L'evoluzione da psicologa a mistress aveva fatto il resto.

Da un lato aveva cominciato a conoscere molto bene la psiche degli uomini, soprattutto quello che si cela sotto i desideri dei maschi; dall'altro viveva sempre più in un mondo definito come pervertito e quanto di più distante potesse esistere da una religione che predicava castità e purezza d'animo.

Sotto le definizioni di sadomasochismo e feticismo cadevano la maggior parte delle sessioni che conduceva con i propri clienti: facevano parte della sua vita e del suo lavoro; non scindeva l'una dall'altro, si sentiva naturalmente portata a rapportarsi con gli uomini sondando i loro desideri profondi e dando loro soddisfazione.

Ne ricavava essa stessa piacere, si sentiva al posto giusto pur sfidando le convenzioni ed il comune sentire e subendo su di sè i pensieri affilati dei benpensanti che associavano il suo operato a qualcosa di ancor peggio della prostituzione, cioè allo sfruttamento quasi simoniaco di desideri demoniaci a scopo di lucro, al fomentare e soddisfare voglie peccaminose per generare profitti a scapito di poveri malati mentali.

Aveva fatto resistenza a queste ingiurie; aveva un forte rispetto delle sensibilità dei suoi clienti e della verità con la quale glielo palesavano, rispetto più che sufficiente per vivere in pace con sè stessa; inoltre il loro viso dopo le 'sessioni' era la gratifica più grande. Persone che entravano cariche di pesi, malformità dell'animo, desideri inconfessati e voglie represse uscivano rilassati, tranquilli, sereni.

Nei momenti di debolezza Verdiana veniva assalita da pensieri più foschi e tristi che mettevano in dubbio la moralità del proprio agire; certo, durava poco, presto avevano il sopravvento i pensieri fondanti del lavoro e della vita, ma certe ombre non passavano senza lasciare qualche piccola lacerante ferita ogni volta. Ed ogni volta accumulavano il peso di nuvole nere che si aggiravano sulla testa, ed ogni ingresso in una chiesa le ricordava quel temporale che prima o poi si sarebbe abbattuto su di lei, minacciato da quegli sguardi severi, sofferenti, tristi, appesi alle pareti.

Ed invece era lì che passeggiava nella navata centrale sorridendo, come se fosse la padrona di casa, e si sentiva bene, leggera, a dirlo con una parola difficile da ammettere: felice. Sì, doveva dirselo che era felice, e che quelle cose umide che le stavano sgorgando dagli occhi erano lacrime di felicità.

La aveva rivoltata; con le sue parole leggère nella voce profonda, con la sua conoscenza che sembrava abbracciare anche il suo mestiere, con il suo viso allegro e bambino d'una sofferenza antica, senza alcuna intenzione di farlo le aveva rivoltato la vita, come una zolla che sempre girata verso il buio della terra fredda improvvisamente si trova smossa, scavata e rimessa al caldo del sole splendente e rivolta verso la dolcezza della vita.

Le tovaglie arancioni della Trattoria dello Spirito Santo in piazza IV marzo sotto il fresco delle piante li avevano visti pranzare e discutere quel giorno; lui aveva finito una lezione di ripasso sul Manzoni per i suoi allievi ('Bella immortal benefica fede ai trionfi avvezza!' - recitava con enfasi parlando della lezione) mentre lei aveva avuto un paio di sessioni con i clienti al mattino dopodichè qualche messaggio sul cellulare li aveva portati ad incontrarsi per un pranzo insieme.

Si attiravano, l'un l'altra; lo scambio frequente di messaggi ne era testimonianza; essere insieme voleva comunque dire parlarsi fitto fitto, lui curioso delle sue conoscenze e lei altrettanto curiosa delle sue risposte.

"La prima volta che ti ho visto, in Duomo, avevi quello sguardo verso l'alto, verso quel quadro dell'Ultima Cena, ricordi? Per quello ti ho avvicinato"

"Sì... mi hai detto che era simile a quello di alcuni dei tuoi clienti, fingendoti psicologa"

Sorrisero al ricordo.

"E tu l'hai chiamato la 'nostalgia del paradiso'... sapessi quanto m'avevi incuriosito allora!"

"E' una espressione di Mircea Eliade, uno dei più grandi studiosi delle religioni"

"Oh capisco che quello sguardo con quel significato tu possa averlo avuto.. ma non sarà certo lo stesso delle persone che passano nel mio studio! Quelli sono masochisti o feticisti che chiedono di soddisfare le loro voglie"

Lui rimase in silenzio.

Lei ormai l'aveva capito; il silenzio di quell'uomo era... pericolosamente potente, come se prendesse la rincorsa; più durava il silenzio, più grande sarebbe stata la forza della risposta.

Temeva solo di non essere in grado di capire, per quello spezzò il silenzio con un "Non credi?"

Lui la guardò dritta negli occhi cercandole il cuore, in modo che il pensiero si dirigesse esattamente verso il bersaglio.

"No, è la stessa cosa. Quello che cercano loro è quello che cercavo io in quel quadro; le risposte che tu puoi dare loro sono quelle che io posso ricevere da Leonardo."

"Io, come Leonardo? Non scherzare."

"Verdiana, non scherzo. Ci sono bisogni profondi in ogni uomo; non sono che una maschera, dietro questi ce ne sono altri, più profondi, che sono ancora maschere di qualcos'altro è così via fino alla radice"

"Che è la nostalgia del paradiso"

"Brava."

"Non ci arrivo, non mi sembra possibile."

"Tutte le religioni non fanno altro che questo: avvicinare l'uomo alla sua radice profonda, radice che molti hanno visto come l'immagine di Dio"

"Quindi le chiese, le preghiere, i sacerdoti, le liturgie e tutto l'ambaradan sarebbero modi per avvicinare le persone a sè stesse?"

"L'ambaradan! Sì Verdiana, e così"

"E i miei clienti in pratica venendo da me farebbero la stessa cosa di coloro che... vanno in chiesa e pregano??"

"Esatto, sì; ma lo fanno più forte, con più decisione e disperazione, sono così attenti ai propri bisogni che farebbero di tutto, anche incontrare una mistress come te, per andare a fondo di sè stessi. Il messaggio che ricevono da dentro è così forte da essere impossibile non dargli ascolto."

"Oh bella!! Pazzesco!! I miei clienti che tutti chiamano pervertiti in realtà sono... religiosi? pregano?"

"Dobbiamo intenderci sui termini ma... sì, penso proprio di sì. L'uomo è religioso per natura. Certo, non hanno quella intenzione; pensano solo a soddisfare le loro voglie"

"e quelli che pregano, che pregano... veramente? In realtà non lo fanno?"

Lui si fermò un attimo.

"Oh Verdiana, ti dico cose delle quali mi sono pentito molte volte; anche questa volta sarà così, ma te le dico comunque perchè mi fanno male e sono per me vere. Non vale certamente per tutti; ma per me, quelle persone, hanno abdicato. Hanno deciso che esiste qualcosa, esterno a loro stessi, che li può salvare; a quello si rivolgono. Non cercano il Dio dentro di sè, lo cercano fuori, nel mondo delle idee e delle filosofie.

La fede è una questione di grazia: o la ricevi, oppure no, non puoi decidere di averla. Se non ce l'hai e sei una persona sincera con sé stessa, sfidi il mondo e la vita per cercare di capire quello che ti succede, compresi i profondi moti dell'anima che ti portano alle cosidette perversioni. Lo fai con i tuoi mezzi, con ciò che hai a disposizione; tu dai a loro una possibilità di farlo."

"Non ci posso credere!!! Quindi io" - e assunse una finta aria altezzosa - "sarei una specie di sacerdotessa, che li guida verso i misteri profondi?"

Lui le piantò gli occhi negli occhi e parlò piano:

"Sono convinto che sia proprio così: tu li avvicini alla loro essenza. Non posso naturalmente dirlo per tutto e per tutti, ma che questa sia la loro motivazione vera e che sia il tuo vero senso dell'agire con loro, non ho dubbi".

Verdiana stava passando da uno scettico stupore ad una flebile speranza; il sorriso splendido che indossava non stava mutando nel passaggio da un sentimento all'altro, ma gli occhi sì; da loro traspariva la luce di un riscatto di anni di pensieri bui in notti di pianti, la forza di una speranza che la stava inondando di gioia, alla quale faceva comunque resistenza a lasciarsi andare. "Sarebbe troppo bello", pensava.

In un tavolo vicino si stavano accomodando due persone; lei indossava un paio di pantaloni di pelle sottile, corti, sotto il ginocchio, e molto stretti che esaltavano i fianchi. Una corta camicetta lasciava libera la zona della vita ed un paio di alti tacchi terminavano sinuosamente la figura. Tra i tavoli, chi in modo distratto e chi in modo più palese, vennero lanciati sguardi di attenzione e ammirazione verso la nuova arrivata.

Verdiana la notò ma soprattutto notò lo sguardo di Krueger che indugiava sulla figura con un sorriso divertito e attento. Dopo anni di professione non faceva fatica a classificare quegli sguardi degli uomini e a capire cosa potesse esserci dietro.

Osò:

"Vorrei crederti, ma mi sembra impossibile. Vedi ad esempio lo sguardo che hai dato a quella donna: dice qualcosa di te, e se tu mai fossi un mio cliente saprei come soddisfarti ed in quel caso semplicemente soddisferei un tuo istinto animale, altro che preghiere e sacerdoti: sana terrena lussuria!"

"Ehi! Troppe cose in tre parole! Lasciami respirare!!"

Verdiana fu felice di questa risposta: sapeva di aver colpito. Di solito lui aveva la risposta pronta, o si zittiva per rispondere; questa volta aveva palesemente chiesto tempo, lei si complimentò con sè stessa.

La prospettiva di qualche tempo di chiacchiere intriganti in quel pomeriggio caldo sotto i tigli di piazza quattro marzo e la brezza che li accarezzava era allettante; ordinarono un altro calice di Traminer che allentò i freni e consentì a Krueger di rispondere in modo più fluido.

"Quali sarebbero i miei desideri, se fossi un tuo cliente?"

"Feticismo, e forse femminizzazione. In modo più sfumato, masochismo".

Lui si stupì di sentir parlare di sè, di questioni così pesanti, in questo modo leggero; ma gli piaceva sentire questa donna così esperta di quegli istinti a cui era andato a fondo negli studi molte volte, e volle proseguire il discorso.

"Partiamo da feticismo; immagino che con questo intendi l'adorazione di oggetti, indumenti, parti di una persona che stimolano l'attenzione e l'eccitazione, e che diventano malattia quando sono ostacoli per una normale sessualità, vero?"

"Sembra che reciti il DSM... ne sai qualcosa, a quanto pare".

"Ok, ora che abbiamo ristretto il campo ad una sola parte, cerchiamo di delimitarlo ulteriormente ad un solo particolare. Per esempio, perchè secondo te molti hanno osservato quella donna appena arrivata?"

Adorava quel suo fare il professore, cercare di spiegare, sminuzzare i concetti, elevare l'attenzione intorno a lei, costruirle un castello di idee per consentirle di entrare da regina.

"Perchè è carina e per i pantaloni di pelle, sono molto sexy"

"Vero. Se fossero stati di cotone sarebbe stato la stessa cosa?"

"Probabilmente no"

"Benissimo, quindi c'è nel materiale qualcosa di importante"

"Beh, tutti lo sanno che la pelle è uno degli ingredienti principali del feticismo e del sadomasochismo"

Qualcuno dai tavoli vicino stava seguendo la conversazione; se ne accorsero e parlarono più piano.

"Perchè proprio la pelle, Verdiana?"

"Oh, è molto sexy, piace molto, eccita"

"E perchè?"

"Mi sembri un bambino... perchè perchè... perchè è così, è oggettivo, lo si vede."

"Ma ci sarà pure un motivo, una ragione, un punto di partenza che ci faccia capire perchè la pelle è sexy!"

"Non lo so.. forse perchè tutto il mondo dice che lo è, quindi tutti siamo convinti che lo sia, è un bisogno indotto dalla nostra società"

"No... non mi basta come spiegazione, ci deve essere un motivo primo e più forte"

"Ma non solo la pelle: anche il latex, o la plastica, il PVC o il vinile... il nylon; nel mio studio ci sono un mucchio di capi così"

"E cos'hanno in comune?"

"Beh.. sono lucidi, lisci... viscidi"

"Ecco, abbiamo trovato qualcosa. Per la pelle faremo un discorso a parte sul valore simbolico che può avere; per ora fermiamoci alla lucentezza, al tipo di impressione al tatto, a quella certa viscidità che la lega a quegli altri materiali che hai citato"

Krueger parlava con una certa eccitazione, l'attenzione era al massimo e gli occhi fortemente puntati in quelli di Verdiana, che riteneva forse un po' sopra le righe da parte di questo - falso - prete una attenzione così spasmodica all'argomento che faceva parte delle sue sessioni quotidiane, e sul quale non s'era mai fatta in tanti anni queste domande.

"Dicevo, lasciamo stare la pelle, che simboleggia l'animale cacciato, quindi dà forza a chi la indossa che ne è il cacciatore di cui aumenta il fascino e la potenza mettendo il masochista in uno stato di adorazione, parliamo invece di..."

"Ehi! Ehi! Ehi! No, aspetta!! Ora ti fermo io! Parla ancora della pelle e del cacciatore, mi interessa, non ne avevo mai sentito parlare così! Perchè non vuoi parlarne?"

"Perchè è semplice, palese, di facile lettura, normale... pelle animale cacciatore potenza masochismo, tutto si tiene facilmente"

"Facilmente!! Per te forse! Ma sarebbe bello fosse così facile! I miei clienti non ne sanno niente di questo, pensano che la pelle sia sexy e basta! Non possono seguire il tuo pensiero, il tuo ragionamento non tiene!"

Lui respirò a fondo.

Gli venne in mente Maretti Francesco, detto Ciccino, e tutta la classe quinta. Capì che stava accelerando eccessivamente i tempi, che parlava di cose a lui note ma che potevano non essere altrettanto condivise, che avrebbe dovuto spiegare meglio.

Lei subì lo sguardo, che era quello del professore che scuoteva la testa e riprendeva l'allieva per la mancanza di preparazione.

"Scusa ho forse bisogno di... ripetizioni?"

Lui le sorrise dolcemente.

"No, sono io che corro troppo, capisco che mi faccio prendere dall'argomento e poi non mi fermo più... dovrei forse rallentare, o forse potremmo parlarne un'altra volta, non vorrei rovinarti il pomeriggio stufandoti."

"Ma questo è il mio lavoro, la mia vita, certo che mi interessa!! Tu sembri sapere cose che nessun altro conosce! Spiegami!"

A questa frase Krueger girò il volto verso il Duomo, a cercare i marmi della facciata.

"Tu sembri sapere cose che nessuno conosce" gli risuonava in testa, a metà come orgoglio e a metà come colpa.

Riprese.

"L'indumento di pelle è un simbolo. Il simbolo non ha bisogno di essere capito, agisce di per sè. Non c'è bisogno che il tuo cliente abbia in mente la conoscenza meccanica della catena 'pelle cacciatore preda potenza sottomissione' per subire la fascinazione dei tuoi fianchi fasciati da una gonna in pelle, il simbolo agisce, funziona di-per-se senza che lui ne sia a conoscenza. Agisce a livello inconscio, solleticando quelle parti di conoscenza che sono ad un livello più basso e profondo rispetto alla veglia, quelle che Jung ha chiamato inconscio personale e inconscio collettivo, perchè quelle sentono perfettamente questa catena e la fanno agire alla vista del simbolo. Sopra a tutto ciò, a chilometri di distanza da queste profondità, il tuo cliente dirà - ehi, che gonna sexy! - senza avere la minima idea dell'azione del simbolo".

"Ma è pazzesco!! Quindi secondo te un indumento in pelle può cambiare qualcosa nella testa delle persone! Anzi! Agendo dal profondo può cambiarne il comportamento sdenza passare per la mente."

"Ti correggo: senza passare per la coscienza. Ma non solo indumenti in pelle naturalmente... ma quelli in pelle agiscono così. Se ci pensi è lo stesso meccanismo dell'eccitazione: tu non pensi ad eccitarti, agiscono forze a te sconosciute che ti portano all'eccitazione."

"Ma... ripeto, è pazzesco! e tu come fai a sapere queste cose?"

Krueger fece fatica a non girare di nuovo lo sguardo verso i marmi del duomo.

Lei notò di nuovo quel viso perso tra la felicità e il dolore mentre lui rispondeva, scandendo il peso e la forza delle parole:

"Ci sono cose che cambiano le persone, Verdiana.

E ci sono cose che cambiano le cose."

"Non ti lascerò alzare da questa sedia finchè non mi avrai detto tutto! parlami ancora, dimmi, per me quello che dici è luce, mi spiega molto di quello che faccio e che mi piace fare.

Quindi sostieni che tutti gli indumenti o gli oggetti che giudichiamo sexy o eccitanti hanno potenze di questo tipo?"

"Certo. La moda, in genere, ne è un esempio; dietro ogni tipo di tessuto, taglio, vestito o tacco ci sono 'motori' simbolici potentissimi"

"I tacchi! Parlami dei tacchi a spillo! Sono uno degli oggetti che più mi richiedono"

Krueger rise divertito.

"Quante cose vuoi sapere! Quello sulla pelle era solo un inciso... Per i tacchi a spillo devo portarti da un'altra parte per fartene vedere la potenza."

"Non dirmi che conosci anche case di moda!"

"No, per farti vedere la potenza di un tacco a spillo di porterò in una abbazia millenaria"

"EEH?? Sexy suore?"

"Nooooo..! vedrai"

"Ok.. allora torniamo al discorso principale; parlavamo di indumenti lisci: pvc, latex, vinile eccetera. Ne ho tanti in studio e" - Verdiana si fermò un atti cercando il gusto verbo - "li adoro. Mi piace tantissimo vestirmi in latex, sentirmi fasciata, accarezzarmi i fianchi e fare..."

A quel punto lei si portò una mano vicino al grembo istintivamente, vide gli occhi di Krueger sbigottiti e decise che forse era meglio trattenersi.

"Oh va bene mi calmo... torniamo a noi. Vuoi dirmi che anche in questo c'è la potenza di un simbolo?"

"No scusa... pensavo alla sensazione di sentirsi fasciati, al simbolismo dei legami e del dio legatore"

"Si, il bondage, farsi legare... molti miei clienti lo richiedono"

"Il dio legatore e il simbolismo del nodo, il nodo di Salomone! Sapessi quant'è ricorrente nelle chiese... ma stiamo allargando troppo il discorso, torniamo a noi.

Ogni volta che trovi oggetti, situazioni, o qualsiasi entità che stimola forti reazioni sicuramente sei di fronte alla potenza del simbolo. La maggior parte delle volte questa potenza è nascosta; Jung chiamava questa forza la 'numinosità' del simbolo.

Nel caso degli indumenti lisci o viscidi stiamo scendendo ad un livello più profondo rispetto a quanto detto per la pelle. Beninteso, anche la pelle ha questa caratteristica di cui parleremo, essendo lucida; ma a questa somma quella del cacciatore/preda. Tutto ciò che è liscio, lucido o viscidio riporta all'ambiente acquatico; questo è quello da cui ontologicamente e anche filogeneticamete è nata la vita".

"Ontochi e filoche?"

"Cioè sia a livello di evoluzione storica che di evoluzione personale: l'uomo è nato dalle acque, e anche il tuo embrione è stato nel liquido amniotico. Ci stiamo quindi portando verso l'ambiente che era prima di noi, in cui siamo nati; per questo l'acqua ha sempre simboleggiato la conoscenza e le creature acquatiche sono quelle che vivono immerse nel profondo della conoscenza. Questo livello ci è spesso distante nella vita quotidiana, non riusciamo a raggiungerlo; possono solo farlo personaggi grandissimi, eroi e miti o figure leggendarie, che possono vivere sia nell'aria - nel conscio - che nell'acqua, cioè nell'inconscio"

"Le sirene!"

"Brava... ma di quelle dovremo dire di più, soprattutto delle Melusine, quelle con due code. Anche di queste ce ne sono nell'abbazia dove voglio portarti, sono un simbolo dalla potenza inimmaginabile"

"Aspetta prima di procedere. Ma se queste cose sono così forti e potenti, perchè non lo sanno tutti? Perchè solo tu sai queste cose?"

Di nuovo Krueger cercò i marmi con lo sguardo.

"No, non solo io, molti lo sanno, inoltre c'è stata un'epoca in cui tutti lo sapevano, o per lo meno tutte le persone erudite. Poi questa conoscenza s'è persa"

"Ma è impossibile!! La conoscenza è sempre aumentata nel tempo! E quando sarebbe 'sparita' questa conoscenza?"

"Attorno al 1100-1200, penso. Tanto erano conosciute allora le potenze di questi simboli che li scolpivano nelle chiese, in modo che potessero agire proprio nei luoghi in cui la gente si radunava. Funzionavano come una specie di antenna trasmittente."

"Ma è impossibile! Mi sembra tutto così incredibile! E chi decideva di scolpire questi simboli?"

"Allora la società aveva motori forti, tradizionali, che ne guidavano l'evoluzione; un po' come è stato in Oriente per molti anni ed in parte anche oggi. La religione non era che l'espetto esteriore di questa forza interiore."

"Ne vuoi un esempio? nelle chiese romaniche trovi spesso scolpite le Melusine, le sirene a due code con le gambe allargate. Non sono un simbolo religioso, per lo meno non nel senso comune del termine, però ci sono; e se le hanno fortemente volute lì è perchè ne conoscevano la potenza del simbolo. Oggi noi abbiamo totalmente svalutato il concetto del simbolo, tanto che quando diciamo che qualcosa ha 'valore simbolico' vuol dire che non vale niente! Allora invece il valore simbolico era ciò che veramente era importante. Così come le Melusine altri simboli venivano spesso scolpiti; i delfini coi denti, le spirali, i nodi ad esempio. Oggi vengono trattati alla stregua di ghirigori e abbellimenti fantastici, senza riconoscerne il senso. Soprattutto quando si trovano nodi; nonostante che si sappia che il loro disegno sia stato frutto di uno studio e siano stati pagati scalpellini per scolpirlo, li si tratta da semplici abbellimenti, cornicette senza valore, senza andare a chiedersi perchè hanno quelle anse, quelle curve, quelle evoluzioni".

"Perchè si è persa questa conoscenza? Perchè non lo si fa più?"

"Oh, Verdiana, avrei bisogno di molto tempo per darti la mia versione dei fatti, e avresti solo la mia. Non ci sono risposte condivise. La domanda stessa, non appartiene al modo di pensare della nostra civiltà"

"Ma quindi se oggi si volesse ancora lasciare alle chiese la funzione che avevano mille anni fa potrei vedermi, che so, un capitello fatto di scarpe coi tacchi a spillo?"

Risero, molto.

"Verdiana, hai una bella testa. Sì, sarebbe esattamente così; in realtà le chiese hanno quasi completamente perso i valori simbolici e quelli che ci sono sono spesso travisati, sono cristallizzazioni amorfe di cui abbiamo perso la fonte semantica.

Non abbiamo più la forza del simbolo in noi; l'abbiamo persa, usiamo nomi, crudi volgari nomi illudendoci di usarli per indicare un significato che, in realtà, nel nostro smisurato orgoglio ignoriamo.

'Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus'; questo era il motto di Bernardo di Cluny, abbiamo perso la vera rosa, ce n'è rimasto solo il nome; avrai sicuramente riconosciuto il finale de 'Il nome della rosa', di Eco.

Ma per cercare di arrivare a qualche conclusione, torniamo agli indumenti lisci; abbiamo detto che ci riportano ad una conoscenza atavica, ma non abbiamo ancora detto perchè possano indurre una fascinazione, come abbiamo accennato per la pelle, perchè cioè il cosidetto uomo della strada, senza conoscenze particolari, possa trovarli sexy.

Tutto ciò che è acquatico oltre a riferirsi alla conoscenza ha un esplicito riferimento a tutto il mondo femminile; sono direttamente collegati alle acque i simboli della luna, delle perle e delle conchiglie, tutte espressioni del mondo femminile come storicamente dimostrato in tutti gli strati magico-religiosi dell'umanità. Ci porterebbe distante parlare ora dei rapporti tra le acque, la luna, le conchiglie e le perle, ma ciò che ci serve sapere è che sono collegati alla femminilità.

Come sappiamo dalla genetica e dall'esperienza ogni persona è sia maschio che femmina, nonostante esteriormente prevalga uno dei due caratteri e interiormente uno dei due sia dominante. Tutte le religioni fanno riferimento ad un tempo mitico in cui l'uomo era indifferenziato; gli stessi Adamo ed Eva erano un essere unico prima, per poi essere differenziati.

Noi ci portiamo dentro la nostalgia di questo tempo mitico in cui eravamo androgini, dèi androgini; nel nostro profondo tendiamo a scoprire, da maschi, la nostra parte femminile e ad unirci ad essa per ricomporre l'essere perfetto, per tornare ad essere nel paradiso terrestre, per tornare ad essere dèi, per quella 'nostalgia del paradiso' di cui abbiamo parlato. Questi indumenti 'sono sexy', 'ci attirano', perchè ci portano ad essere potentemente noi stessi, il loro simbolo agisce per riportarci ad una condizione divina. e lo fanno attraverso la femmina, che diventa la vera illuminazione dell'uomo".

"Sono senza parole.. ma questo discorso vale solo per i maschi!"

"Ottima osservazione, Verdiana. Tieni conto però di tre considerazioni: la prima è che stiamo parlando di strati profondissimi delle persone e che veniamo da secoli di patriarcato che in qualche modo hanno influito allo stesso modo su maschi e femmine, e la seconda è che anche nelle femmine alberga una parte di maschio, così che anche per te fasciarti di lucido latex porta sensazioni positive".

"E la terza?"

"E' che millenni di patriarcato hanno lasciato all'uomo la parte del primo attore e dietro a questa primazia esibita si nasconde, per equilibrio, il profondo bisogno di essere, anche, femmina. Tanto si esalta la forza e la potenza del maschio quanto più la parte femminile diventa indispensabile e, contemporaneamente, negata, vile, reietta, vergognosa: un uomo che 'fa la femminuccia' perde qualsiasi potere agli occhi delle persone. Altrettanto si può dire del bisogno di maschio della femmina che però, paradossalmente, al contrario degli uomini 'femminuccia', appartiene molto di più al vissuto possibile e manifestato delle donne che se 'hanno le palle', cioè hanno caratteristiche maschili, vengono esaltate."

"Oh... su come mi sento maschio certe volte potrei dirti certe cose... "

"Quali cose?"

"Ne parleremo se vorrai, un'altra volta. Ma quindi secondo te quando ho le sessioni con i miei clienti io li..."

Lui volle tagliare il discorso, per arrivare alle conclusioni:

"Come escono dalle tue sessioni, Verdiana? Di solito, dimmelo con una parola."

"Liberi, escono liberi".

Rispose con una sola parola, sorridendo:

"Ecco."

"ma no ma no ma no... com'è possibile!!! Quindi loro in realtà... veramente pregano? quando fanno quelle cose con me?"

"Certo! Se pregare è cercare di avvicinarsi a quello che sentiamo come la nostra profonda essenza, ciò che qualcuno chiama Dio, certo, loro pregano; e lo fanno sinceramente e fortemente, coraggioamente, sfidando pregiudizi e luoghi comuni, cercando con tutta la forza la radice di ciò che li soddisfa. Anime sofferenti in cerca della luce, di un conforto alle loro incessanti domande. Non posso certo dirlo per tutto e per tutti, ma penso di poter dire che sì, mediamente sia proprio così: con te pregano, anche se nessuno lo chiamerebbe in quel modo, anche se nessuno chiamerebbe le tue sessioni un avvicinamento alla lora essenza, al concetto di Dio."

Sorrise forte forte:

"Ma tu sei tutto matto!!!"

"E tu sei una finta psicologa ed una vera sacerdotessa; tu porti le persone vicino alla loro radice, le liberi dalle scorie dei condizionamenti che hanno ricevuto e che li opprimono"

"Io?? Sacerdotessa!!! Ma se fino a ieri nei momenti tristi pensavo di essere solo una... di quelle! E poi arrivi tu, con il tuo sguardo, i tuoi occhi che mi frugano e le tue mani che ti illuminano, mi parli delle radici profonde dell'uomo e mi fai sentire bene come non mai, fai brillare la mia gioia e porti a mille la mia autostima, e mi dici pure che ciò che faccio è... cosa buona! Ma quale stella ti ha portato a me, da quale cielo sei caduto qui, Krueger?"

Passeggiava tra i marmi rosa e gli ori del barocco della chiesa dei martiri Solutore e Avventore, in via Garibaldi a Torino, col passo leggero e il sorriso di chi si sente a casa; immaginava che l'ultima delle senzazioni che pensava che avrebbe potuto provare, in questa vita, era proprio quella.

Sentirsi a casa in una chiesa.

[Capitello con nodo e Melusina, Pieve dei Santi Cornelio e Cipriano a Codiponte, Casola in Lunigiana]

C'è la pagina Facebook di Krueger, e il romanzo si può approfondire e comprare su krueger.losero.net.

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

14 - Trascinato dalla corrente

C'era quella poesia, quel testo che si chiamava 'desiderata'; veniva ricordato come un'antica poesia ritrovata nella chiesa di Baltimora del diciassettesimo secolo.

Lui lo sapeva che non era così, che in realtà era un testo recente; nonostante questo aveva un valore forte, e guardando l'arancione dei mandarini sul tavolo non poteva non pensarci.

Fissava quell'arancione: colore forte, intelligenza e comunicazione, Mercurio, mercurio, il metallo liquido materia prima dei filosofi e... ed era mercoledì, e quindi tutto tornava.

Perso nei suoi pensieri, navigava nell'arancione, fluttuava tra i crateri definiti dalla buccia di un mandarino sul suo tavolo.

Il tavolo di lei; la sua casa, il suo posto; troppo forte e lontano era questo pensiero, ma in fondo era quello da cui era partito; lui, falso prete della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, stava cenando in casa di una donna professionista in perversioni.

E di nuovo il 'desiderata' come un mantra, gli si appiccicava ai pensieri; lei forse stava parlando e lui non rispondeva, perso in uno dei suoi silenzi.

Il desiderio di svegliarsi da quel torpore onirico e quello opposto di seguire il filo dei pensieri di lei si inseguirono come fuochi d'artificio sparati verso l'alto che s'attorcigliano in spirali ascendenti mentre s'aspetta, prima o poi, il botto.

E quasi voleva coprirsi le orecchie mentre i suoi occhi la vedevano davanti a sè in quell'attimo di tempo dilatato all'infinito in cui invece pensava al 'desiderata':

"Va' serenamente in mezzo al rumore e alla fretta,

e ricorda quale pace ci può essere nel silenzio"

eccetera, ma non era questo che l'aveva tirata in causa; era piuttosto un passaggio,

"E non essere cinico riguardo all'amore,

perché a dispetto di ogni aridità e disillusione

esso è perenne come l'erba"

del quale non era tanto dall'amore che era attratto, ma dal "perenne come l'erba", da qualcosa che comunque rinasce infinitamente; perchè così sentiva la sensazione bambina che stava crescendo in lui.

Aveva catalogato, ordinato, previsto, organizzato la sua vita; metodicamente tutto era stato incasellato nel giusto posto verso la giusta direzione; sapeva esattamente dove voleva andare, verso cosa indirizzarsi; ma ciò che non aveva previsto era proprio quell'arancione a dirlo, quel mandarino su quel tavolo di quella casa.

Qualcosa di "perenne come l'erba" stava entrando nella sua vita; nonostante gli anni, l'esperienza, gli studi, le conoscenze, qualcosa di nuovo stava esplodendo di fronte a lui.

Aveva conosciuto l'amore terreno; non era una 'cotta' quella che stava provando, non era passione, non era lussuria, non era nulla di ciò che conosceva; era speranza e gioia allo stato puro, e non poteva passare un attimo del proprio tempo a tacerselo.

Ed era stato esattamente questo che gli aveva fatto rispondere 'Sì' all'invito buttato lì tra una chiacchiera e l'altra, "perchè non vieni a cena da me"?

Certo, in istituto non aveva potuto dirlo ai confratelli; un impegno serale, tra i tanti che aveva, poteva funzionare da copertura; nessuno avrebbe indagato, tutti sapevano che spesso partecipava a convegni e conferenze.

Ma la nettezza con la quale aveva subito accettato l'invito aveva stupito Verdiana e anche sè stesso.

"Niente abito talare, se puoi", l'unica condizione richiesta.

Così nel tardo pomeriggio era passato da 'Marco', il caratteristico negozio che si apriva sotto i portici dove Via Milano diventa Porta Palazzo, e si era fatto consigliare per un buon Traminer; sapeva che lei l'avrebbe gradito. Tuttavia, il pensiero di non poterlo portare alla giusta temperatura lo fece desistere e passare ad un rosso per il quale la temperatura ambiente fosse un problema minore.

Lo richiese alla commessa che declinò la risposta al proprietario dello storico negozio, che dopo una serie di domande che, a dire il vero, sembrarono a Krueger fin troppo personali, si diresse verso i vini del sud e scelse senza alcuna esitazione un Nero d'Avola.

"Questo fa al caso suo".

Krueger uscì con la bottiglia avviluppata nella carta di giornale al fondo di un sacchetto di plastica, chiedendosi se il proprietario fosse un genio conoscitore d'uomini o un'abile commerciante, visto il prezzo della bottiglia.

Ora, fissando ancora quell'arancione, non potè che concludere, come gli ricordava un caro amico, che "il vino buono fa pensieri buoni"; così che gli occhi di lei, e il 'desiderata', ed il caldo sole del sud che aveva scaldato le vigne di quel Nero d'Avola si mescolavano ad elevare lo spirito.

"Ti sei di nuovo perso!"

Le stava dicendo lei, divertita; ormai sapeva che questi silenzi con lo sguardo perso non erano assenze, ma l'esatto contrario: presenze troppo forti per essere raccontate.

Era arrivato in orario, con la bottiglia sottobraccio, un po' imbarazzato da quella confezione così spartana.

Salito al pianerottolo aveva visto due porte uguali, verde scuro, di stile moderno, una con un campanello con scritto '1' e l'altra, socchiusa, con scritto '2'; da questa la voce di Verdiana lo invitava ad entrare.

La conversazione, e la cena, erano state gradevoli come del resto tutto il tempo passato insieme e, fino a quel momento in cui s'era fissato sull'arancione dei mandarini, complessivamente riconducibili a normali conversazioni tra amici.

"Ti sei di nuovo perso!", ripeteva divertita, e lui pensava che quel "di nuovo" metteva l'accento sulla conoscenza che lei cominciava ad avere di lui: il mercurio, Mercurio e l'arancione persero di importanza mentre l'attenzione si spostava su questa donna dagli occhi nocciola tra cui era così piacevole passare il tempo.

"Mi hai detto che se fossi stato un tuo cliente avresti indovinato subito le mie... passioni, e le hai pure definite e catalogate"

"Beh, si, dopo anni di pratica si comincia a conoscere quello che sta a cuore agli uomini. Dai tuoi modi riservati ed eleganti verso me non posso che dedurre una attenzione alla bellezza femminile, a volte perfino esasperata, e dai tuoi sguardi verso l'abbigliamento delle donne non posso che vedere una tendenza fetish. Poi, sei prete, benchè falso, vesti comunque l'abito talare; ho sempre visto tendenze masochiste nei miei clienti di quella provenienza, potrebbero esserci anche in te"

"Hai clienti sacerdoti?"

"Sì, certo; è un tipo di clientela che non mi è mai mancata. Tagliare continuamente la pianta delle passioni con la castità non fa che potenziarla, a volte esasperandola"

"Inoltre, quando ti ho visto al mercato in tenuta da jogging, non ho potuto che notare un corpo che potrebbe essere vestito in modi... diversi, e ho notato la compiacenza nell'indossare pantaloncini da ginnastica aderenti; una ipotesi di desiderio di femminizzazione non la escluderei"

La cosa che lo stupiva era l'analisi clinica, quasi medica, che lei stava conducendo su di lui. Non era importante se corrispondesse a verità o meno; lui sapeva benissimo che la quantità e qualità delle perversioni in un uomo dipendono solo dalla profondità con la quale si scava l'animo. Lo affascinava invece la dimestichezza pratica, l'occhio clinico, l'abitudine all'indagine "psicologica" in quella determinata direzione, la facilità e padronanza con cui poteva condurre il discorso.

Lei era invece stupita dal suo lasciarsi indagare, dal non ribellarsi a priori a questo tipo di discorsi, atteggiamento che era purtroppo abituata a constatare con le sue amicizie maschili che passavano dalla difesa integerrima dura e pura dei sani principi della correttezza dei costumi all'accettare, o richiedere, le perversioni più inammissibili; spesso questi due atteggiamenti opposti potevano albergare nella stessa persona in momenti diversi. Ciò che invece ora aveva davanti era un uomo plastico, completo, capace di passare dalle altezze dello spirito alle bassezze della carne in modo elegante e fluido, senza subire la tentazione dell'incanto magico delle altezze o il disprezzo dei bassifondi dell'animo, bensì legando tutto con un filo di dolce umanità e di profondità di pensiero.

Anzi, c'era qualcosa in più, che la stava stregando; quell'uomo era capace di stupore, di lasciarsi andare come un bambino senza riserve ad un'emozione; così alla lucidità del ragionamento si univa l'apertura ad emozioni incontrollabili ma che si indovinava sarebbero state volentieri accettate. Capiva che quanto stava dicendo non gli era nuovo, che in qualche modo ne aveva ragionato o ne conosceva delle parti ma anche che, nonostante questo, lei lo stava colpendo con la sua esperienza e le sue conoscenze.

Stava diventando per lei motivo di orgoglio il bagaglio di esperienze accumulate negli anni di professione; per la prima volta lo vedeva come un tesoro, una ricchiezza, un valore che l'aveva portata a poter conversare tranquillamente con un uomo di quella levatura culturale.

A fine cena gli offrì un liquore.

"Ti va un digestivo allucinogeno? Ne sembri esperto!" disse rieferendosi all'esperienza nel museo con il Mezcal, e gli propose una bottiglia di liquido trasparente, appena tendente al verde: assenzio, il liquore dei "poeti maledetti" francesi, servito in minuscoli bicchierini, con a parte ghiaccio e zuccherini.

Nel servirlo, Krueger non potè fare a meno di notare che tra i liquori c'erano anche due bottiglie di Mezcal, con i 'gusani', cioè i vermi, grossi e ben evidenti sul fondo; lei si accorse dello sguardo.

"Sì, le ho prese... mi avevi incuriosito. Proprio quelle col verme. A volte le uso anche nelle sessioni... con le persone più disposte al gioco, faccio loro pensare che sia una bevanda magica dagli strani poteri, in modo da mettere ancora più pepe e suggestione ai divertimenti. Spesso funziona molto bene; sai che in questi giochi le suggestioni della mente sono l'ingrediente principale"

Krueger ripensò all'esperienza nel museo e dovette sforzarsi per non perdersi in quel ricordo forte e dolcissimo delle parole delle lettere di van Gogh che scendevano dal cielo mentre Malika e la sua schiava cantavano il duetto dei fiori del Lakmé e loro due si sentivano, ed erano, pericolosamente vicini.

"Sì.. penso anch'io funzioni bene"

Sorrise, sorseggiando l'assenzio.

La sera era gradevole, il caldo del giorno aveva lasciato spazio ad una fresca aria finalmente respirabile.

"Vuoi vedere la casa? Vieni"

Da una porta entrarono in una stanza che, in realtà, aveva tutte le tre pareti senza finestre costituite da armadi, alcuni a vista; una delle ante di fronte a loro era in realtà una porta che conduceva in un altro ambiente.

La quantità di indumenti era notevole, quasi fosse un negozio di abbigliamento.

"Questa stanza è il confine. Dietro di noi, dalla porta da cui siamo entrati, c'è il mio appartamento privato e la mia vita privata, dove abbiamo cenato. Oltre quella porta il mio studio professionale, il mio dungeon. Quell'armadio su quella parete dove c'è la porta si può aprire sia da questa parte che dallo studio; così da questa stanza posso gestire tutto il guardaroba, sia la parte personale che quella professionale."

Così dicendo aprì alcuno degli armadi. Mentre lo faceva osservava lo sguardo di Krueger, che passava dall'impassibilità in qualche caso ad una attenzione quasi violenta, in altri; e si rese conto di non essersi affatto sbagliata sulle possibili tendenze di quell'uomo.

"Vuoi vedere il mio studio? Vieni"

Aprì la porta di fronte a quella da cui erano entrati.

La prima cosa che Krueger notò fu la porta verde scuro che aveva visto sul pianerottolo.

"Quella è l'entrata per i clienti; loro vedono solo il mio studio"

A parte la parete occupata dall'armadio, le altre contenevano oggetti per la pratica della sua professione; Kruger ne conosceva tanti, ma molti lo incuriosirono per forma e dimensione. Lei gli illustrò i più curiosi o strani, il funzionamento di alcune macchine. Lei aveva per quegli oggetti una attenzione particolare, li trattava in modo delicato. Soprattutto per gli abiti se ne indovinava una specie di venerazione; l'armadio era pieno di abiti in lucido latex e in morbida pelle e lei più volte ne citò il fascino nell'indossarli fasciando il corpo, e la disperazione che provava in caso di rotture, difficilmente recuperabili.

Forse proprio perchè indovinò in lui un rapimento per quei capi di abbigliamento si soffermò a illustrarne qualcuno, parlando delle intense sensazioni che provava vestendoli, di quanto non fosse affatto un'abitudine indossarli ma che ogni volta le davano sensazioni forti sia nei propri confronti che in quelli dei clienti; una fascinazione che non tendeva a diminuire col tempo, che la faceva sentire tranquilla e potente.

Krueger ne era affascinato, e voleva sapene di più; la sua curiosità era infinita sull'argomento.

"Prova, tocca, sfiora quest'abito.... senti, solo al tatto già è potente", lei gli prese la mano e la accompagnò sull'abito; lui lo sfiorò e chiuse gli occhi, che riaprì quasi subito, senza dire nulla.

Ora lei non aveva più dubbi; quell'uomo subiva l'influsso di quel materiale, di quegli abiti.

Le tornarono a mente tutti i discorsi che avevano fatto sui simboli: lui che tutto questo conosceva era comunque preda della potenza del simbolo che quegli abiti rappresentavano.

Lei perse un attimo lo sguardo guardando il panorama dalla finestra; tornò con lo sguardo su di lui e gli chiese:

"Vorrei farti una richiesta. Può capitare che, durante le sessioni, le persone liberino parti di sè che essi stessi non conoscono; sono parti che a volte potrebbero essere pericolose. Una volta avevo un compagno che viveva con me; mi dava una certa sicurezza sapere che vicino ci fosse qualcuno che, in caso di bisogno, potesse intervenire. E' sufficiente la semplice presenza di una persona per calmare anche i più esasperati spiriti. Mi farebbe piacere se qualche volta tu potessi stare di là, mi darebbe tranquillità sapere che ci sei. Certo non sempre, ogni tanto, quando hai tempo, e specialmente se qualche volta te lo chiedo io in casi.. difficili. Non c'è nulla che devi fare, nulla che devi vedere; io non ti chiamerò mai se non in casi gravi, semplicemente basterà che tu stia nel mio appartamento privato. Non sentirai rumori o disturbi; puoi leggere o fare qualsiasi cosa tu voglia. Anche solo ogni tanto; sapere che a volte tu ci puoi essere sarebbe per me un pensiero che mi solleva molto. Inoltre, io non sono molto spesso qui; viaggio molto e a volte conduco sessioni dai miei clienti. Se vuoi usare questo appartamento come una tua base per venirci ogni tanto è a tua disposizione, basta un messaggio e io ti dico se è libero, se ci sono e se lavoro".

La prima cosa che pensò Krueger fu "E' proprio quello che cerco". Una zona libera, un porto franco, dove non essere visto e controllato come in istituto, dove potersi rinchiudere a studiare, leggere, concentrarsi. Anche in istituto poteva farlo, ma il viavai continuo di allievi e confratelli che spesso passavano per un consiglio o quattro chiacchiere dalla sua stanza non gli consentivano di immergersi quanto voleva negli studi; certo, poteva farlo di notte, ma da qualche anno aveva scoperto il piacere di lasciarsi andare ai suggerimenti dell'inconscio, e volentieri si abbandonava ai sogni cercando i messaggi che gli portavano.

Per questo accettò.

"Allora brindiamo!" Disse lei, prendendo i bicchieri e, nel muoverli, versando qualche goccia di assenzio su un abito in latex.

Prima che intervenisse lei, fu lui con un fazzoletto a rimuovere le gocce di liquore; lo fece subendo la forte sensazione che quel materiale gli rimandava al tatto, con una attenzione forse più scupolosa del dovuto.

Lei lo osservò... clinicamente e la sua voce suonò bassa, lenta e scandita quando gli disse guardandolo negli occhi mentre era chino sull'abito, dall'alto al basso:

"Naturalmente potrai usare tutto quello che vorrai."

[Mantova, affreschi in palazzo Te - Particolare della sala delle nozze di Amore e Psiche]

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

15 - L'inconfessabile

La Cacia, die dominico 10 iulii anno domini 1491

"Gaspardo, dobbiamo parlare, ma ora è tardi e domani dobbiamo essere presto alla fabbrica" Bernardino de Antrino parlava alla luce delle lampade nei tavoli dell'osteria "Il Leon D'oro" della Cacia; si capiva che era il capo della spedizione con i suoi sette compagni di viaggio e di lavoro. "Ci sono molte cose che hai visto e che vorrei conoscere; devi farmi capire anche perchè tu non lavori più alla fabbrica del Duomo"

Gaspardo abbassò gli occhi: "Certe cose fanno male."

"Si, lo so che possono fare male ma non temere: tanto è il male che possono fare quanto il bene che ne riceverai. Tu sei andato in profondità nel rito, questo è importante, tu hai visto cose che, come dici, cambiano le persone, e hanno cambiato te, sei rimasto bruciato da quello che hai visto. Penso se ne siano accorte anche le persone che ti vivono intorno."

Dicendolo, Bernardino guardò Maria.

Lei, rimasta in disparte per tutto il tempo, pendeva dalle sue labbra; ora vedersi puntare gli occhi addosso e ricevere l'attenzione di tutti la lasciò senza respiro.

Le ci volle un attimo a capire cosa le era stato chiesto; capì anche che aveva l'occasione di dimostrare di non essere solo una povera contadinotta, ma di avere intelligenza e sensibilità.

"Si, è vero. Da qualche giorno Gaz è... assente, sempre pensieroso. Da quando ha lasciato la fabbrica lo vedo spesso con lo sguardo perso, immusonito, a pensare chissà cosa. Ogni tanto me ne parla, ma dice cose che penso di non essere in grado di capire" - abbassò la voce - " sono terrorizzata dal fatto che qualcuno possa sentirlo... da qualche tempo bastano poche parole per finire sul rogo."

"O annegati, se sei fortunato!" Era stato Sandrino a parlare - "Ieri a Foresto ci hanno detto che ne hanno bruciati cinque; eretici accusati da un folle, un nevrotico, che s'è autoaccusato anche lui. Per riconoscergli uno sconto di pena per aver fatto da accusatore gli hanno concesso di essere annegato, anzichè bruciato."

"Si, l'abbiamo sentito, " - riprese a voce bassa Gaspardo - " insieme alle dodici che hanno bruciato a Lanzo.. e anche voi avete sentito stassera, il parroco... e se non sono i parroci sono i nostri bravi signorotti locali a mandarci sul rogo, oppure assistiamo a belle baruffe tra il duca e il vescovo su chi ha diritto di bruciarci per primo.

Con le cose che ho visto potrai capire.. che non è facile vivere in serenità; bei tempi quanto tutto era chiaro e l'ordine delle cose stabilito da sempre. Ora sembra che tutto cambi... e io non ho abbastanza intelligenza per tenere tutto qui dentro"

E si indicò la testa con l'indice, e pensò a quanto aveva ragione Maria nel dire che fosse strano, assente; ricordava quante volte lei gli dicesse "dai, fammi ridere, divertiamoci, sii leggero come prima", lui ci provava ma... certe cose, come l'allegria, non possono essere forzate; se lo sono nascono malate e muoiono in fretta.

Gaspardo guardava Maria, seduta lì vicino a Stefano; capiva quello che le mancava, capiva quel suo bisogno di leggerezza e di allegria al posto dei suoi musi lunghi, dei suoi pensieri di profondità che neanche lui stesso riusciva a sondare. Lo sentiva fino alle lacrime, con il cuore spaccato tra quello che avrebbe voluto darle e le forze ingovernabili di quello che si ritrovava a sentire dopo essersi esposto a misteri così sconosciuti. Ciò che più gli stringeva il cuore era di provare un amore così forte eppure non essere in grado di darle ciò che cercava, nonostante che anche lui volesse quella stessa gioia e leggerezza che cercava lei ed il suo stato di melancolia non fosse affatto una scelta, ma un abisso del cuore in cui era precipitato senza colpa alcuna, una situazione dalla quale era impossibile uscire.

Aveva provato a parlarle; lei sentiva così astrusi quegli argomenti, così inutili e distanti dal vivere comune, che si stufava presto di seguirne i ragionamenti. Voleva semplicemente vivere dolcemente, ridere, gioire della vita, in quel modo così spontaneo e contagioso che sapeva esprimere. Quand'era l'ultima volta che l'aveva vista così? Qualche giorno prima, quando Stefano l'aveva portata a fare una cavalcata.... Lui era stalliere alla Mandria, s'erano incontrati e avevano fatto una corsa a cavallo insieme. Erano tornati, lei era ancora rossa in viso, così raggiante, così felice, così bella... così la voleva Gaspardo, e si promise che avrebbe fatto di tutto per farle ritornare in viso quello splendore.

"Oste... dove si dorme qui?" La notte era ormai inoltrata, e Bernardino cominciava a preoccuparsi per i compagni "Non siamo al Leon d'Oro, dove si dorme nel letto?" L'oste rispose che aveva solo sei letti disponibili, e gli altri si sarebbero dovuti accontentare di dormire sui sacchi, per terra. "Ok, allora dovresti cambiare nome alla locanda!"

Si riferiva alla cosidetta cabala fonetica; era allora parecchio in uso, ma non tutti la riconoscevano. La taverna chiamata "al leone d'oro" che inalberava come stemma un leone araldico si sarebbe chiamata "Au lion d'or" che suonava più o meno in francese come "au lit on dort", cioè letteralmente "si dorme nel letto". Oppure l'insegna con una O e una grande K tagliata da un tratto: l'ubriacone non si sbagliava traducendo "au gran cabaret" (au gran ka barré). Spiegò il gioco di parole a tutti, e Maria una volta di più si sentì pendere dalle sue labbra.

I misteri che attanagliavano la mente di Gaspardo erano troppo forti per farli tacere; doveva in qualche modo trovare il tempo per parlare ancora con quegli uomini che sembravano saperne qualcosa.

"Bernardino, se vuoi domani posso accompagnarvi io alla fabbrica; conosco sentieri sicuri. Avrai visto che in valle di Susa i francesi quando passano fanno razzie... rischieresti di incontrarne qualcuno. Passiamo invece da Druento... al limite troviamo qualcuno che bisticcia per il canale, o qualcuno dei ribaldi, ma la strada è più sicura. Durante il viaggio potremo parlare; ci vogliono un paio d'ore per arrivare alla fabbrica."

Accettarono di buon grado, e si diedero appuntamento all'alba del giorno successivo, per partire insieme verso Torino.

La mattina attraversarono la foresta e i campi di buon'ora; trovarono molte persone che lavoravano intorno al naviglio. Non era ancora finito, ma nei quarant'anni precedenti ne era stata costruita una buona parte e grazie ad esso i campi di Druento cominciavano a rendere, anche se di continuo c'erano piccoli furti d'acqua; chi aveva i campi vicini al naviglio non poteva sopportare facilmente di perdere il raccolto, cercava di derivare per sè un poco di quella abbondante acqua che arrivava dalla Stura di Lanzo attraversando la foresta della Mandria.

L'argomento che più interessava era il rito; quando Gaspardo parlava tutti tacevano. Più volte si fermarono con la scusa di far mangiare o abbeverare la mula che avevano con sè e che si erano portati da Roma, ma in realtà era per meglio sentire, per fare domande, per chiedere di più; Gaspardo si sentiva al centro dell'attenzione di queste otto persone che venerava come i più grandi costruttori di cattedrali.

Gli otto poi coglievano l'occasione per ripetere tra loro cose che forse s'erano già detti in dialoghi personali, ma condividendole in quella piccola comunità le portavano a fattor comune mettendole in condizione di essere integrate, ampliate, corrette perchè tutti conoscessero meglio lo stato delle cose.

Si parlava di misteri, di cose innominabili, che sarebbero costate l'accusa di eresia a chiunque; per questo ne tacevano di fronte ai contadini che incontravano, per riprendere appena li si era passati e salutati.

Bartolomeo Delli Charri, che la sera era stato il più silenzioso e riservato, sembrava ora essere il più prolisso.

"Quello che hai visto del rito, Gaspardo, mi interessa perchè ha molto a che fare con il mio lavoro. Oggi ho scelto i marmi a Foresto per scolpire quella che sarà la porta in cornu evangelii, la sinistra. Come sai, noi non siamo pagati dalla Chiesa, ma direttamente dal cardinale Della Rovere; ha voluto commissionarci un lavoro delicato, preciso, definito nei minimi termini. Questo lavoro si inserisce però in un progetto più grande; l'architetto del Duomo ci ha contattati separatamente, per darci anche lui alcune indicazioni e... non sono le stesse. Cioè quello che io andrò a scolpire, il portale sinistro, risente direttamente delle indicazioni del Cardinale. Quello destro, quello in cornu epistolae, invece, a quelle dell'architetto che ha preso le decisioni insieme a Bernardino, ed è ciò di cui ti parlava ieri sera. Sarà in quello che raccoglieremo l'eredità delle tre chiese e la sapienza che contenevano"

Berardino prese la parola:

"Meo, tutti ti siamo debitori. Hai voluto tu accollarti questo peso; lo sappiamo che il Cardinale ti ha ordinato cose che preferiresti forse non scolpire, ma l'hai fatto lo stesso perchè tutti noi potessimo completare l'opera. Te ne saremo debitori per sempre"

"Non scherzare. Lo sai che ho qualcosa da farmi perdonare."

"Non puoi sentirti in colpa all'infinito per qualcosa che non potevi impedire..."

"Ehi ehi ehi" - disse Gaspardo - "Non ci capisco nulla!! E che c'entro io?"

"C'entri eccome... Gaz"

Tutti risero, sentendolo chiamare col nomigliolo che gli dava sua moglie.

"Non vedo proprio come possa c'entrare qualcosa io! E poi, perchè non parlate solo dei portali laterali? E quello centrale? E la facciata?"

Riprese Bernardino "Purtroppo nelle parti più grandi possiamo modificare poco, sono troppo visibili; è il committente che paga. Casse intere d'argento arrivate da Vinovo, le hai viste? per cui l'architetto ha fatto esattamente il volere del Cardinale, e noi quello dell'architetto.

Ci sono richieste da non crederci... pensa Gaspardo: dovremo scolpire per tre volte, grande, nella facciata, il nome del Cardinale, con in evidenza il titolo di San Clemente! Ma s'era mai vista una cosa del genere? E' così pieno di sè quell'uomo che non gli basta avere che so, una targa, un'iscrizione, un riferimento come in tutte le cattedrali, no: vuole il suo nome scolpito tre volte grande. E poi anche con il titolo di San Clemente, che è un titolo tutto romano.. che c'entra con Torino?

"Trimegisto" , disse Meo, con lo sguardo cupo e voce profonda e forte, "Tre volte grande. Per questo lo vuole." Tutti sentirono quelle parole, che caddero come pietre sui loro pensieri; tranne che per Gaspardo per le quali non volevano dire nulla.

"Ermete Trimegisto" riprese Meo guardando Gaspardo - "cioè il tre volte grande, è il fondatore mitico di tutti i misteri della Scienza Sacra, padre di tutti i filosofi e gli alchimisti. Il Cardinale ha qualche... aspirazione verso la Scienza Sacra, pensa di essere giunto ad un livello di trasformazioni alchemiche come nessun altro, e vuole che il Duomo ne sia la voce che ne parlerà nei secoli narrando le sue gesta: per questo vuole essere scritto tre volte grande"

"Cioè voi dite che scolpirete tre volte il suo nome sulla facciata, in grande? Su un edificio sacro verrà scritto il nome di colui che ci ha messo le casse d'argento per costruirlo?? Ma è... immorale, è ignobile! Opere di fede dovrebbero testimoniare la grandezza di una cattedrale, non soldi! Voi siete i maestri Comacini, i costruttori di cattedrali! Non lo farete!"

Gli otto si guardarono l'un l'altro. Un mastro muratore di un piccolo paesino di campagna li stava riprendendo sul senso più grande delle loro opere. Tutti aspettarono che fosse Bernardino a parlare.

"Già ti ho detto, Gaspardo, che per me atterrare quelle tre chiese non ha senso; sei mastro muratore, e sai che con tutti quei soldi si sarebbe potuto fare ben altro; dare loro forza e fare sopravvivere al tempo questa insula episcopalis, questo insieme di tre chiese, il campanile del Compey e quello tra san Giovanni e il Solutore, il chiostro del Paradiso, la Sapienza, il battistero dentro a San Giovanni e il mosaico in san Solutore; un insieme fantastico, un'opera unica. Noi abbiamo girato l'Italia e l'Europa e ti dico: non c'è nulla di più grande, Torino ha costruito la sapienza pietra su pietra, dai romani fino ad oggi. Ora questo Cardinale, ricco di famiglia e venuto nei favori di papa Sisto IV, vuole lasciare un segno di sè e una eredità per la sua discendenza; vedrai, i successori sulla cattedra saranno della sua famiglia e godranno delle rendite per secoli. Non è una cattiva persona, ha un buon gusto per l'arte e si circonda di artisti bravissimi; ma ciò che vuole è far avanzare il suo nome. Per questo lascerà un segno indelebile in Torino abbattendo tutto, rasando al suolo mille e più anni di storia, facendo un bel piazzale ed innalzando un Duomo Nuovo splendente di marmi, che gli costruiremo noi. Non possiamo opporci alla potenza del Cardinale. Possiamo però lavorare in modo che i segni restino; nei disegni dell'architetto e nei marmi rimarrà molto del messaggio che le tre chiese volevano passare ai secoli.

Certo, la prima cosa che si vedrà sarà quello che vuole il Cardinale: ho già ricevuto le iscrizioni da fare alla moda romana, saranno tre scritte DO-RVVERE-CAR-S-CLE, ovvero Domenico della Rovere Cardinale dell'Ordine di San Clemente; ma per chi saprà leggere, faremo in modo che ci sia dietro all'aspetto superficiale ben altro"

Intervenne Gaspardo:

"E io? Cosa c'entra il rito che ho visto?"

Fu ancora Meo Delli Charri a rispondere, con la sua voce profonda:

"Quello che tu hai visto è un rito di trasmutazione alchemica. Anzi, è 'il' rito, l'opera, l'opus; l'alchimista con la sua soror mystica , la sua compagna di spirito, lo stavano compiendo. A quanto pare quell'alchimista, quel Crugherius, è molto avanti; non c'è segreto più grande di questo, e quando tu ci dirai com'è andato ne sapremo di più e potremo lasciare dei segni più forti."

"Io? Quello che so? Quello che ho visto alla Sapienza e in san Giovanni? Cioè quello che ho visto potrebbe cambiare i vostri piani di costruzione?"

Riprese Bernardino:

"Si, in qualche modo sì, certo. Come t'ha detto Meo il portale in cornu evangeli è dettato direttamente dal Cardinale, mentre quello in cornu epistolae è nostro, o meglio, lo scolpiamo noi per l'architetto, con cui siamo pienamente d'accordo".

"E chi è l'architetto? Meo del Caprina? o quel Baccio Pontelli? o il Bramante?"

Li interruppe Meo Delli Charri, con un gesto che a sorpresa mise tutti in silenzio.

"Forse è presto perchè tu lo sappia, ma visto che sei stato bruciato da quello che hai visto, è bene che tu conosca la storia del perchè sia io a scolpire quel portale. Fermiamoci un attimo alla fonte a far bere la mula, te ne parlerò"

Lo disse ben sapendo che anche i suoi compagni di viaggio erano curiosi di sapere; ne aveva fatto qualche cenno, ma non si era mai spiegato del tutto. Per questo videro di buon grado quella sosta nella mattina nelle campagne di Druento; il Naviglio passava placido vicino a loro ad irrigare i campi portando frescura.

"Bartolomeo Delli Charri parla a me" - pensava Gaspardo, che non riusciva a capacitarsi di avere avuto così tanta fortuna.

Bartolomeo, o Meo, sedette comodo, e cominciò.

"Saranno passati più o meno otto anni, o forse più; ero a Roma a lavorare per il cardinale, sì, sempre lui, Domenico della Rovere. Era appena succeduto al fratello Cristoforo a Castel sant'Angelo e mi aveva commissionato delle acquasantiere e altri lavori per Santa Maria del Popolo e per il palazzo dei Penitenzieri, dove voleva andare ad abitare. Era consigliere personale di Sisto IV, cioè di Francesco della Rovere che, come già sai, ha in comune solo il cognome; era diventato suo 'nipote' per modo di dire, per acquisire nobiltà al suo casato e soprattutto perchè Domenico aveva molti soldi.

Sisto IV aveva molti nipoti; almeno 6. Li si chiamava così per modo di dire; in realtà erano quasi tutti suoi figli. Gli ultimi due si dice li abbia avuti da sua sorella; tra questi Pietro Riario, quello che volle fortemente la rovinosa guerra con Firenze che mise sul lastrico le finanze dello stato pontificio. Per risanarle aveva emanato la tassa sulle prostitute, che potevano guadagnarsi il regno dei cieli con un obolo, poi quella sui preti che volevano scaldarsi il letto con una donna, quindi ancora quella per far passare le anime dal purgatorio al paradiso... un innovatore, a suo modo, nel fare finanza creativa.

Stavo esaminando dei marmi in quello che sarebbe diventato il palazzo dei Penitenzieri, quando nella stanza accanto si incontrarono il cardinale e il papa, e io li ho sentiti distintamente parlare; mentre loro non immaginavano che io fossi presente.

Le voci sul fatto che il papa avesse a corte fanciulli di cui lodava il corpo era abbastanza diffusa; di uno di questi ragazzi stavano parlando, ma quando sentii le parole mi spaventai a morte: si stavano chiedendo se fosse morto o meno, e una terza persona disse di sì.

Alla domanda se fosse successo esattamente nel momento giusto, la risposta fu affermativa.

Il papa e il cardinale si guardarono negli occhi; erano pieni di sofferenza, ma il papa disse: ora abbiamo il terzo elemento. Disse proprio così: il terzo elemento.

Il cardinale rispose che comunque era una cosa giusta, perchè questo avrebbe fatto cessare l'ira di dio che avevano scatenato; perchè solo con due elementi il miscuglio era estremente instabile, e già aveva fatto crollare un campanile.

Così disse: due elementi lo rendevano instabile, tre lo fissavano, il quarto sarebbe stato il compimento dell'opera, che avrebbe generato la quint'essenza e, quindi, l'elisir.

Non so come fosse possibile ma vedevo in quei due uomini una sofferenza infinita e, insieme, i segni di una cupidigia senza fondo; sembravano contorcersi tra pensieri opposti.

Io ero spaventato, mi spostai un poco facendo rumore; se ne accorsero subito e mi trovarono.

Subito mi minacciarono di morte per quello che avevo sentito; ma il Cardinale fu molto buono, disse a tutti lasciate perdere, ci penso io; non dirà mai niente a nessuno.

Il giorno dopo mi convocò nel suo palazzo, spiegandomi cos'era il terzo elemento, e che stava cercando il quarto, e di quale serie facevano parte questi elementi.

Mi disse tutto.

Mi fece giurare di non dirlo a nessuno e di scolpire la storia della loro ricerca su una chiesa che aveva in mente di costruire a Torino, barattando la mia vita e quella dei mie familiari con il silenzio su ciò che avevo sentito".

"E qual era la serie degli elementi?" Chiese Gaspardo.

"Non posso dirlo, questo, lo porterò nella tomba, non dirò mai quali sono" - rispose Meo - "ma ora sapete perchè nel portale in cornu evangelii, nelle sculture dei marmi, per tre volte, a tre livelli diversi, leggerete il nome del Cardinale: quella scritta segnerà dove segnerò i tre elementi; e tutti, nei secoli a venire, potranno farlo e conoscere quali sono i tre elementi e trovare il segreto che li unisce per trovare il quarto, e quindi l'opera completa."

Ripresero a camminare verso Torino.

Quando furono nei grandi prati della Madonna di Campagna, Meo e Gaz si trovarono in coda alla piccola comitiva; Meo lo prese in disparte, e glidisse:

"Ho detto che non parlerò del segreto della serie degli elementi. Non voglio farlo con i miei compagni, ne ho buoni motivi. Ma non voglio morire senza che nessuno lo sappia.

Gaspardo sentimi.

Questo è il modo per avere gli elementi; ricordalo sempre.

Per ottenere il primo elemento devi prendere una donna che..."

Rimasero a parlare fitto per cinque minuti; quando arrivarono alla porta segusina, Bartolomeo Delli Charri sorrideva, aveva l'aspetto di un uomo che s'era liberato di un peso.

Gaspardo quello di uno che se l'era caricato.

Il suo pensiero unico era: "come farò con questa conoscenza nell'animo a far ridere ancora Maria? a giocare con Mantina? E dove riuscirò a mettere in un posto che mi sopravviva gli elementi necessari all'opera?"

Da lontano, cominciarono ad apparire le impalcature della fabbrica: i lavori erano avanzati e Gaspardo cominciava ad intuire le forme de Duomo Nuovo; pensò ai marmi che sarebbero stati scolpiti, al messaggio che questi otto uomini fantastici avrebbero lasciato.

Vide nella mente le singole sculture, le forme, il luccichio dei marmi, il senso grande che avrebbero avuto, l'illuminazione che avrebbero portato a tante anime; cos'era, infine, il terribile mistero che gli aveva rivelato Meo, se non lo specchio della dolcezza infinita che per secoli i marmi avrebbero trasmesso scolpendolo?

Mentre stava pensando che gli avevano chiesto di abbellire il portale di Rocca Provana, la roccaforte vicina a casa sua, pensò che avrebbe scolpito visibili a tutti, ma invisibili ai profani, gli elementi dell'opera sul suo portale; pensandoli uno a uno, improvvisamente, capì il senso di quell'elenco.

Meo se ne accorse dall'incontenibile sorriso di meraviglia che risplendeva sul volto di Gaspardo; non gli disse nulla; gli strizzò un occhiolino.

Si salutarono abbracciandosi, incapaci di proferir parola; due uomini rudi e forti, un mastro scalpellino ed un mastro muratore.

A guardarli bene in quel mattino d'estate, sui visi spuntava una lacrima a testa.

A guardare bene nella mente di Gaspardo, un nuovo portale stava nascendo in rocca Provana per riflettere quello che Meo avrebbe scolpito sul Duomo di Torino; ma mentre quello avrebbe avuto i tre elementi, questo sarebbe stato completo, con tutti e quattro gli elementi.

A gloria dei secoli futuri, per fare la cosa una.

[Particolare dei fregi marmorei del Duomo di Torino, portale sinistro, in cornu evangelii]

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

16 - prolegomeni materiali all'ascesi mistica

Quel gesto, non l'aveva mai visto fare a nessuno; e chissà perchè, l'affascinava tremendamente.

E dire che uomini ne aveva conosciuti.

Con quelle passioni poi.. quanti!

Però prenderla così in quel modo, accoglierla tenerla stretta, quasi abbracciarla, sentirne il profumo, guardarne ogni parte... no, questo non era successo mai.

Verdiana guardava quell'uomo; tanto più lo conosceva quanto più si accorgeva di non conoscerlo. Ogni incursione nei suoi pensievi spalancava porte in mondi nuovi.

Aveva spesso intuito, nella pratica professionale, che ci fossero profondità dietro alle passioni ed ai gesti degli uomini; le aveva intuite, le aveva usate a proprio vantaggio, acquisendo una posizione di predominio sugli uomini proprio perchè le conosceva; ma ora quest'uomo le stava cambiando il mondo, perchè invece di vedere queste profondità come il fondo sul quale sbattere quando ci si lascia andare le proponeva come porte, approfondimenti, aperture verso altri mondi che lei poteva solo intuire, e che mai avrebbe immaginato.

Poi, quello sguardo.. perso e infinito, come la prima volta che l'aveva visto guardando il san Giovanni dell'ultima cena in Duomo, proprio quello sguardo che l'aveva provocata a conoscerlo.

Mentre la teneva nella mano in quel modo così inconsueto e dolcissimo, lo sguardo era proprio quello: adorazione pura.

Si sentiva come un'ospite nel suo mondo, al quale lui le aveva concesso accesso; lei sapeva perfettamente che lui si stava lasciando andare, le stava permettendo di entrare, e di ferirlo a morte, nelle zone più segrete del suo cuore.

Per un uomo il cuore, il ricettacolo delle emozioni, è il ventre molle e vulnerabile, la zona attaccabile; lasciarla entrare voleva dire molto, si rendeva conto di essere stata ammessa in un sacrario nel quale poche altre menti avevano avuto accesso.

Per questo lo guardava, e non fiatava; non sapeva che dire, che fare; pure era abituata a situazioni simili ed in quegli altri casi aveva il controllo totale della situazione; si sentiva sicura e padrona, guidava lei l'esperienza. Ora invece no; semplicemente osservava assorbendo grata.

Il giorno era cominciato come tanti, in quell'estate che le avrebbe cambiato la vita; lui era solito venire a soggiornare nel suo appartamento di fianco allo studio, sempre previo un suo invito che le dava il via libera per la giornata. Lui quasi sempre accettava e passava le giornate nella parte privata.

Lei sentiva la sua presenza durante le sessioni, a volte passava a trovarlo, a volte non lo vedeva per l'intero giorno.

Da alcuni piccoli indizi che ogni donna conosce sapeva che a volte indugiava nei suoi armadi.

Le faceva piacere; dare accesso a quell'uomo alle sue parti più segrete, cioè il suo modo di presentarsi, i suoi vestiti, le dava una specie di sollievo per la condivisione con una persona che rispettava così tanto; non sapeva bene il motivo, ma da tempo s'era imposta di non chiedersi il perchè degli uomini ma, semplicemente, di accettarli per come sono. E, nel caso, di sfruttarne la conoscenza.

Lui approfittava volentieri dell'occasione per sprofondare in sè; quell'ambiente così raccolto, segreto, privato, gli dava una specie di libertà euforica; così in questa estate tra la fine della scuola e la maturità dopo il via libera del mattino che riceveva tramite messaggio raccoglieva i libri che gli interessavano e passava ore in quell'appartamento. A volte sentiva gli ospiti entrare dall'accesso allo studio; poche volte aveva sentito gemiti un po' sopra le righe, ma più spesso non sentiva niente, anche se si accorgeva di fare più attenzione del dovuto ad eventuali rumori che potessero giungere dallo studio professionale di Verdiana. A volte si portava un pasto da consumare tra un libro e l'altro; in alcuni giorni appariva Verdiana che lo salutava con larghi sorrisi, a volte non la vedeva in tutto il giorno.

Notò che l'appartamento era sempre pulitissimo, ad un livello quasi maniacale; notò anche che le pulizie coincidevano con i giorni in cui Verdiana non gli mandava il messaggio di via libera; ne concluse che in quei momenti lei preferisse che lui non ci fosse.

Solo un giorno si accorse di un particolare a questo proposito; si era visto con lei al mattino per un caffè e quattro chiacchiere, poi erano saliti insieme nell'appartamento.

Mentre entravano, una persona stava per uscire a testa china, sguardo a terra; Krueger ne vide appena, velocemente, il profilo che gli ricordò qualcosa di non ben definito.

Verdiana assunse un atteggiamento inconsueto, alzando il mento e assumendo un tono imperioso: "pulito tutto?"

Krueger per delicatezza pensò bene di portarsi ad una certa distanza dai due, fuori dalla loro vista, ma non potè fare a meno di sentire il dialogo.

Lui, sempre a capo chino, espose una litania di operazioni svolte per la pulizia dell'appartamento e dello studio; parlava con una voce in falsetto dietro alla quale, però, a Krueger sembrò curiosamente di riconoscere qualcosa di noto.

Sentì quella persona allontanarsi, e rientrò mentre Verdiana lo stava aspettando sul pianerottolo.

Quasi fece tenerezza, a lei, vedere quante domande lui aveva in mente e che, per delicatezza, non esponeva; quindi gli spiegò.

"Ci sono alcune persone che mi puliscono la casa, ormai da anni. Vengono qui, gli lascio le chiavi, e puliscono tutto, molto bene. No, non le pago. Sono loro che pagano me per poterlo fare."

Lui intuì qualcosa, ma impostò il viso a punto interrogativo per farla proseguire.

"Vengono quando glielo dico, le prime volte in mia presenza, poi anche senza di me. Si vestono con vestiti da cameriera sexy, che gli procuro io e che faccio loro trovare pronti. Passano ore così vestite a pulire, lucidare, mettere a posto; questo le gratifica. Poi se ne vanno; a volte faccio loro qualche complimento, altri le sgrido perchè non hanno pulito bene, anche se non è vero; a loro in qualche modo gratifica, perchè tornano e chiedono di farlo ancora".

Lei gradì molto che lui non ne ridesse; anzi, il suo viso curioso e interessato le stava confermando che si trovava di fronte ad una persona sicuramente speciale. Lo guardò dolcemente mentre le stava chiedendo :

"Secondo te perchè lo vogliono fare?"

"Oh, non lo so bene; so che succede. Penso che abbiano da una parte una specie di adorazione nei miei confronti, dall'altra un bisogno di servire; penso che siano gratificate dall'essere umiliate come serve e vestite come femmine provocanti, mi sembra che per loro sia una specie di liberazione. Nella vita 'normale' sono mediamente uomini forti e in posizione di potere: il lasciarsi andare ad una umiliazione del ruolo e del genere consente loro di liberarsi del peso della loro posizione, e se ne vanno... liberi, e penso che sia proprio per questo senso di libertà che mi pagano".

Lui la guardò sorridendo e lasciando trasparire quell'ammirazione che lei si bevve tutta d'un fiato, gongolando dentro senza cercare di farlo troppo vedere fuori.

Lei gli fece vedere come aveva pulito tutto bene: tutti gli arnesi in pelle erano stati puliti e ingrassati con maniacale metodo con una crema che si faceva arrivare dall'Inghilterra; i collari di pelle nera brillavano lucidi esaltando gli anelli cromati e splendenti, la croce di sant'Andrea in legno e imbottitura di pelle riluceva mostrando gli anelli ai quali legare le persone, il letto in latex brillava lucido e liscio, veniva quasi voglia di sdraiarsi e lasciarsi avvolgere dalla fresca viscida avvolgente sensazione che il materiale riusciva a infondere sulla pelle nuda.

Lo scaffale delle scarpe era anch'esso pulito, ognuna delle calzature lucidata; a fianco c'era lo scaffale con tutti gli stivali, mentre questo era costituito da barrette di metallo sulle quali erano appoggiate le scarpe, tutte con tacchi che sarebbe stato difficile indossare in situazioni diverse da un dungeon sadomaso, alcuni in metallo, altre in cuoio, altri ancora trasparenti.

Lei aveva registrato il suo sguardo ipnotizzato da quelle calzature.

"Mi avevi detto che mi avresti parlato dei tacchi e che mi avresti portato in un monastero, ricordi?"

"In una abbazia avevo detto."

Mentre lui pronunciava queste parole compì quel gesto che lei non aveva mai visto compiere; prese una scarpa dallo scaffale e la tenne dalla parte centrale, con il corpo della scarpa nel cavo del palmo della mano, quasi abbracciandola. La scarpa era, naturalmente, in pelle nera; la punta affusolata e sottilissima si rivolgeva verso di lui, mentre l'altissimo tallone usciva tra il pollice e l'indice per innalzarsi in un cinghietto che avrebbe allacciato la caviglia; il tacco infinito si perdeva dietro la sua mano.

La portò alle nari, quasi tanto vicina da annusarla; poi allontanò la punta verso l'esterno, ammirando il tacco ed il tallone, e pronunciò senza distogliere o sguardo:

"Una abbazia, ti propongo, perchè ti sia chiaro il senso di queste altezze"

Con le dita fecce uno strano gesto, come ad imitare le gambe di una persona che passeggia attorno al tacco, risalendolo.

Diceva, ancora ipnotizzato; poi, quasi risvegliandosi, riportò la scarpa al suo posto.

"Perchè una abbazia?"

Lui riprese con quel tono da professore che lei aveva tanto odiato in molte persone e che semplicemente adorava in lui.

"Come abbiamo già detto, questi oggetti agiscono come simboli. Dietro ai simboli sono celati motori potenti; non è la scarpa 'in sè' ad avere potenza, ma dietro ad essa ci sono veicoli che agiscono a livello inconscio e che 'stregano' i tuoi clienti, e non solo quelli; al fascino del tacco a spillo sono soggetti quasi tutti gli uomini e le donne.

A differenza dei vestiti in pelle, di cui abbiamo già parlato, e che sono un veicolo simbolico abbastanza semplice, in queste scarpe ci sono più veicoli che convergono a moltiplicarne la potenza; per esempio, il fatto che siano in pelle coinvolge il motore simbolico del quale abbiamo parlato per gli abiti in pelle, ma ne è solo uno dei componenti. Chiaro?"

La guardò in modo interrogativo.

"Ossantiddio ossantocielo chemmmisuccede" - lei pensò silenziosamente guardandolo - "non è possibile nonsipuò nonsideve nonsifa. Ma come mi guarda, come parla, come usa le mani, cosa dice quest'uomo, perchè mi s'intrufola dentro, perchè sa queste cose, chi è cos'è cosa vuole ossantiddio mistoeccitando daquantotempo calmati calmati calmati frena frena frena"

Deglutì, assunse un cipiglio deciso, e rispose "chiarissimo" con un tono più deciso di quanto credesse.

"Nelle scarpe ho riconosciuto almeno quattro di questi motori, ma penso ce ne siano di più, devo parlartene singolarmente; per uno di questi, forse per quello più visibile che riguarda il tacco, devo portarti nell'abbazia per farti entrare completamente nell'archetipo, cioè nel motivo primo che alimenta uno dei motori simbolici. Lì è di una chiarezza che non ho mai visto altrove, per questo ti ci voglio portare."

"Dici che ci sono più motori simbolici in una semplice scarpa?"

"Sì, e alcuni di questi particolarmente potenti. Prendi ad esempio il cinghietto: sembra una innocua striscietta di pelle. Invece ha in sè molti significati, dei quali i principali sono la legatura e la serratura. Sulla legatura, sui legami e sul dio legatore Mircea Eliade ne ha scritti interi capitoli, e Renè Guenon ne ha scritti trattati; per dirtelo velocemente pensa solo alla malattia come 'legame' che ti trattiene e dal quale uscendone sei libera e cresci. Sulla serratura, cioè la fibbia, l'archetipo della porta, della chiusura, della chiave, dell'ardiglione che...

"Ardicosa?"

"L'ardiglione, è quella parte della fibbia che si infila nel buco.. beh, il simbolismo ti è sicuramente chiaro, infilandosi nel buco lega per il futuro senza lasciarti libera... non ti viene in mente alcun parallelo?"

"Oh si, è come se fosse un anello al dito, a ruoli invertiti!!"

"Bravissima! vedi che dietro ad ogni gesto, soprattutto quando coinvolge materia, oggetti, ci sono significati forti."

Di nuovo, quella sensazione in Verdiana, di sentirsi liberata, di vedersi pulita e vera, vergine di intenzioni... quasi inebriata da questa sensazione, fu però subito vittima del rimorso e nel senso di colpa che nella donna, da Eva in poi, la fanno da padroni.

"Feticista pervertito. Così la moglie di un mio cliente che l'ha scoperto a leccarmi le scarpe in un luogo pubblico l'ha apostrofato, e si sono separati spaccando una famiglia; forse anche per colpa mia, non lo so, ma mi ci sento dentro e ci sto male. E tu mi dici che ci sono archetipi, abbazie e motori simbolici dietro questo? non semplice ignoranza, stupidità, istinto e perversione?"

"Istinto, quello sì, c'è. Se c'è ignoranza e stupidità è quella della moglie che non ha voluto accettare il suo uomo per quello che è, o meglio, per quello che ha dentro. Se c'è perversione è quella del nostro comune modo di vedere che non accetta la naturalità degli istinti."

"Ma io ho fatto del male a quella famiglia!"

"Sì."

A Verdiana si inumidirono gli occhi di rabbia.

"Come sì! Come sì! Dimmi che non è vero!!! Mi dici che alla fine c'è una ragione, una radice in quello che faccio, e ora invece mi dici che faccio male! Ma che... bestia inumana che sei!"

Si accorse di avere esagerato, e le lacrime che prontamente si stava asciugando ne erano testimonianza.

"Verdiana, tutti facciamo del male. Ogni giorno. Ma quello che da una parte può essere considerato male, dall'altra può essere invece bene. E' bene uccidere un uomo? No. E se quell'uomo un attimo dopo fa una strage e ne uccide venti, è stato ancora bene non ucciderlo? o è stato male? Non c'è una risposta, semplicemente ci sono cose che si fanno con verità e radice, aderendo al proprio modo di sentire e non ad una morale esterna e oggettiva. Il desiderio di quell'uomo era leccarti le scarpe, e probabilmente lo voleva così tanto da farlo in pubblico. Tu gliene hai dato la possibilità, hai esaudito un sogno, e forse hai ancora i suoi occhi grati nei tuoi ricordi. Tu sei stata un mezzo con il quale si è compiuta una parte del destino di quella coppia, non la causa."

Lei sentiva gli occhi umidi, la situazione inconsueta. Era abituata a comandarli, gli uomini; ora era sull'orlo del pianto con questa ammirazione infinita per questo sguardo che la cercava incessantemente, con questa fastidiosa dolcissima sensazione di eccitamento al momento sbagliato e non sapeva proprio che fare e che dire.

"Dov'è questa abbazia?"

"Vicino, se ti va ci andiamo tra qualche giorno, così parliamo dei tacchi"

"Uh, le sexy suore, vero? Ho il costume pronto di là."

Risero insieme, e si sentirono leggeri; un bicchierino di Mezcal contribuì ad alleggerirli ancora di più.

Il verme al fondo della bottiglia stava organizzando piani segreti.

grazie a Matiluba per l'indispensabile contributo.

C'è la pagina Facebook di Krueger, e il romanzo si può approfondire e comprare su krueger.losero.net.

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

17 - legati

Diventava quasi un appuntamento quotidiano quello di trovarsi al bar sotto lo studio di Verdiana per prendere un caffè; a volte poi saliva, da solo o con lei, per passare qualche ora in quell'appartamento che era diventato un rifugio importante. Abituato a vivere in ambienti comunitari con una netta divisione tra lo spazio pubblico e il limitato spazio privato dove, comunque, chiunque poteva chiedere di avere accesso, utilizzare quell'appartamento risultava invece riposante e sicuro, uno spazio che, nella parte privata, era condiviso solo da lui e Verdiana.

Verdiana era rimasta molto incuriosita dall'abbazia 'dei tacchi a spillo', quella in cui lui voleva portarla per approfondire la fascinazione di quel tipo di calzature. Da quando l'aveva conosciuto il suo mestiere era in parte cambiato; non certo nella pratica, per la quale aveva ormai conquistato una buona sicurezza ed una abilità che le dava soddisfazione, quanto piuttosto per il modo con cui vedeva le sessioni ed i clienti.

Le sessioni erano ritornate a darle il gusto dei primi tempi, spazzando quel velo di noia e abitudinarietà che a volte si insinuava nei suoi pensieri; ricominciava a voler scandagliare l'animo delle persone per scovarne i punti sensibili, per portarli vicino ai loro limiti, farglieli sperimentare e poi, eventualmente, superarli e far scoprire loro altri limiti e desideri per renderli più felici e, ora aveva scoperto, più vicini a sè stessi, anche considerandolo da un punto di vista esterno al proprio; le spiegazioni sulla simbologia glielo confermavano. Era stata sempre convinta di agire per il bene dei propri clienti, per la loro liberazione da timori e pregiudizi, ma si sentiva un po' sola in tutto questo vivendo in un mondo recintato che aveva pochi collegamenti chiari con tutto ciò che ne stava al di fuori.

Ora le parole di Krueger sembravano confermare la forza e verità delle passioni con cui lavorava ed a collocarle in una normalità delle espressioni dell'essere umano della quale lei era sempre stata convinta ma con la quale si era sempre dovuta scontrare con il mondo 'esterno' che le considerava eccezionali perversioni patologiche piuttosto che normali espressioni.

Aveva conosciuto bene casi in cui, invece, le passioni erano chiaramente patologie; proprio grazie all'esperienza era riuscita a riconoscerle immediatamente e a declinare rapporti con clienti di quel tipo indirizzandoli verso un approccio di cura clinica.

Aveva capito fin dai primi passi che l'ambiente dei rapporti fetish e sadomaso non brillava certo per numero di neuroni in circolazione; rischiava di trovarsi spesso in ambienti degradati e con persone che chiedevano di dare sfogo ai propri istinti abdicando all'uso del cervello, anzi, evitandolo accuratamente per non doversi fare un esame di coscienza dal quale uscirne penosamente colpevoli. Solo la selezione della clientela, a cominciare dalla prima, obbligatoria, telefonata di contatto prima dell'incontro, era riuscita ad evitarle il peggio; tuttavia i neuroni in circolazione continuavano ad essere meno di quanto lei desiderasse, ambiva a rapporti personali più qualificati con i clienti e con il suo ambiente, più significativi, e per questo le chiacchierate con Krueger diventavano una gioia per la mente e l'accompagnavano durante il lavoro.

Cercava i ritagli di tempo con i quali riuscire a chiacchierare; aveva capito che anche per lui la compagnia era gradita e che si stava formando una intesa che andava un poco oltre i normali rapporti personali tra conoscenti; notava quanto lui fosse interessato al suo 'mestiere' anche se non capiva bene fino a che punto e a che scopo.

Se avesse semplicemente voluto diventare un suo cliente ne avrebbe già espresso il desiderio; no, non era questo il suo scopo, o per lo meno non era quello principale, ci doveva essere qualcos'altro di più intrigante, si sentiva interrogata nella sua persona quando lui gli agganciava gli occhi e le catturava lo sguardo, come se si fosse affacciato alla sua anima e avesse visto qualcosa di bello e grande che neanche lei conosceva e glielo stesse poco a poco svelando.

Sentiva inoltre avvicinarsi pericolosamente il sentimento con il lavoro e questo le dava una specie di brivido di gioia misto a paura e insicurezza; teneva a bada la sensazione per quanto possibile, ma capiva che quel falso prete la stava colpendo nel profondo.

Così quel mattino lei lo provocò un poco.

"Mi hai promesso di portarmi a quell'abbazia per parlare dei tacchi..."

Poi ricordando il modo con cui ne aveva stretta una nel palmo della mano:

"... mi sembra che potrei avere delle lezioni da un vero esperto e, sai, bisogna sempre fare corsi di approfondimento per tenersi aggiornati sul proprio lavoro!"

"In questo periodo sono abbastanza libero, possiamo andarci quando vuoi. Mi porto però dietro l'abito talare, potrebbe essere utile per aprire qualche porta in più"

"Ok, va bene. Anch'io potrei portarmi dietro un costume da suora in latex che ho sopra... che ne dici, potrebbe aprirci qualche porta in più?"

Lui si fece serio, e rispose

"Verdiana, sei pazza? Con questo caldo! Moriresti!"

E si misero a ridere entrambi come ragazzini.

"Ok, allora niente sexy suora in latex, magari mi vestirò così per te un'altra volta."

Chinò il capo per guardarlo da sopra gli occhiali e registrarne la reazione, ma non notò cambiamenti.

"Verrò vestita in modo più... tradizionale. Prendo l'auto io e passo a prenderti."

La mattina di luglio stava passando dal fresco al caldo quando lei si recò all'appuntamento: passò a prenderlo davanti alla scuola per andare a quella che nei suoi pensieri era diventata l'abbazia-dei-tacchi-a-spillo, quella che secondo lui ne avrebbe svelato il significato simbolico.

Lui stava uscendo dal portone principale, circondato da un gruppo di ragazzi; erano alcuni dei maturandi che si erano fermati per un ultimo ripasso o, semplicemente, per sdrammatizzare l'ansia da esame con qualche chiacchiera. Lei notò che l'aveva vista e si fermò in disparte per non dare troppo nell'occhio, osservandolo.

Scherzava tranquillo con i ragazzi; si vedeva che si trovava a suo agio, si lasciava prendere amabilmente in giro, ma notò che quando assumeva un atteggiamento più serio per addentrarsi in qualche spiegazione i ragazzi si ammutolivano subito per starlo a sentire con attenzione.

Visto da fuori, dall'esterno, era ancora più interessante mentre spiegava. Lo sguardo alto, fiero, trasmetteva serietà e importanza del discorso attravero un sorriso sicuro e costante che lei paragonava ad un buon giro di basso in una melodia, che ne era il vero motore della gradevolezza ma che non appariva direttamente. Le mani inquiete stavano ferme per pochi istanti, per poi aiutare il discorso come la bacchetta di un direttore d'orchestra; a volte prendeva i ragionamenti e fingeva di metterli sul palmo della mano e di collocarli a mezz'aria classificandoli in diverse zone; poi, al bisogno, andava con la mano a riprenderli dalla loro collocazione, li portava nel palmo di fronte all'interlocutore e lì fingeva di aprirli per portarli a termine. Sarebbe rimasta ore a guardarlo parlare, spiegare, affascinata da quello sguardo e da quelle mani. Si ritrovò a pensare come sarebbe stato se quelle mani avessero un giorno custodito una delle sue, come sarebbe stato essere dentro di lui, al caldo di quella pelle e sotto quello sguardo.

"oddio oddio dinuovo fermati Verdiana fermati nonpuoi nondevi nonsifa nonsideve miscaldotroppo lasciastare lasciastare"

Distolse gli occhi da lui e li abbassò sul cruscotto sentendo il cuore battere forte e vergognandosi un po' della vampa di rossore che le stava colorando il viso.

"Ma in fondo lo sto solo guardando.. che c'è di male?" E ritornò ad alzare lo sguardo.

"AARRGGGHH"

"Verdiana, che c'è? Ti ho spaventata?"

"Che ci fai qui? Non eri laggiù?"

"Si, ma ti ho vista e sono venuto. Sono così spaventevole? Sei tutta rossa!"

"Oh no, niente, e che sei apparso così... in fretta, non me l'aspettavo. Dai, sali."

La mattina cominciava ad essere calda, ma di un caldo così forte da dentro Verdiana non se ne ricordava; mise in moto per aiutarsi con la brezza del finestrino a raffreddarsi un po'.

"Allora, dove si va? dov'è la sexy abbazia?"

"E' la sacra di san Michele, sopra ad Avigliana, la conosci vero?"

"Ho fatto molte serate e festini erotici in diversi locali, ma non ricordo di esserci mai stata, lì."

Risero insieme e da corso Regina Margherita si diressero verso la tangenziale per uscire da Torino ed imboccare la valle di Susa.

L'abbazia erà visibile già da subito; lontana una ventina di chilometri, appariva allo sguardo appena terminavano le case della città. Verdiana l'aveva vista spesso e forse in passato l'aveva anche visitata, ma non ricordava molto; più chiaro era il ricordo di questo monte a picco sulla valle dal quale da secoli l'abbazia guardava verso oriente.

L'aria fresca dal finestrino e le prime campagne la rasserenarono e cominciarono con quel concitato parlare fitto che era diventato il loro modo di interloquire e che, in certi momenti importanti, si distendeva lento per dare alle parole l'importanza che meritavano.

"Ti dico cose che forse già sai: ci sono tre abbazie di san Michele in fila: Mont-Saint-Michel in Francia, questa Sacra, e san Michele in Puglia. Qualcuno vuole estendere queste tre con altre quattro, due a nord e due a sud per portare a sette i punti o le 'stelle' della linea: Skellig Michael in Irlanda, St Michael’s Mount in Inghilterra, san Michele in Grecia e il monte Carmelo in Israele."

"Dal che si evince chiaramente l'eccitazione incontrollabile dovuta ai tacchi a spillo!"

"Non mi prendere in giro!"

"Va bene, va bene... quindi non ti parlerò di cose che già si sanno, come lo Scalone dei Morti e il portale dello Zodiaco."

"Ehm... magari una ripassatina..."

"Si Verdiana, magari ti parlerò anche di quelli, ma quello che mi interessa, quello per cui ti sto portando in questo posto, è molto, molto più profondo; è ciò che ha generato lo Scalone dei Morti, è la base del Portale dello Zodiaco, è il cuore pulsante della simbologia o di quella che Guénon chiama la 'scienza sacra', è ciò che c'è al centro dell'Uomo. In questa abbazia insiste una potenza fuori misura e ci sono simboli a profusione, a livello molto profondo come quelli di cui ti parlerò o a livelli più 'raffinati', più intelleggibili e semplici. C'è veramente da perdersi; per chi riesce ad intuirli 'il cor si spaura' per dirla con il poeta."

"Leopardi! Questa la so... Però ci sono alcuni collegamenti mancanti, anche se me li hai già spiegati, che non riesco a recuperare. Mi parli di abbazie, di simboli a diversi livelli di raffinatezza, di religione, da una parte. Poi colleghi tutto al mio mestiere, alle cosidette perversioni e poi anche... alla moda, al comune sentire, al senso del bello, all'abbigliamento. Io non riesco a collegare tutto; è come se fossero punti su una cartina di cui non vedo la relazione, come la vedo per i sette san Michele allineati; con te percepisco che ci può essere una 'retta' di pensieri che congiunge queste cose, ma io non riesco affatto a collegarle."

Stavano salendo la strada che da Avigliana sale alla Sacra; la valle di Susa appariva sotto di loro, l'aria diventava più fine e l'abbazia cominciava ad apparire imponente e vicina.

Con l'ascensione verso la vetta anche i discorsi si facevano più alti, potenti e rarefatti, come se all'altezza topografica corrispondesse quella dei pensieri.

Lei stava guidando; lui si era girato appoggiando un poco la schiena alla portiera. In questo modo la poteva guardare di profilo, mentre lei era obbligata a guardare avanti. Per un momento che a lei sembrò lunghissimo lui stette lì, in quella posizione ad osservarla, senza dire niente. Lei girò lo sguardo verso lui per un attimo, e gli occhi si incontrarono; poi tornò con il viso verso la strada mentre lui continuava a tacere e a guardarla. Dopo poco di nuovo girò lo sguardo; e si stupì di trovarlo ancora lì, su di lei, con uno sguardo interrogativo e divertito, con quel sorriso onnipresente.

Capì che non c'era molto da dire, solo da aspettare che dicesse qualcosa; ma i pensieri cominciarono a farsi nuovamente affannosi.

"dinuovo dinuovo dinuovo macosamifaquesto perchèmisentocosì miguardafisso diprofilononsonoungranchè saròsudata forseholapellelucida chissàchefigura oddiochecaldo checalore checaldo"

"Sei rossa!"

"Sì... oggi sento particolarmente il calore, non so perchè. Comunque qui è più fresco, si sta meglio. E... non mi rispondi? domanda troppo difficile, prof?"

"Certo che voglio risponderti, mi sono fermato a guardare tutti i punti interrogativi che avevi nello sguardo per riuscire ad individuarli bene e a risponderti; provo a farlo.

Come abbiamo già detto, i simboli sono dei motori e smuovono potenze dentro di noi, anche se non lo vogliamo e non li conosciamo. Questa 'potenza' da qualcuno è stata chiamata libido; non confonderla con la libido di Freud, che quella riguarda solo il sesso, ma pensala come potenza interiore in grado di smuovere le persone, come una delle urgenze alle quali nessuno può opporsi"

"La fede sposta le montagne? Questo?"

"Eh eh eh... brava, c'è molto di vero. Ottima osservazione."

Lei si sentì gongolare dentro come una scolaretta.

"In un altro modo Jung dice che i simboli possono essere 'numinosi', cioè possono avere una potenza intrinseca, diventare potenti di per sè; quindi numinoso è un attributo del simbolo e la libido è ciò che scatena nelle persone, chiaro?"

Assunse un'aria impegnata:

"Certo prof."

"Questi simboli, proprio perchè agiscono anche senza essere conosciuti, provocano nelle persone delle 'voglie', delle mire, dei desideri dei quali non sanno bene la causa ma che sono all'origine dei loro comportamenti; massimamente attivi in questo sono gli artisti, che pescano a piene mani nelle potenze dell'inconscio per 'sentire' qualcosa che poi esprimono, consapevolmente o meno, in una opera d'arte. Queste opere d'arte, quindi, sono portatrici della libido originale, ma possiamo considerarle opere simboliche di secondo livello, perchè già elaborate e non simboli puri."

Le si illuminò un sorriso furbo:

"Chiarissimo, manca sesso e moda, prof!"

"Ci arrivo... però prima un esempio. Di che segno sei?"

"Cancro"

"Bene. Nel portale dello Zodiaco vedremo il segno del Cancro scolpito nel marmo. Quel segno, come gli altri, è un portatore di libido; chiaramente non solo lì, ma ovunque lo vedi. Il simbolo del cancro è un granchio, perchè va all'indietro. Nel periodo del Cancro il sole, raggiunto il solstizio, torna ad abbassarsi sull'orizzonte, discendendo verso l'inverno; torna indietro, all'indietro come cammina il granchio. L'uomo che osserva il mondo che lo circonda da sempre vede il sole che regredisce dopo il 21 giugno e ne ha un senso di fine dell'aumento, di termine di un ciclo, del concetto essenziale di tempo ciclico, di morte e di rinascita, si perde in pensieri nel considerare che tutto ciò che nasce muore, in un ciclo perpetuo che nel tempo si ripete.

Ecco: questo concetto del tempo ciclico è il motore simbolico principale o di primo livello, mentre il segno del cancro è un motore simbolico di secondo livello, che riporta però in chi lo guarda la potenza libidica di quello principale."

Lei capì perfettamente, ma lo prese in giro:

"Che palle prof! Sesso! sesso! sesso!"

Lei rideva e pensava che quello probabilmente poteva essere il viaggio in auto più bello della sua vita.

"Ci arriviamo. Il sesso è una delle manifestazioni libidiche più chiare, tanto che Freud, come dicevamo, l'ha confuso con la potenza simbolica in toto. Ti sei mai chiesta perchè un tuo cliente ha una 'passione' e uno ne ha un'altra? Sono sensibili a diversi stimoli simbolici, esattamente come a qualcuno piace un gusto o un'altro di gelato, sono soggetti a qualcosa di totalmente incontrollabile perchè non è la loro mente conscia ad esserne coinvolta, ma è l'inconscio che viene sconvolto dalle potenze simboliche e non possono farci nulla, semplicemente ne sono preda, non comandano loro nella loro stessa testa, questi desideri sono incontrollabili. Un po' come capita quando ci si innamora: non puoi decidere chi e perchè, semplicemente capita."

La guardò e fece una pausa.

"Di nuovo rossa... tutto ok? E' chiaro? posso continuare? ti stufo?"

"noonnoonnnoooo parla ti sento ti ascolto, è nnn... normale, ogni tanto arrossisco, a volte mi capita, non ti preoccupare."

"Ad esempio il motore simbolico di primo livello di voler aderire al creato e di esserne parte si manifesta in tutti i simbolismi dei legami e della legatura; puoi vedere notevoli opere d'arte nelle chiese romaniche che rappresentano semplicemente nodi, per non parlare del nodo dell'Apocalisse di cui magari parleremo in un'altra abbazia, bene, queste opere d'arte possiamo chiamarle di secondo livello. Una persona fortemente soggetta a questo motore simbolico potrebbe chiederti di legarlo e tu sai meglio di me quanto bondage e sadomaso vivano di legami e di legature, di manette, cinghie e collari!"

"Oh, ci siamo arrivati... ora è chiaro. Quindi i miei clienti si fanno legare perchè vogliono ricongiungersi al creato?"

"Perchè hanno nostalgia del paradiso, questa è la chiave di tutti i simbolismi, vogliono tornare in quella condizione ontologicamnte precedente al peccato originale e filogeneticamente intrauterina in cui erano nella condizione di dei, perchè lì c'è il ventre caldo della felicità dell'uomo."

Dietro una curva, apparve in alto e di fronte imponente la Sacra. Stettero in silenzio, entrambi soggetti alla verticalità maestosa dell'abbazia.

"Hai sei mesi di tempo libero per spiegarmi quest'ultima frase? E perchè a me piace legarli?"

"Aspetta, dobbiamo ancora finire, manca l'ultimo punto da mettere in fila."

"La moda"

"Esatto. La moda è qualcosa di interessantissimo, perchè è l'espressione del bello, o di quello che si ritiene bello, portato nella quotidianità, espresso a livello minimo e personale; ognuno aderisce a qualche moda e, al suo interno, decide cosa acquistare ed ogni mattina come vestirsi. Tu inoltre, con i tuoi clienti feticisti e meglio ancora nel sadomaso, hai un osservatorio veramente privilegiato perchè lì sono esasperati gli aspetti che la moda veicola in modo nascosto. Inoltre nella moda ci sono alcune tendenze che non muoiono mai, ad esempio l'esaltazione del giro vita e dei fianchi, i tacchi appunto, i tipi di materiali usati, accanto a fenomeni che dipendono invece dai periodi in cui 'va di moda' qualcosa o qualcos'altro."

"Ma non sono le case di moda a decidere cosa va di moda o no?"

"No, non penso, loro ci provano; sono poi le persone a scegliere a seconda del colore del tempo una cosa o l'altra, e decretare cosa effettivamente sarà di moda. Ma per tornare a noi e chiudere il discorso, pensa allo stesso esempio delle legature di cui parlavamo prima: questo fa in modo che, ad esempio, nelle scarpe il laccetto alla caviglia abbia un potere simbolico fortissimo, così come una cintura o una spallina lasciata in vista; tutte affondano a piene mani nel simbolismo dei legami dai quali siamo partiti nel viaggio dal paradiso terrestre, al concetto di appartenenza e legame, ai nodi rappresentati nelle chiese, ai tuoi clienti sadomaso e bondage per arrivare alle spalline del reggiseno. Abbiamo collegato con una linea retta tutte le abbazie?"

"Krueger, sei veramente forte."

Posteggiò nel piazzale e si avviarono per la stradina, lunga qualche centinaio di metri, che portava verso l'abbazia. L'aria era fresca e leggera, la piccola passeggiata un ristoro dopo il tempo passato seduti.

Entrambi avrebbero voluto prendersi per mano come ragazzini.

Ma nessuno sospettava che l'altro lo volesse fare.

[san Michele Arcangelo, Puglia, particolare nodo scolpito]

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

18 - I tacchi a spillo di San Cristoforo

Si erano fermati a prendere un caffè al bar sotto la Sacra; la brezza fresca ristorava dalle calure della città e lo sguardo, esplorando intorno, si spostava da una parte sul panorama verso la valle e dall'altra sull'abbazia che presentava il suo fianco imponente.

L'atmosfera era gioiosa e giocosa, da gita scolastica, i discorsi in auto avevano creato una complice intimità tra di loro.

Cercando di punzecchiarlo Verdiana chiese:

"Krueger, non c'era bisogno di portarmi fin qui; mi hai spiegato bene, in auto, cosa c'è dietro ad un tacco a spillo, ora comincio a capire. Mi piace questo posto, ma non capisco perchè hai voluto venire fin quassù."

"Non ho ancora cominciato a parlare dei significati simbolici delle scarpe col tacco, tutto quello di cui abbiamo parlato non sono che premesse. Tu sei veramente convinta di passare la giornata a parlare di simbologie, religioni, abbazie ed altre cose ammuffite con un vecchio prete? Sono discorsi forse pesanti, ho paura di stufarti."

Lei pensò che in realtà non vedeva l'ora che la stufasse; se fosse successo lui sarebbe diventato, per lei, una persona come tutte le altre, invece no, non si stufava mai ascoltarlo e per questo si sentiva così attratta da lui, così era schiava di quelle sensazioni e di quei rossori che le facevano perdere il controllo. Lei, proprio lei! Così brava a controllare gli uomini, a stimolarli, a sfidarli, a portarli a superare i loro limiti invalicabili, lei così sicura e fiera di sè, lei mistress e padrona, la donna altera con la frusta, provava un senso di fastidio nell'essere così vulnerabile nei suoi confronti e, insieme, nel provare un desiderio così intenso di frequentarlo.

"Oh, se mi stufo te lo dico; tu parla, spiega, dimmi le cose che sai; le voglio stare a sentire, mi interessano, davvero. Quindi da ora comincia la parte... specifica? Quella proprio sulle scarpe?"

"Si, andiamo verso l'abbazia, ma devo ancora farti qualche premessa."

"Che paaaalle, prof!" Disse lei ridendo, ma mostrando un viso estremamente predisposto all'ascolto, gli occhi spalancati a cercare di assorbire le sue parole.

Lui guardava quegli occhi spalancati su un sorriso fiducioso e ne subiva il fascino.

Come un sole d'inverno quel sorriso riscaldava rami spogli, ma non secchi, della sua anima.

Si avviarono sul vialetto, lungo circa trecento metri, che dal pianoro del bar conduce all'ingresso della Sacra.

"Quello di cui ti parlo è qualcosa che si perde nella notte dei tempi, qualcosa che era ben conosciuto dai maestri costruttori di cattedrali e che si presenta in modo particolarmente forte nelle chiese romaniche, cioè quelle costruite fino al 1200-1300 circa; questa Sacra è proprio una di quelle, anche se ha subito rimaneggiamenti. Lo scopo di un edificio di culto va ben oltre a ciò per cui lo conosciamo; in realtà è una specie di... come dire... astronave, un mezzo organizzato per viaggi interstellari, in mondi superiori."

Lei si fece seria:

"Krueger stai scherzando? Ti reputo una persona seria, mi prendi in giro?"

Lui si fermò un attimo a guardarla; ormai lei aveva capito che era la premessa per esporre un pensiero che gli stava a cuore.

"Verdiana sono solo all'inizio. Con questo viaggio ti porterò lontano, se vorrai sentirmi; capisco che suoni inusuale però dammi fiducia, seguimi."

Consapevole di esporre concetti non così normali, camminò più piano guardandola spesso negli occhi; lei sentiva il carico di quegli sguardi su di sè e si chiedeva se sarebbe stata in grado di capire, perchè era ovvio che dietro alla superficiale astrusità di ciò che stava dicendo c'erano invece cause fondanti ben solide, pensieri complessi, costruzioni filosofiche.

Costruzioni che albergavano nella mente di quell'uomo da cui era affascinata, di cui non conosceva la storia, i genitori, la situazione; la impossessò un desiderio struggente di sapere tutto e di più, voleva fargli un mucchio di domande, ma si morse il labbro per tacere, mentre lui riprendeva intenso:

"Una chiesa, come la realtà materiale tutta che conosciamo, si fonda su tre assi principali; assi che si incrociano in un punto 'magico', nel senso di caratteristico, significativo e 'potente'.

Il primo di questi assi è quello verso cui è rivolta la direzione longitudinale della chiesa, quello che va dalla porta di ingresso verso l'altare o viceversa; visto che le chiese devono essere orientate con l'abside verso est, dove sorge il sole, questo risulta l'asse est-ovest; chiaro?"

"Si, certo, fin qui ci arrivo, parola di boy-scout."

"Bene; ad un certo punto di questo asse, si pone l'incrocio con un'altro asse, quello nord-sud, che incrocia quello precedente. Tipicamente l'incrocio avviene a metà del transetto, o sotto la cupola, individuando la posizione esatta del punto in cui deve essere posto l'altare, o meglio, l'officiante davanti all'altare.

Anche i romani, quando fondavano una città facevano le stesse operazioni: l'asse est-ovest era il decumano maggiore, cioè la strada principale, che veniva intercettato dal cardo maggiore nord-sud; intorno a queste due direzioni si tracciavano le strade. A Torino il decumano è via Garibaldi, il cardo via porta Palatina e il seguito di via san Tommaso, per esempio."

Dal vialetto vedevano Torino lontana, nella pianura. Verdiana non sapeva queste cose e si stupiva che lui le conoscesse così bene da darle quasi per scontate, e se lo figurava mentre passeggiava con lei in via Garibaldi pensando di percorrere il decumano maggiore, la strada tracciata dai romani, mentre lei aveva invece pensava a guardare le vetrine. Che differenza.

"Quindi di qui discende la croce, simbolo dei cristiani?"

"No Verdiana, non è così semplice, per la croce dobbiamo fare altri discorsi, che comunque in parte c'entrano con quanto voglio dirti. Esattamente in quell'incrocio degli assi a livello dell'altare si pone l'asse verticale che va dal basso all'alto. Se c'è una cupola, quest'asse ne intercetta il centro; quindi il punto 'magico' è l'incrocio dei tre assi che individua la posizione che deve mantenere un uomo esattamente davanti all'altare per 'catturare' tutte le energie simboliche del luogo. Questa è la vera croce, che oltre a quella conosciuta dovrebbe comprendere due bracci in più per segnare il terzo asse.

Una croce 'vera', quindi non è disegnata su un piano ma raccoglie la realtà tutta, il mondo intero, è una croce tridimensionale a tre assi.

Se vuoi vederne l'espressione più vera, più umana, guarda il sacerdote quando celebra la messa e recita il padre nostro: è esattamente nel punto giusto della chiesa, il suo corpo ne intercetta la verticale, le sue braccia aperte l'asse nord-sud, il suo sguardo l'asse est-ovest: lui è il mondo, in quel momento."

Verdiana era completamente catturata dallo sguardo estatico di quell'uomo, sentiva che la stava risucchiando, che tutto il suo sapere diventava un vortice in cui era dolce lasciarsi andare. Si fece forza, resistette a quel vortice per amore di sè stessa e della propria individualità, e per sdrammatizzare disse:

"Oh. E porta i tacchi a spillo? Questo è il senso di tutto?"

Krueger capì perfettamente il tentativo di smarcarsi dalla pressione, provò una tenerezza infinita per quella donna che conosceva così poco e che gli suggeriva così tanto.

"Calma Verdiana, calma, ci arriviamo."

"La chiesa stessa è costruita in un certo modo ed è una rappresentazione del mondo; per questo tipicamente il soffitto è a volta perchè rappresenta la volta celeste, spesso c'è una cupola tonda, simbolo del divino, che scendendo diventa un transetto quadrato, simbolo della materialità terrena; il raccordo tra il tondo e il quadrato segna quattro lunette nelle quali di solito viene posto il tetramorfo, cioè il simbolo dei quattro evangelisti, in questo modo il Libro diventa il raccordo tra il divino ed il terreno, ciò che fa diventare il divino materialità, in poche parole l'incarnazione, e questo ti spiega perchè la religione cristiana si dice rivelata, cioè 'spiegata' attraverso il Libro che è il collegamento tra il Dio e l'uomo, tra il divino e il materiale, tra la trascendenza e l'immanenza."

"Krueger... ti ho perso..."

"Non fa nulla, mi sono lasciato prendere dal discorso, torniamo a noi. Quindi l'incrocio degli assi è il punto più potente; lì al centro c'è l'uomo, e intorno ad esso la chiesa che è una rappresentazione del mondo intero; capisci questo doppio salto uomo - chiesa - mondo che si concentra nel punto di emanazione di tutte le direzioni? Diventa così chiaro che nell'uomo è rappresentato il mondo intero, ed il mondo intero è rappresentato nell'uomo, la chiesa diventa il veicolo, il mediatore, la potenza materiale che eleva l'uomo all'essere il mondo e che racchiude il mondo nell'uomo: l'astronave."

"La prossima volta ti chiederò di parlarmi delle pantofole di peluche con le orecchie e gli occhioni da cucciolo..."

"Le orecchie e gli occhioni sono una simbologia della città di Dio di sant'Agostino che s'impermea dello spirito neoplatonico planando sul luppolo della birra ambrata che a sua volta riflette..."

"Krueger! Non mi prendere in giro!"

Così ridendo erano arrivati di fronte all'ingresso; situato qualche decina di metri sotto la chiesa, permette l'accesso al complesso abbaziale; si sale attraverso quello che viene chiamato lo Scalone dei Morti, dopo il quale si oltrepassa il portale dello Zodiaco e, dopo qualche scala, finalmente si entra nella chiesa.

"Ma se quello che mi dici è vero la chiesa non è una... casa, un edificio, è invece un luogo in cui si manifestano cose magiche!"

"E' una ierofania, cioè una manifestazione di Dio già solo per come è fatta; questo per le chiese romaniche soprattutto. Capisci che il mestiere di costruttore di cattedrali è molto di più dell'essere mastro muratore o architetto; è l'opera di chi riesce a condensare nella pietra la sapienza dell'umanità."

"E cosa c'entra Dio? Ho detto magica, non ho parlato di Dio."

"Ok, va bene, hai ragione, ho fatto qualche passaggio di troppo. Dovremmo prima intenderci su cosa intendiamo come Dio per poterne discutere, e non lo voglio fare ora. Comunque, ottima osservazione."

"Grazie prof! Sta di fatto comunque che è un luogo speciale! Dovrebbero mettere i cartelli; attenzione, luogo speciale, o voi che entrate, ricordatelo!"

La guardò illuminato.

"Bravissima Verdiana, bravissima, sei veramente forte! Ed è proprio questo cartello che c'è in quasi tutte le chiese romaniche; ma essendo la popolazione di allora, quando venivano costruite le cattedrali, in gran parte analfabeta, si mettevano, come vedi qui, dei leoni all'ingresso ad indicare proprio quello che volevi fosse scritto sul cartello, così chiunque sarebbe stato avvisato che oltre quella soglia ci sarebbe stato un luogo diverso, uno spazio sacro, uno spazio di qualità diversa rispetto al resto del mondo. Posso chiamarlo sacro? O vuoi continuare a chiamarlo magico?"

"Sacro va benissimo, mi è chiaro! Li vedo i leoni, scolpiti lì. Ma perchè hanno le code intrecciate?"

"Questo ci porterebbe lontano, per ora saltiamo, guarda invece in alto."

Erano alla base della Sacra; mentre prima ne vedevano un fianco ora la stavano vedendo di fronte, da est, esattamente sotto l'alto baluardo che ne definisce il lato rivolto verso oriente; l'altezza, la verticalità, la pietra, la forma, tutto incuteva rispetto e potenza, sacralità e forza.

"Vedo qualcosa di quello che mi dicevi: sopra tondo, sotto quadrato. Ma è altissimo! E quella forma rotonda lassù, semicircolare mi ricorda... beh ecco... no non te lo dico, che di scarpe non mi hai ancora parlato."

"Ok, ma mi sa che cominci ad intuire; entriamo."

Entrarono nello Scalone dei Morti; una scala in pietra prima stretta poi sempre più larga si avvinghiava a spirale intorno ad un massiccio potente pilastro centrale che in alto si dipartiva in quattro archi a sorreggere il soffitto.

Gurdando in alto, Krueger riprese:

"La prima base di questa abbazia era una piccola chiesetta; nel tempo, hanno cercato di allargarla; ma la punta del monte era veramente stretta. Così hanno costruito una terrazza sulla valle su cui appoggiare la nuova più grande chiesa. Sotto questa terrazza era necessario qualcosa per sorreggerla ed è il pilastro che vedi qui. Questo pilastro sorregge la chiesa; o meglio sorregge il transetto, la parte centrale in cui c'è l'altare"

Verdiana, che sorbiva beata questi iscorsi, ebbe una illuminazione:

"E' l'asse verticale!!! L'ho capito, è lui!!"

"Bravissima Verdiana, è proprio quello, l'asse verticale in tutte le chiese simboleggia la salita dal mondo dei morti alla rinascita celeste passando per la vita; proprio per questo sotto l'altare, nelle cripte, nelle chiese romaniche venivano sistemati i morti, proprio per questo qui c'è lo Scalone dei Morti. L'asse verticale è quello che testimonia la resurrezione, la rinascita, la forza verso l'alto. Solo qui l'ho visto presentarsi in modo così palese, netto e forte; è quello che Mircea Eliade chiama una cratofania, cioè una manifestazione della potenza di Dio."

Lui le cercò lo sguardo, agganciò gli occhi, e disse, intenso:

"E questo, Verdiana, questo è il tacco a spillo."

"Ma dai! Il tacco a spillo una manifestazione della potenza di Dio!"

"No, aspetta.. non così direttamente. Volevo dirti che questo è uno dei migliori modi di rappresentare la potenza della verticalità, il valore dell'innalzare, del portare in alto, del concetto di asse sottile, che è ciò che ci porteremo dietro per spiegare le scarpe. Ma in questa abbazia c'è qualcosa in più, una rappresentazione simbolica della scarpa che però è frutto solo della mia fantasia, ma che schematizza perfettamente quello che ti voglio dire, e che funziona benissimo per spiegare i motori simbolici. Per adesso, per gioco, pensa a questo pilastro come se fosse un tacco a spillo. Cosa ti aspetteresti di vedere al di sopra?"

"La parte che sostiene il calcagno, e la parte tonda che chiude la calzatura dietro al piede in alto"

"E infatti... c'è; ti ricordi l'abside tonda, vista dal basso mentre eravamo fuori? Non ha esattamente quella forma? Quindi abbiamo il tacco, il transetto che fa da base e l'abside che chiude dietro al piede".

"Oh Krueger.. era proprio quello che avevo pensato, ma mi sembrava così impossibile da non poterlo dire! Ma se fosse così dovremmo aspettarci, per analogia con la scarpa, una chiesa in discesa a rappresentare la parte centrale, che da quel punto e verso ovest si abbassa verso la punta del piede che tocca terra."

La guardò con grande soddisfazione, che lei si appuntò sul petto come una medaglia.

"Infatti.. ma è presto per parlarne, saliamo sopra per rendercene conto."

Salirono dallo Scalone dei Morti e passarono attraverso il portale dello Zodiaco; Verdiana capiva che lui avrebbe voluto fermarsi e dirle mille cose, ma si stava trattenendo per non confonderla. Si fermò solo a farle vedere il segno del cancro, di cui avevano parlato prima, scolpito su uno dei fianchi del portale. Lei inoltre vide che il suo sguardo indugiava in particolare modo sulle melusine e che ne risultava affascinato; gli occhi correvano dalle melusine a salire in verticale, a cercare i fianchi della chiesa più in alto. Per un attimo rivide in lui quello sguardo che l'aveva fatto conoscere in Duomo, e, insieme, non potè evitare di collegarlo agli sguardi di molti dei suoi clienti nei momenti di soddisfazione; così simili, così vicini.

Entrarono in chiesa; prima dell'ingresso Verdiana notò sul portale i visi scolpiti di quelle che sembravano creature fantastiche, sopra al portone, e ricordò: attenzione, stai entrando in un luogo magico! Ovviamente non si aspettava di trovare una chiesa in discesa come una scarpa col tacco, ma fatti pochi passi all'interno, guardandosi intorno non potè reprimere un grido:

"Kruger, E' vero! Guarda! guarda!"

Era entusiasta come una bambina.

Il punto più alto della chiesa, cioè il transetto, proprio quello sostenuto dal pilastro, era un grande pavimento di pietra. Dopo questo si abbassava di un gradino per dare spazio ad un'altra parte di pavimento, poi un'altro ancora, e così in totale per quattro volte fino a discendere nel pavimento della parte della chiesa riservata ai fedeli.

"Kruger! Avevi ragione! E' pazzesco! Una scarpa! Ma come facevi a saperlo? chi te l'ha detto? Oh, ma sei... fantastico! Magico!"

"Verdiana... parla più piano.. siamo in chiesa e stai parlando con un prete, un po' di contegno verso l'abito che porto!" Le disse con un largo sorriso.

"E' un gioco, Verdiana, non è stata certo questa l'intenzione di chi ha progettato quest'opera imponente. Tuttavia le forze messe in gioco per costruire questa chiesa possono essere ricondotte a quelle stesse per cui esiste la fascinazione per i tacchi a spillo, e per cui alcuni tuoi clienti non vogliono altro che questo o per cui la moda continua a proporre quel modo di camminare così scomodo e così bello."

"Come? Ricondotti? E' così chiaro! E' palese! D'ora in poi voglio solo più tacchi a spillo."

"No, aspetta, non confondere i piani. La Sacra non è una scarpa; cerchiamo di ricondurre tutto a ragione. Siediti."

Lei si sedette in un banco e frugò nella borsa. Ne emerse una scarpa nera di vernice, bellissima, di marca, con un tacco vertiginoso, l'interno morbido in pelle color carne, nello stile classico più puro e pulito di questo tipo di calzature; la guardò con esagerato rispetto e poi la pose sul banco di fronte a lei come fosse un prezioso tesoro. Notò che Kruger era stato un po' destabilizzato da quella mossa, che non riusciva a distogliere gli occhi dalla scarpa ma che cercava anche di controllare se qualcuno li stesse osservando.

C'erano più persone a custodia del luogo, in parte volontari ed in parte sacerdoti rosminiani; non sembravano notarli, l'aria pigra del primo pomeriggio invadeva il luogo infondendo sicurezza alla loro clandestinità.

Lei concentrò alternativamente lo sguardo sulla scarpa e sulla chiesa, si sentì forte e in pieno controllo, come nelle migliori sessioni con i suoi clienti ed il tono con cui parlò non ammetteva repliche.

"Krueger, siedi. E parla."

"L'uomo tende verso l'androginia, come nostalgia del paradiso perduto; per questo quando incontra simboli che portino ad esaltare la donna viene 'fascinato' e diventa preda di potenze che non controlla. Ciò vale sia per una donna fisica e esterna che per la parte femminile presente in ognuno di noi, maschi e femmine.

Queste macchine simboliche che sono i tacchi a spillo concentrano ed esaltano più potenze. Una è quella del materiale con cui sono costruite; ma ne abbiamo già parlato.

Un'altra è questo simbolo dell'asse verticale, della potenza del passaggio dalla morte alla rinascita; 'funziona' sia come simbolo verticale 'di per sè', per il fatto di essere verticale e dritto, sia come strumento per innalzare la donna, per portare in alto la parte femminile, per elevarla, per renderla più pura, per darle il ruolo che le spetta, un poco sopra il resto. Sai bene che la trinità non contempla figure femminili; il cercare di mettere completamento a questa mancanza è una delle correnti sotterranee che scorrono nel cristianesimo. Ma, anche di questo, è bene parlarne a parte.

Alla esaltazione del cosidetto 'eterno femminino' contribuisce ciò che vediamo qui: il concetto di elevazione tramite una salita, tramite gradini, tramite un percorso da fare in ascesa. Se non fosse così anche un semplice mattone potrebbe funzionare da 'elevatore'; ma, naturalmente, scarpe fatte a mattone non provocano molto fascino. Il percorso in salita, dalla punta a tacco, 'porta su', eleva la femminilità."

Lei si sentiva viva, come non mai, prepotentemente viva, come se per la prima volta vedesse il mondo per il significato che ha; e sentiva quell'uomo come una porta, come un angelo che le stava rivelando verità alle quali non aveva mai avuto accesso. Non aveva più rossori, non era più impacciata; era sicura di ciò che voleva, e lo disse.

"Ti prego, continua. Non smettere mai."

"Questo concetto della salita, invece, ha importanza fondamentale come avvicinamento al 'santo dei santi', che si perde come idea nella costruzione del Tempio di Salomone che a sua volta si ispira all'Arca dell'Alleanza come modello per glorificare il Signore.

"Stringi."

"Le chiese romaniche sono sempre costruite lasciando in basso i fedeli e poi, tramite una salita tipicamente fatta da gradini, salendo verso il 'santo dei santi', cioè la zona più sacra, a volte ancora separata da veli, alla quale solo i sacerdoti possono accedere. Questa forma della scarpa porta appunto dal basso, dove c'è la punta 'al santo dei santi', che è la donna che è stata elevata dal tacco. Capisci bene perchè le scarpe con la zeppa non funzionano altrettanto bene come motore simbolico."

"Perchè partono già da un certo livello, cioè non è tanto importante dove sia la punta, ma la salita che si deve fare per passare dalla punta al tacco."

Lo stava dicendo passando il dito all'interno della scarpa, sensualmente, quasi ipnotizzata da quell'oggetto.

"Santo cielo Kruger, quante cose."

"Aspetta, potremmo ancora parlare del cinghietto alla caviglia."

"Ne avevamo parlato, parlando di legami e del... come si chiamava il cosino della fibbia che entra nel buco?"

"Ardiglione. Ma non è di questo che ora voglio parlarti; certo, la forza della simbologia del legame esiste. Ma oltre a quella il cinghietto può fare proprio da velo, da separatore, distanziare quella che è la parte volgare, nel senso 'per il volgo', quella bassa e sulla punta da quella elevata, cioè costituisce una separazione per elevare. Soprattutto quando i cinghietti sono due, o il cinghietto è molto largo e separa nettamente ciò che c'è sotto da ciò che c'è sopra.

Dovrei portarti a Santa Maria di Vezzolano: lì c'è proprio un muro, a metà chiesa, che divide le due parti."

"Kruger, ma hai una chiesa per ogni modello di scarpa?"

"No, ho una chiesa per ogni gioia che risplende nel creato. Ma adesso abbiamo aggiunto un altro motore simbolico, riassumiamo: materiale, verticalità con il tacco, ascesi con la salita, legame con il cinghietto, separazione della parte più sacra."

"Ho fatto il pieno, Kruger. Mi hai veramente stupito oggi, mi hai fatto vedere cose che nessun altro uomo mi aveva mai prospettato. Sei potente."

"Ok, smetto. Ma ora vieni, voglio mostrarti qualcos'altro".

Lei prese la scarpa ancora sul banco sotto gli occhi sospettosi dei volontari e si diressero verso la parte destra del transetto, nella cappella laterale. Krueger appoggiò la mano sull'altare di pietra, chiuse gli occhi, quasi a sentire sensazioni. Li riaprì sorridendo:

"Vedi, questo è un altare"

"Lo vedo bene!"

L'altare era in pietra e costituito da una tavola sorretta al centro da un grande pilastro quadrato e ai lato da quattro colonne laterali.

"Intendo dire che questo è un vero altare. Questo ha potenze molto più elementari e forti del tacco a spillo; ma non te ne parlerò ora, magari un'altra volta. Vedi le quattro colonne, ti ricordi del tetramorfo? La grande colonna centrale, invece, è quanto rappresentato dalla quint'essenza dell'alchimia. Non te lo dico per stupirti, ma per farti sapere quant'è magico, o sacro, o divino, questo posto.

Alza gli occhi: guarda."

Sopra all'altare un affresco rappresentava san Cristoforo, con il bambino in spalle e le gambe nell'acqua.

"Conosci la leggenda di san Cristoforo, che traghettava le persone da una parte all'altra del fiume, finchè non si trovò a traghettare un bambino pesantissimo, che in realtà era il Cristo e pesava come il mondo?"

"Ehm... ecco.. ero assente quando l'hanno spiegato... era morto il gatto o avevo l'influenza..."

Lui sorrise divertito.

"Non importa, guarda nell'acqua, tra le gambe di san Cristoforo."

"Ci sono pesci e.. ma quella è... si... la melusina! La riconosco!"

"Bravissima, e qui siamo proprio sopra alle melusine che abbiamo visto scolpite nel portale dello zodiaco."

Lei ricordò il suo sguardo attento e curioso quand'erano sul portale dello Zodiaco.

"Ah si? E perchè?"

"Non lo so."

"Come non lo sai!! Tu sai tutto!"

"No, non lo so, non ne ho idea, sto cercando di capirlo."

Lei guardò il suo sguardo corrucciato con una tenerezza infinita, e le disse sorridendo:

"Ma se non sai nulla che mi hai portata qui a fare?"

Tornarono a valle, ridendo e scherzando e bevendosi una birra nell'aria del pomeriggio al bar sotto la Sacra.

Poi proseguirono in auto verso Torino, felici.

Krueger sapeva benissimo, come aveva imparato e si ripeteva, che avere un giorno di felicità era come tirare una pietra lontano, legata ad un elastico; prima o poi sarebbe tornata indietro colpendolo, perchè ad ogni gioia corrisponde un dolore.

Era pronto a tutto questo.

Ciò che non sospettava in quel momento, era quanto forte sarebbe stato l'elastico.

E quanto pesante la pietra.

[sacra di San Michele della Chiusa, cappella laterale destra, affresco di San Cristoforo]

C'è la pagina Facebook di Krueger, e il romanzo si può approfondire e comprare su krueger.losero.net.

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

19 - L'alba del caos

Dal giorno della Sacra s'era instaurata un complicità in più tra Verdiana e Krueger.

Lui sempre più consapevole delle potenzialità di lei e dei tesori che il suo mestiere poteva rivelargli, lei conquistata dal suo intelletto e dalla profondità degli argomenti che le presentava con leggerezza, quasi fossero banalità a tutti chiare.

Si era chiesta spesso come doveva essere lui nel sesso; sembrava conoscere tutto di tutti, anche del suo mestiere, ma si mostrava quasi indifeso di fronte alla potenza di alcuni concetti, o oggetti, o immagini simboliche che molto avevano a che fare con il suo mestiere. Avrebbe voluto prenderlo per mano e accompagnarlo, fargli assaporare le profondità dei desideri degli uomini. Lei le conosceva così bene, le sfruttava per ottenere il massimo sia in termini economici che di soddisfazione personale, ma mai le era successo di volere così tanto poter mettere a disposizione le sue conoscenze ad un uomo.

Nella calda estate, tra un caffè ed una chiacchierata, cercò di fare breccia in quel cuore che sembrava così impenetrabile; usò gli argomenti che meglio conosceva sfruttando i momenti in cui qualche debolezza aveva lasciato supporre una qualche soluzione di continuità nel muro di sicurezze che quell'uomo presentava. Aveva notato, più di una volta, che di fronte ad una scarpa o ad indumenti femminili lo sguardo di Krueger si era soffermato più di un istante; se fosse stata un'altra persona le avrebbe suggerito di trovarsi di fronte ad un feticista o ad un desiderio di travestimento, per quanto nascosti.

Conosceva i metodi per stanare questi desideri dal cuore degli uomini, anche se con lui si rendeva conto di avere meno armi a disposizione; tutta la sicurezza e forza di cui era capace, che con gli altri uomini diventavano il grimaldello con cui penetrare nel loro cuore, qui si infrangevano subito nella forza calma che lui gli opponeva. Dimostrava di conoscere, eccome, tutto ciò di cui lei si occupava, tanto da chiedersi da dove avesse attinto tutte quelle conoscenze; quindi tentò una via indiretta per sondarne la penetrabilità.

"Mi è piaciuta molto la gita alla Sacra.. quante cose mi hai detto, quante ne sai! Stare con te lassù a parlare è stato dolce e interessante; poi con il tuo abito talare mi sembrava ancora più intrigante! Una specie di divisa che ti rende altero, forte, un uomo.. interessante! Solo in un momento hai perso un po' dell'equilibrio ineffabile di cui ti circondi " - gli disse con un sorriso - " quando ho messo la scarpa sul banco, mi sei sembrato.. vacillare un po', è vero?"

Lui non rispose, ma la guardò grato, con uno sguardo intenso, come se avesse intuito le sue intenzioni.

"Vai avanti"

Lei si pentì subito di aver parlato.. si era scoperta troppo! Quattro parole e lui subito l'aveva scoperta! 'Vai avanti'... cioè ho capito quello che vuoi dire, ora esponiti di più.

Verdiana arrossi un po', ma ormai la frittata era fatta e non poteva tirarsi indietro, altrimenti tutta la sua intenzione di penetrare nel suo cuore sarebbe miseramente naufragata; non tentò più seconde vie, proseguì più sicura.

"A volte vedo che dai uno sguardo ai miei armadi; oh, non è un fastidio, anzi, in qualche modo mi fa piacere che tu venga a curiosare nei miei segreti. Per me gli abiti, sia quelli espressamente da lavoro che quelli che non lo sembrano, sono qualcosa di molto importante e sapere che i tuoi occhi e le tue mani passano loro vicino mi da un senso di intima gioia."

Lui incassò l'affermazione con uno sguardo sicuro, consapevole; sapeva bene che se ne sarebbe accorta.

"Quella persona che ho visto uscire l'altro giorno, quello che ti faceva le pulizie... mi è sembrato avere una atteggiamento conosciuto, familiare."

"Sono desideri a cui tu sei sensibile?"

"Verdiana, come hai capito io sono sensibile a tutte quelle che vengono chiamate perversioni, a queste potenze libidiche che scatenano tempeste negli uomini; mi affascinano e le voglio conoscere, e tu sei una delle persone che più mi intrigano per le cose che sai."

Lei voleva rispondere "ma solo per quello ti affascino?" Si morse la lingua e non lo disse.

Invece le chiese "Ti interessano le sissy maid?"

Lui la guardò interrogativo.

"Prima mi hai chiesto di quello che faceva le pulizie. Lui e altri miei clienti sono quelle che vengono chiamate 'sissy maid', uomini che vengono vestiti in abiti femminili, spesso umiliati verbalmente e costretti a lavori come le pulizie di casa; a loro piace molto, è una delle 'specialità' del mio lavoro, ed è una di quelle più complesse. Non basta mettergli un abitino di latex, una parrucca ed un po' di rossetto; l'aspetto psicologico con loro è di una importanza fondamentale, la differenza tra il loro godimento e lo scadimento in una vergognosa pratica senza senso è veramente sottile. E' uno di quei casi in cui la mia laurea in psicologia serve a qualcosa; va sempre conservato e esaltato l'aspetto di dominanza, loro fanno tutto ciò per la loro padrona, questo dà loro soddisfazione e un grande senso di libertà, per quanto possa sembrare assurdo."

"Tu pratichi la femminizzazione degli uomini?"

"Certo, anche se non è facile individuare le giuste persone con cui veramente valga la pena farlo perchè ne traggano il massimo della 'liberazione' e non complessi di colpa e di vergogna infiniti."

"Anche quella persona che ho visto? E perchè mi è sembrato un atteggiamento familiare?"

Oddio oddio oddio e lui che mi fa le domande! Lui a me! quantomintriga quantomintriga! Ma sono mai stata così bene? Nondevoarrossire staicalma staicalma rispondipiano.

Lui si stupì della calma con quale lei gli rispondeva, così certa e tranquilla.

Quella voce bassa e suadente, che aveva cominciato a conoscere; anche lei parlando dei propri argomenti, come lui quando spiegava, assumeva un atteggiamento docente, sicuro.

"Certo, anche quell'uomo, si trova molto bene con me; da mesi andiamo avanti. Non è stato facile all'inizio liberarlo dai sensi di colpa e dalla vergogna, ma poi ci è riuscito benissimo e quando esce da me se ne va trasformato, placato. E' un uomo dai tremendi conflitti interiori; sembra calmo esteriormente, nasconde dietro un atteggiamento forzatamente pacato e un po' ossequioso le tempeste che gli si abbattono sui propri sentimenti"

"E perchè mi sembra di conoscerne l'atteggiamento?"

"Allarme rosso" - pensò Verdiana - "Mai, assolutamente mai, in nessun caso far trasparire informazioni sulle identità dei clienti".

Per questo attaccò direttamente per sviare il discorso

"Forse perchè vorresti essere come lui? Forse perchè ti riconosci?"

Lei lo disse con un sorriso, ma la serietà del viso di Krueger indicava l'intensità con cui stava vagliando quella possibilità.

"No, non credo. C'è qualcos'altro."

Lei spinse ancora per deviare il discorso.

"Sai uno dei problemi con queste persone non ci crederai ma sono... le taglie! Sai che vuol dire trovare tacchi a spillo numero 44? Abitini in latex per uomini di 120 chili? Un delirio!"

Risero insieme, e allontanarono il discorso; Verdiana ne fu molto sollevata.

Aveva rischiato troppo.

Krueger se ne andò meditabondo guardando il cielo che cominciava ad annuvolarsi; tornando verso l'istituto ebbe una stranissima sensazione, un profumo, un odore che gli si ripercosse per tutta la colonna vertebrale a risvegliare tutti i punti nevralgici, come se le vertebre componessero una dolcissima frusta velenosa a sferzare l'aria di pioggia, ed il sibilo sottile diventasse il suo respiro.

Odore di carta e incenso.

No, non è possibile, si disse, non può essere. Mi sbaglio.

Visualizzò un elastico, grande come un braccio, teso allo spasimo; fissata all'estremità una pietra più grande di lui che gli si avvicinava a velocità infinita. Chiuse gli occhi per attutire il colpo; li riaprì respirando affannosamente.

Guardò il cielo, cercò segni, fiutò l'aria per sentire la presenza di quel dio che stava cercando di redimere.

Non può essere.

Non puoi farlo, gli disse, non puoi farlo.

Non in questa vita.

Non ora.

Era una delle mattine che adorava; le cinque e mezza del mattino d'estate con il temporale che rombava in cielo. Correva veloce sotto i portici e l'aria umida e carica di elettricità gli dava forza. Lo sapeva che sarebbe successo qualcosa, stava allenando i pensieri per riceverlo, per fare in modo che la botta non lo potesse sorprendere; aveva bisogno di tutte le sue capacità mentali, di tutte le sue conoscenze.

Eppure non succedeva nulla; già erano passate più di dodici ore da quando aveva sentito quell'odore di carta e incenso e nulla di notevole lo aveva colpito.

Dai televisori accesi nei bar si disperdevano notizie estive; cosa fare contro la calura, quanti gradi qui e quanti là, il governo pigro si prepara per le ferie, traffico sulle strade, traffico sulle autostrade, traffico a livello locale, una strada chiusa per lavori, un'altra bloccata per il recupero di un mezzo incidentato.

Nulla da segnalare, insomma.

Tornò in istituto piacevolmente stanco, sudato, e sul mercato in corso Palestro incrociò Minah.

Avrebbe voluto dirle molte cose; dopo l'incontro che gli valse l'accusa di pedofilia avrebbe voluto parlarle per chiarire, scusarsi, spiegare o comunque cercare di farlo; ma non c'era stata occasione.

Lei gli corse incontro: "Ciao! Ma lo sai che stai bene vestito da sportivo?"

Lo disse con un sorriso così grande e dolce che gli fu chiaro che lei, invece, non aveva remore per quell'incontro; anzi ne propose un altro:

"Quand'è che possiamo vederci? Ho tante cose da chiederti, su quanto è successo e sull'organo! Mi hai detto delle cose che non riesco a dimenticare, che non posso dimenticare. Ti prego vediamoci, vorrei tanto parlarne."

"Quando finisci, se vuoi, vieni in istituto, la mattina ce l'ho libera"

"Perfetto, tanto qui ho quasi finito, devo solo scaricare e mettere a posto, poi posso venire. Facciamo verso le nove?"

"Sarà questo l'elastico? Sarà attraverso di lei che mi si abbatterà in testa?"

I pensieri di Kruger divagavano durante la recita delle lodi, il Salmo 89:

Ai tuoi occhi, mille anni

sono come il giorno di ieri che è passato,

come un turno di veglia nella notte.

Li annienti: li sommergi nel sonno;

sono come l'erba che germoglia al mattino:

al mattino fiorisce, germoglia,

alla sera è falciata e dissecca.

Perché siamo distrutti dalla tua ira,

siamo atterriti dal tuo furore.

Davanti a te poni le nostre colpe,

i nostri peccati occulti alla luce del tuo volto.

Tutti i nostri giorni svaniscono per la tua ira,

finiamo i nostri anni come un soffio.

Si trovò a pensare all'espressione "L'ira di dio", e al termine iraddiddio tutto attaccato per indicare un qualcosa di tremendo.

Un'iraddiddio, l'iraddiddio.

E per questo si recò all'appuntamento con lei con la testa china, pronto al colpo che si sarebbe abbattuto su di lui.

Lei, invece era giocosa e allegra, lontanissima dai suoi pensieri.

"Kruger vieni, usciamo, un caffè sotto, al tavolino, al bar, non in queste stanze che sanno di muffa."

"Ma abbiamo argomenti seri da affrontare"

"Che non si possono raccontare al sole? Dai, vieni, così dò un'occhiata al banco."

Così scesero insieme e la sua allegria lo contagiò, mise da parte i malumori e diventò anche lui allegro e chiacchierino in pochi minuti.

"Kruger, mi hai detto che tu sei l'organo e che tu sei me. Secondo logica o sei pazzo o sei pazzo, uno dei due. Ma ci deve essere una spiegazione in mezzo, tra le pieghe della logica; è troppo forte la sensazione che ho provato mentre me lo stavi dicendo. Inoltre... quando le tue mani erano su di me..."

Lui arrossì, vistosamente.

"Perdonami Minah, io non so..."

"Perdonarti! Per una delle cose più belle che ho sentito in vita mia! Lo so, sembra una cosa abominevole, il vecchio prete e la ragazzina... roba da cronaca di quart'ordine per un gossip piccante.

Io mi sono sentita... vera, ecco, l'unica cosa che posso dire di quel sentimento di pienezza che mi ha conquistata mentre mi parlavi. Ed il tuo gesto non è stato nulla di più che una conseguenza; le parole sono state il veicolo che mi ha portato in alto, il gesto invece è stato quasi un sollievo, un tornare un po' giù da quelle altezze immense in cui volavo. Sentire le tue mani come fossero le mie, io, in realtà, Krueger, pensavo proprio di essere io a muoverle, era il mio pensiero che ti stava attraversando, era come se fossimo un pensiero unico in due corpi. Ecco, sì: un pensiero unico in due corpi, uniti nel gesto. Una gioia! Una gioia così non l'avevo mai provata!"

Annaspò, cercò aria, Kruger.

La visione, quella visione che l'aveva abitato per molto tempo, ora tornava forte, di una luce accecante; non sapeva come, ma nella visione era stato nella terra con quella donna dagli occhi nocciola e poi era salito su, in alto, a splendere, e la cosa più forte era proprio quello che Minah aveva detto, un pensiero solo in due corpi... c'era da impazzirne.

Pensava ai suoi studi, al rebis alchemico ermafrodita, all'unione del maschile e del femminile.

Se di qui doveva passare l'elastico che gli si stava abbattendo addosso, pensò, sarebbero stati dolori; e non solo per questa vita, si andava ben oltre.

Lei si chiese perchè un pensiero così bello non provocasse una reazione positiva, un sorriso.

Lui se ne accorse e si rese conto che tutta la negatività che stava provando era solo univocamente dovuta al fatto che pensava che questo famoso elastico gli si sarebbe dovuto ritorcere contro, ma questo era solo un pensiero, non c'era nessuna prova, nessuna evidenza che dovesse essere così. Lei aveva provato qualcosa di unico e di grande, qualcosa che lui conosceva bene, e aveva la prova di averci visto giusto fin dal primo giorno, quando l'aveva vista con le scarpe troppo grosse in san Filippo a guardare verso l'organo.

Organo che gli aveva parlato; quale altra prova voleva ancora? Perchè mai continuare con questo atteggiamento di paura, di difesa?

Si lasciò andare, sorrise, tornò ad essere il Kruger che infonde tranquilla serenità in tutti.

"Minah, hai avuto un'esperienza grande; io sono solo stato un tramite, attraverso di me hai rivissuto qualcosa che ti appartiene, o meglio, che appartiene all'umanità. E' l'unione dei corpi nell'androginia del paradiso perduto, la condizione primordiale prima che le cose fossero; il rebis alchemico."

"Eh? Krueger che dici? Alchimia?"

Lui si rese conto di aver aperto la bocca senza usare il cervello. Come poteva pretendere che anni di studi potessero essere racchiusi in una frase e che la capisse una ragazzina ventenne? Sorrise.

"Si... vecchie storie, cose del passato."

"Tu sembri sapere molte cose. Io dell'alchimia so che è quella che ha precorso la chimica, e che voleva creare la pietra filosofale per trasformare i metalli in oro."

"E' tutto esatto, Minah."

"E come ti può interessare questa roba? E cosa c'entra con noi e con quello che ti ho detto?"

Krueger si accorse di non poter più tornare indietro.

"Sei sicura di voler stare a sentire? E' una storia lunga, noiosa e difficile."

A Minah brillarono gli occhi "Le mie storie preferite! Racconta!"

Kruger assunse l'espressione che utilizzava per spiegare ai suoi allievi, raccogliendo tutte le forze per riuscire a spiegare concetti in modo semplice, alla portata dell'interlocutore.

Ma fu interrotto dopo poche parole; dall'altra parte della via stava passando il preside, gli sguardi si incrociarono e non potè fare a meno di salutarlo. Si scambiarono un saluto per quanto possibile cordiale e Krueger si scusò con Minah, attraversò la strada e scambiò due parole con lui.

Il preside portava in mano alcuni abiti appena ritirati da una tintoria; erano abiti da donna, spiccava un tailleur viola in mezzo ad altri abiti.

"In giro per commissioni signor Preside?"

"Si, sono venute a trovarmi le mie due sorelle con la famiglia, approfittiamo spesso delle vacanze per vederci."

Poi, indicando con lo sguardo gli abiti:

"Faccio qualche commissione per loro."

Il preside, ricordando la necessità di tenere buoni rapporti con i professori per svolgere al meglio il suo lavoro, proseguì:

"Anzi, senta Krueger; perchè non ceniamo questa sera insieme? Mi farebbe piacere farle conoscere la mia famiglia."

Krueger rispose che sì, volentieri avrebbe partecipato ad una sera insieme, anche se non era esattamente in cima alle sue aspettative come serata.

Dopo questo breve dialogo, tornò al tavolino con Minah.

"Dicevamo... ecco, l'alchimia. E' un argomento interessantissimo, per chiunque voglia spingersi un po' oltre le banalità; rappresenta la vetta delle conoscenze dell'uomo, quanto di più alto l'intelletto umano abbia conosciuto."

"Come? L'alchimia? Ma se c'era nel medioevo... oggi ne sappiamo molto di più di allora!"

"No, Minah, non ne sappiamo di più di allora dell'uomo. Ne sappiamo di più, o pensiamo di saperne di più, dei fenomeni fisici, ma ne sappiamo molto di meno dell'uomo.

Cercherò di essere breve, magari approfondiremmo un'altra volta.

Il concetto di base è questo: nei tempi preistorici l'uomo viveva prevalentemente di istinto; l'intelletto era poco sviluppato. Passando il tempo si è sempre di più sviluppato l'intelletto mentre l'inconscio, l'istinto, è sempre stato più fortemente relegato nelle profondità dell'uomo. Mi segui?"

"Certo."

"In queste profondità esiste un collegamento tra tutti gli uomini; una specie di rete che collega tutte le persone del mondo, che la psicologia del profondo chiama 'inconscio collettivo'; quindi ogni uomo ha una parte conscia e una inconscia che pesca nelle profondità in questa 'zona comune'.

Nell'epoca in cui fiorì l'alchimia il livello del conscio era meno sviluppato rispetto ad ora, quindi la parte istintiva era più forte. Quando gli alchimisti utilizzavano i loro intrugli..."

"Code di rospo, pipì di bambino fritta e lingue di acciughe in salmì?"

"Bravissima, proprio quelle cose che ci sono giunte in quel modo! Quando le utilizzavano erano una specie di catalizzatore che provocava nel loro inconscio uno stato di cose che metteva l'alchimista in una condizione particolare. Per dirla in modo moderno, la sostanza 'proiettava' nell'inconscio dell'alchimista un modo di essere. Ci sei?"

"Oh, si. Interessante."

"Ed è proprio per questo che le ricette alchemiche sono così diverse l'una dall'altra e i componenti hanno nomi strani e incongrui: perchè erano quei componenti che in quell'alchimista, e in quel momento, provocavano un certo modo di essere. Valevano solo nel suo caso."

"Quindi non era il miscuglio in sè ad essere importante?"

"No, per nulla, lo stesso miscuglio per un'altra persona o in un altro tempo sarebbe stato inutile; era importante lo stato psichico indotto nell'alchimista; ed è proprio per questo che secoli di tentativi di replicare le 'ricette' per costruire la pietra filosofale non hanno avuto, e non potevano avere, effetto. Ancora nel 1900 Meyrink in Germania si definiva alchimista e diceva di aver prodotto la pietra filosofale."

"Ma quindi l'alchimia provoca uno stato mentale?"

"E' difficile risponderti a questa domanda. Sarebbe troppo semplice dirti di sì; non è così. Per quei tempi in cui la commistione tra natura e persona, tra inconscio e materia era molto più forte, la domanda posta così non avrebbe senso. Certo, oggi l'alchimia sarebbe impossibile perchè abbiamo perso tutto il mare dell'inconscio a favore dell'intelletto. Dal 1600 in poi con lo sviluppo della scienza l'alchimia non poteva più sopravvivere e, in effetti, è morta diventando lo zimbello degli scienziati. Quindi per risponderti, sì, l'alchimia provocava uno stato mentale e, insieme, modificazioni materiali.

Per questo alcuni rituali, procedure, metodi, avevano efficacia.

Ci sono cose che cambiano le cose, e cose che cambiano le persone; la verginità della materia e dell'uomo, allora, consentiva ciò che oggi non è più possibile. Nell'alchimia è conservato il segreto di una operazione sulla materia che cambia le persone."

"Come le cambia?"

"Le rende felici."

"E questa la pietra filosofale?"

Krueger aprì il viso ad un sorriso bambino, e non rispose.

"E io? E te? Cosa c'entriamo?"

Decise di dirglielo.

"Alcuni rituali richiedono che insieme ci siano una donna e un uomo. A volte mi appaiono in mente alcune visioni di questi rituali; da quando ti ho conosciuta mi hai ricordato la donna che mi accompagna."

"Io? Una ragazzina?"

"Ricordati della connessione comune tra tutte le persone; sia quelle già vissute che quelle che verranno, sia nell'età che hai ora che in quelle precedenti e future."

"E l'organo? Che c'entra l'organo?"

"Oh, questa invece è alchimia anche dei giorni nostri... Ma per ora, ti resterà la curiosità. Ma non temere, te ne parlerò."

Krueger sapeva di aver detto troppo; sapeva anche di aver tenuto per troppo tempo tra i propri pensieri questi segreti. In questa fase della vita due donne, Verdiana e Minah, lo stavano provocando ad essere meno solo, a parlare con loro di tutte quelle cose che mai aveva detto ad alcuno. Forse avrebbe anche rivelato loro chi era, cos'era, prima di fingersi sacerdote. Non ora.

Dopo aver salutato Minah, si sentiva meglio; s'era tolto un peso. La ragazza non poteva avere capito; però aveva ascoltato, attenta. I pensieri avrebbero germogliato.

Gli vennero in mente tutte le volte che l'aveva vista, tutte le parole che si erano detti, dall'organo di San Filippo fino a quel fondersi insieme in quel caldo pomeriggio... sensazioni forti.

Non gli importava dell'accusa di pedofilia: si sarebbe scoperto presto che la ragazza delle foto non era Lorenza, la figlia di Destefani, ma Minah.

Tuttavia non poteva certo chiederle di testimoniare; avrebbe dovuto dire di essere stata nelle mani di un sacerdote, questo era inammissibile, Krueger non avrebbe mai voluto sottoporla a quella umiliazione. Per di più chissà che ne avrebbe detto la stampa, il preside, il buon nome dell'istituzione... il sacerdote professore che approfitta di giovani ragazze! Avrebbe chiuso la scuola.

No, non poteva chiederle nulla del genere.

L'unica soluzione sarebbe stata la confessione di Lorenza; ma non poteva parlarle, il vice ispettore era stato chiaro, ad indagini in corso rischiava di compromettere definitivamente la sua posizione se le avesse parlato.

Quell'Alviero Destefani però... perchè l'aveva denunciato? Cosa l'aveva mosso, che bisogno c'era? Non riusciva a darsi una spiegazione.

La sera si presentò all'appuntamento con il preside e la sua famiglia; Krueger ci andò controvoglia, ultimamente la frequentazione con quella persona non produceva molta allegria, anzi.

Invece la sera fu piacevole; il preside aveva due sorelle, una nubile e un'altra sposata con famiglia al seguito: marito e due figli adolescenti, maschio e femmina, con i quali si divertì parecchio a prendere in giro gli argomenti scolastici di italiano e storia, come faceva con i suoi allievi.

A scuola spesso, per far ragionar i suoi allievi, faceva in questo modo: prima spiegava per bene un argomento, e si assicurava che l'avessero capito. Poi si metteva dalla parte opposta, deridendo e demolendo l'argomento, e chiedendo ai ragazzi invece di difenderlo in base a quanto avevano appreso.

Si divertiva moltissimo a farlo, e anche i ragazzi ne avevano piacere: discussioni interminabili, spesso proseguite al di fuori delle lezioni, in cui Krueger demoliva ciò che aveva appena spiegato, per vedere come avrebbero reagito i freschi cervelli dei suoi allievi.

A volte incorreva in guai; deridendo il Manzoni per la sua 'bella immortal benefica fede ai trionfi avvezza' del 5 maggio si spinse un po' troppo in là, demolendo l'atteggiamento fideistico del poeta e mettendo in crisi la classe con una professione di distanza da quel tipo di fede. Non aveva sufficientemente fatto i conti con la giovane età dei ragazzi; quando se ne accorse rimediò, riportando la spiegazione classica.

Ciò che non sapeva, e che non poteva rimediare, era che nel corridoio fuori dalla classe il preside sentiva e... scuoteva la testa.

Con i nipoti del preside non corse questo rischio, e si divertì alle spalle dei maggiori poeti italiani, riportandone curiosità, vezzi e stranezze che non conoscevano e che sarebbero stati utili durante le interrogazioni.

Le sorelle erano persone interessanti; la minore, Maddalena, era quella sposata, bionda e spigliata, un peperino tuttofare che guidava a menadito sia i figli che il marito. La maggiore, Ingrid, nera corvina di capelli crespi, di una intelligenza spiccata e pronta, lasciava intuire un animo teso e sensibile, una vita sull'orlo tra ciò che è bene fare e ciò che, sicuramente, è meglio evitare.

A fine pasto venne proposto un liquore, quando chiesero a Ingrid se ne volesse rispose allegra 'certamente!' e la sorella sospirò sottovoce 'basta che non sia birra...' scambiando uno sguardo complice con suo marito e con il preside, ma facendosi sentire chiaramente anche da Krueger.

Uscendo dal locale, Krueger e il preside chiacchierarono; Krueger lodò la bella famiglia e la pronta intelligenza delle sorelle, mentre il preside si sentì in dovere di spiegare quella strana affermazione sulla birra.

"Vede, mia sorella Ingrid è epilettica; sembra che la birra, soprattutto la birra rossa, sia un fattore scatenante; non mi chieda perchè, non lo sappiamo. Abbiamo inoltre notato nel tempo che anche il ciclo sembra essere uno di questi fattori; ogni attacco che ha avuto è avvenuto durante il ciclo. Inoltre... beh son cose di donne... ma a lei lo posso dire... ha un ciclo molto regolare, e corrisponde con la luna piena".

Krueger rimase colpito dal livello di confidenza che aveva assunto la conversazione.

Alzò gli occhi al cielo.

"Stassera è proprio piena, guardi che luna."

"Proprio per questo c'è stata quella battuta a cena, scuserà mia sorella Maddalena, è preoccupata. Anche perchè stassera Ingrid vuole uscire a fare due passi da sola"

"Ma si figuri preside, non c'è problema, non c'è nulla da scusarsi. Ingrid è adulta... penso sia abituata a passeggiare da sola"

"Si certo... ma sa com'è. Comunque, buonanotte. Lei viene in istituto?"

"No, faccio ancora quattro passi" disse Krueger, che aveva una gran voglia di passare qualche tempo tranquillo nell'appartamento di Verdiana, sul terrazzino a guardare la luna.

"Va bene, buonanotte."

Nel pomeriggio seguente Krueger girovagava per il centro di Torino per schiarirsi le idee; i soliti notiziari fluivano dai televisori accesi nei bar: meteo, traffico, una strada bloccata...

Ancora? Strade bloccate? era la variante della statale 24, all'altezza di Pianezza, a pochi chilometri da Torino.

Sbirciando il televisore vide una folla che s'era radunata intorno al blocco; una grande autogru in mezzo alla strada stava sollevando qualcosa.

Entrò in un bar in piazza Statuto, prese un'acqua tonica, e si mise davanti al televisore per soddisfare la propria curiosità.

Alla vista delle prime immagini, intuite le prime parole, percepì nettamente, distintamente, una ad una le gocce di sudore freddo che scendevano sulla spina dorsale.

Il suo corpo se n'era accorto prima che la mente capisse.

Ad ogni parola dello speaker aumentava la differenza di temperatura tra il suo corpo bollente e il sudore ghiacciato che a gocce gli rigava la schiena; le sentiva graffiare.

A mano a mano che la notizia si faceva più chiara si ripropose limpida l'immagine della frusta; afferrato dalla testa come un burattino sentiva la schiena vibrare nell'aria, a volte schioccare proprio come una frusta, provocandogli un dolore indicibile.

Si sforzò di non tremare; non ci riuscì.

Una ragazza con i capelli rossi ed un sorriso simpatico si preoccupò per lui, gli appoggiò una mano sul braccio e gli chiese 'tutto bene?'

Ritirò la mano subito; Krueger era caldissimo, gli occhi si erano quasi rimpiccioliti, la sofferenza era palese.

Guardò la ragazza negli occhi; le indicò il monitor.

Lei rispose 'Sì, è da stamattina; strano vero?"

Su quella strada, a qualche centinaio di metri dalla tangenziale, ci sono due distributori gemelli; uno verso est, l'altro verso ovest.

Accanto a quello ad ovest si vedeva un mezzo pesante, anzi pesantissimo, carico delle bobine di acciaio delle fonderie; ma non era sulla strada; era nel campo, ad una trentina di metri dal distributore.

Le ruote affondavano nel terreno, il peso le aveva quasi tutte interrate.

La cosa strana, impossibile, era che non c'era alcun segno dell'uscita del mezzo dalla strada; i guardrail erano intatti, non c'era alcuna traccia di ruote intorno, nel campo; era come se qualcuno avesse preso il mezzo, l'avesse sollevato e spostato di qualche decina di metri, appoggiandolo al suolo. Le gru cercavano di sgravare il carico, ma la distanza era notevole, il peso enorme, non si riusciva a liberarlo.

Riproponevano l'intervista all'autista; era un rumeno che conosceva bene l'italiano.

Raccontava di essersi fermato nella notte nell'area di sosta per dormire, prima di partire per la Polonia. Si era addormentato che era nell'ara di sosta, si era svegliato all'alba che era in mezzo al campo.

Null'altro: non aveva sentito, visto, udito, nulla, non s'era accorto di niente.

L'ultima cosa che ricordava era l'insistente abbaiare dei cani nelle cascine vicine, prima che il sonno lo vincesse.

No, ne aggiunse un'altra: c'era uno strano odore, di carta e incenso.

La vicenda aveva fatto presto il giro dei notiziari e ora rimbalzava da una rete all'altra; nessuno riusciva a dare spiegazioni.

Uscì dal bar, le tempie pulsavano come martelli.

Qualcuno aveva scatenato l'ira di dio.

Nella visione cristiana, dio redime l'uomo. In quella alchemica, l'uomo redime dio.

Tutti gli studi, i ricordi, le ore passate a leggere di rituali e formule gli si avventarono contro.

Gli venne un pensiero vile: dimenticare, non dire nulla, neanche a sè stesso. Tacere, ammutolirsi, andarsene, fare come se nulla fosse stato.

Poi pensò e Verdiana? E Minah? Queste donne mi sono venute incontro, non posso lasciarle.

Ma chi poteva aver fatto una cosa del genere? Lui era certo che nessuno sapesse, in quest'epoca; era una delle poche sicurezze che gli aveva lasciato ciò che l'aveva bruciato: nessuno saprà. Ora invece aveva la certezza che qualcuno in questo tempo sapeva, e se c'era qualcuno in quelle condizioni lui non poteva sottrarsi al confronto.

Aveva smesso le vesti dell'alchimista ormai da parecchio; era più che convinto che fosse inutile in questi tempi, fuori luogo. Ma di fronte a questo che poteva fare? Dimenticarsi di tutto? Abiurare? Nascondersi?

Ora era chiaro cosa fosse l'elastico, e quanto grande fosse il masso che gli stava piombando addosso.

Invidiò le persone di fede; almeno loro un dio da pregare ce l'avevano. Lui, invece, doveva domarlo.

Gli telefonò il preside: venga subito, venga subito padre Krueger. Un grave problema.

Cos'altro può essere successo si chiese; aveva già così tante cose da pensare per preoccuparsi di qualche altra banalità del preside.

Quando arrivò in istituto era ancora alterato; in presidenza c'erano il preside e l'ispettore di polizia che lo salutò e vedendolo in quello stato lo guardò in modo molto, molto, strano.

"Che succede? Ancora per l'inchiesta sulla presunta pedofilia?" Chiese Krueger.

"Sì, è per quello, ci sono sviluppi"

Krueger era furente; aveva ben altro a cui pensare.

"Non ne voglio più sentir parlare! presto si chiarirà tutto!"

Si accorse che il preside era pallido, molto pallido.

Parlò il vice questore:

"Padre Krueger, le chiedo di non lasciare la città nei prossimi giorni"

"Oh bella! E perchè mai?"

"Lei conosce Alviero Destefani vero?"

"Sì certo"

"E' morto!" urlò il preside, quasi piangendo.

"E' stato ucciso" proseguì il vice questore.

"E io che c'entro?" Chiese Krueger, sbalordito.

Il vice questore sospirò, poi parlò come chi ne ha viste tante:

"Ce lo dirà, padre Krueger. Ce lo dirà".

[ Acquapendente - cripta della basilica di san Secondo ]

C'è la pagina Facebook di Krueger, e il romanzo si può approfondire e comprare su krueger.losero.net.

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

20 - L'ombra della forza

La luce del mattino saettava fresca sotto i portici; dopo le prime decine di metri Krueger aveva rotto il fiato e correva spedito in corso Duca Degli Abruzzi, sentiva il corpo scattante e la mente pronta al ragionamento, o meglio, a quella pratica di meditazione che aveva imparato a mettere in atto correndo: prendere un pensiero, librarlo a mezz'aria, e poi aspettare che fossero le intuizioni a sorgere dal profondo ad illuminarlo senza forzare il ragionamento logico.

Quel mattino aveva due pensieri all'ordine del giorno: l'elastico e il colloquio con il vice-ispettore.

Cominciò con l'elastico, cioè con questo concetto che ormai aveva elaborato da tempo sull'equivalenza tra la quantità di momenti positivi e negativi che si hanno nella vita, e della necessità di prepararsi ai momenti positivi quando le cose vanno male e viceversa; vedeva nei periodi forti in una direzione o nell'altra il caricamento di un elastico con un masso all'estremità, tanto più carico quanto più fosse negativo, o positivo, il periodo. Se si è a conoscenza di questo processo basta prepararsi: in questo modo si attutiranno i grandi dolori e potranno essere esaltate le gioie, per avere una vita migliore.

Era un ragionamento al quale la vita l'aveva portato, e lo mise lì, a mezz'aria, sentendo i passi veloci correre in sequenza.

Una illuminazione lo raggiunse subito: pensò di essere uno stupido ad aver concepito in questo modo l'elastico. Se equilibrio ci deve essere, che equilibrio sia: attutire i dolori o esaltare le gioie non porta ad un equilibrio, ma a spostarlo verso la positività il che a sua volta... richiede una negatività per ristabilirlo, che quindi continua a caricare l'eleastico.

La seconda illuminazione sull'argomento fu ancora più chiara della prima: vivere con questo concetto in testa porta a sentirsi 'giusti', equilibrati, anestetizzando l'effetto dell'elastico, soprattutto quando si presenta dal lato negativo. Ma questo ne pregiudica l'effetto; i colpi 'negativi' non sono capricci del destino ma occasioni di crescita senza le quali la persona risulta mancante di una parte. Altro che anestetizzarsi: bisogna lasciarsi ferire dai colpi della sorte perchè questi abbiano efficacia e possano farci crescere; anestetizzandoli invece non si fa che 'chiederne' altri più grandi e più forti.

Ora era più chiaro quanto era successo; svoltando a Porta Nuova portò la meditazione corsaiola sul punto numero due, il colloquio, non mancando di notare quanto utili fossero queste corse mattutine, e quanto lo sforzo fisico lo aiutasse a raggiungere quell'"abbassamento del livello mentale" studiato da Levy-Bruil che lasciava l'inconscio libero di illuminare la mente, di liberarsi dalle prigioni del conscio per uscire alla luce.

Si fermò un attimo nei giardini di piazza Carlo Felice a prendere fiato e, figurativamente con le mani tolse il concetto dell'elastico da davanti a lui con la destra e con la sinistra innalzò alla sua attenzione il colloquio; poi ricominciò a correre.

Ricordò ancora come rimase stordito dalla notizia della morte di Destefani, e che solo dopo qualche minuto collegò la richiesta di non allontanarsi dalla città con una possibile accusa nei suoi confronti. Ripercorse i dialoghi, per cercare di capire meglio; si accorse di ricordare ogni parola vividamente.

"Ispettore, lei collega la morte di Destefani a me?"

"No, si figuri, per ora una semplice precauzione, vorrei avere a disposizione tutte le persone collegate a questo caso; del resto lei sicuramente ieri notte non era a spasso per Torino a quell'ora, vero?"

"A quell'ora? che ora? Avevo passato la sera con la famiglia del preside Guerrini."

"Si, l'ho saputo, ma fino ad una certa ora. Poi è rientrato, padre Krueger?"

Fu a quel punto che i pensieri cominciarono ad aggrovigliarsi. Era stato nell'appartamento di Verdiana, ma non voleva assolutamente rivelarlo, temeva che lei venisse coinvolta in questa faccenda, se inoltre si fosse venuto a sapere che lui... un prete già accusato di pedofilia passa le notti nel dungeon di una mistress sadomaso... ce ne sarebbe stato per le cronache e i pettegolezzi per gli anni a venire.

"Sì, sono rientrato, dopo una lunga passeggiata."

"Quanto lunga? a che ora è rientrato?"

Ricordava l'ora del rientro in istituto.

"Verso le tre"

"Quasi quattro ore.. una passeggiata... lunga vero?"

"Sì, lo riconosco, molto lunga. Mi piace passeggiare la notte nel centro di Torino, la citta rivela meglio la sua storia quand'è vuota e silenziosa. Ma perchè queste domande? Davvero può pensare che sia stato io? E con che motivazioni?"

"Le ripeto, nessuna accusa, sola formalità. Però si tratta di una persona, la vittima, che le porta l'infamante accusa di pedofilia e contro la quale l'ho vista io scagliarsi fisicamente, in questo istituto. Capisce che sono precedenti che vanno per lo meno annotati."

"E per questo dovrei uccidere? Lei lo pensa davvero?"

Il preside osservava da un angolo il colloquio; aveva uno sguardo strano, un misto tra un piagnucolare continuo e una segreta speranza, che non si riusciva in alcun modo ad interpretare.

"Ripeto, non c'è nessuna accusa; sto solo informandomi, e quanto mi dice mi è prezioso. L'omicidio, se di omicidio si tratta, è avvenuto tra le due e le tre in strane circostanze; se la sente di guardare le foto del cadavere?"

"Si, certo."

Ricordando questo punto del colloquio, Krueger si fermò.

Era arrivato in piazza castello; sedette sulle panchine davanti a Palazzo Madama perchè non riusciva a correre e insieme a ricordare quelle foto che gli si proponevano in mente forti, troppo forti per riuscire a meditarle; il conscio prendeva il sopravvento e non lasciava spazio alle illuminazioni, così come durante la notte quelle foto si erano riproposte nel sonno inquieto.

Il luogo era una stanza, abbastanza spoglia, vicino a via Porta Palatina; non gli era stato detto l'indirizzo esatto.

Nelle prime foto, riprese dall'esterno della porta, vide confusamente il cadavere; sembrava inginocchiato, con le mani giunte in preghiera.

Di seguito le foto si facevano più chiare.

Su un inginocchiatoio, il corpo senza vita si presentava in ginocchio, diritto, sostenuto dalle gambe legate all'altezza delle ginocchia, delle cosce e dell'addome con strisce di velcro all'inginocchiatoio; dai vestiti si capiva quanto fortemente strette fossero quelle cinghie; i pantaloni erano quasi strappati in corrispondenza dei punti di legatura.

I gomiti, allo stesso modo, uniti e legati al legno; le mani, fissate insieme come in preghiera.

Il mento ricadeva sul petto.

Su tutto il collo, un acceso segno rosso.

Sul capo calvo, una parrucca gialla.

Sulla parrucca, due serpenti formavano una corona, presentando le due teste che si congiungevano sulla sua fronte.

Riprese a correre.

"E' morto per asfissia, è stato strangolato." diceva il vicequestore.

"Ma chi può aver voluto uccidere quell'uomo?"

"Non lo sappiamo, ma stiamo acquisendo i filmati di alcune telecamere di quella zona. Domani ne sapremo di più".

Non ricordò più molto del seguito del colloquio; ma per lui aveva perso importanza; a questo punto riuscì di nuovo a prendere il concetto, metterlo in alto e aspettare illuminazioni; aveva poco tempo, via Pietro Micca e via Cernaia da percorrere.

L'inginocchiatoio, la preghiera, la parrucca, i due serpenti: evidenti segni che, chiunque fosse stato, voleva che si ritrovassero. Simboli che lui conosceva fin troppo bene, presi uno ad uno; ma così... non se ne spiegava la ragione. Soprattutto i serpenti: erano di plastica, di quelli utilizzati per fare gli scherzi, ma in foto sembravano assolutamente veri. Il serpente simbolo della conoscenza del bene e del male. Il serpente che, doppio nel caduceo, il simbolo che si vede nelle farmacie, rappresenta il 'pharmacon', cioè il veleno, che può uccidere e può guarire.

Ma perchè la parrucca? L'atteggiamento di preghiera? Perchè, lo strangolamento?

E, soprattutto, perchè proprio ieri, il giorno in cui aveva sentito riaffiorare l'ira di dio? Potevano essere collegate le due cose? Questo superava di gran lunga le sue capacità di ragionamento, ma l'evidenza con cui si presentava al suo pensiero questa possibilità testimoniava che il suo inconscio la pensava diversamente. Aveva imparato a fidarsi dell'inconscio come ci si può fidare di un mostro che ti può aiutare, oppure, incenerirti in un attimo.

Arrivò in corso Palestro; questa volta cercò Minah con lo sguardo e fu un riposo vederla, una scelta obbligata passare dove lei l'avrebbe visto; fu facile prevedere che gli avrebbe chiesto un altro colloquio in mattinata, e fu contento di constatare l'avverarsi della previsione.

"Un caffè per me e uno per l'alchimista!" Disse Minah al bancone del bar, sorridendo di buon umore e avvicinandosi al tavolo in cui Krueger l'aspettava.

Lui registrò che dentro qualcosa si era mosso, sentirsi chiamare in quel modo irradiava calore all'interno del corpo.

Da quando aveva avuto le visioni, cioè da anni, le aveva sempre considerate qualcosa di nascosto e segreto; pur avvicinandole a quanto conosceva erano sempre rimaste librate nell'aria, prive di realtà. Ciò che stava succedendo, invece, le stava portando a terra, stava dando loro un connotato reale. In qualche modo lui sapeva di avere dentro qualcosa dell'alchimista che appariva nelle visioni; non sapeva chi fosse e quando fosse vissuto, ma sapeva di avere qualche parte in comune con quella esistenza, ed ogni volta che scorgeva nella realtà esterna indizi che ne ribadivano l'oggettività si sentiva pervaso da un calore interno e da una forza di volontà inarrestabile nell'approfondire il senso di queste visioni, che avevano il potere di scuoterlo.

Minah era la donna che più si avvivinava a quella della visione. Nonostante non le assomigliasse nè fisicamente nè nell'età, Krueger fin dal primo momento in cui l'aveva conosciuta, e lei aveva fatto suonare la prima nota dell'organo, capì che ci sarebbe stato qualcosa di intenso, nonostante la differenza di età. Il giorno in cui si era fuso con lei accarezzandola apparteneva alle sensazioni più sublimi dell'esistenza; ben valeva sopportare l'accusa di pedofilia per aver avuto così tanto.

"Il caffè lo vuoi corretto con polvere d'ali di pipistelli moldavi?" Lo prese in giro lei, particolarmente allegra.

"Dai dimmi ancora dell'alchimia, voglio sapere tutto!"

"Se vuoi sapere tutto ti dò la ricetta della pietra filosofale"

"Oh, si! Ma tu la sai?"

"Certo!"

"Dimmela!"

"Ce ne sono decine... quale vuoi?"

"Una che funzioni!"

"Beh, in questo caso... è più difficile."

"Ma c'è qualcuno che l'ha fatta, la pietra?"

"Oh, si, si narra di sì. Si dice anche che l'alchimista deve tenere segreta la ricetta, e nascondere il risultato, altrimenti chi lo paga vorrà sempre più e più oro fino a non consentirgli più di studiare e raffinare l'opera, che è lo scopo vero dell'alchimista."

"Fammi un nome."

"Hai letto Harry Potter?"

"Krueger! Ma sei matto! E che c'entra!? Sono seria!"

"Anch'io sono serio. In Harry Potter ad un certo punto è citato Nicholas Flamel; è proprio uno di quelli che si narra che la pietra filosofale l'abbia fatta. Uno degli elementi a favore di questo medico francese è che si dice che non l'abbia fatta da solo, ma con la moglie; è infatti necessario..."

E qui krueger abbassò la voce e la guardò negli occhi.

"essere in due, un maschio e una femmina, per poterlo fare".

A Krueger, mentre parlava, gli vennero in mente le visioni; quella specie di danza, i fiori, la solea. Gli apparvero gli occhi nocciola, e il sentimento forte che Minah fosse simile a quella donna della visione; per questo abbassò la voce e la guardò negli occhi, ma si rese subito conto che il gesto poteva essere equivocato.

Minah, se non l'avesse onosciuto, avrebbe pensato - "ma guarda che marpione questo" - ed invece rimase colpita da quella frase che lo metteva in gioco con lei in modo così diretto.

"Ma naturalmente sono leggende," - proseguì lui - " non supportate da fatti concreti."

"Mi prendi in giro... Fammi un esempio di un testo che spieghi come fare la pietra filosofale"

"Raimondo Lullo, Incipit tractatus aurora consurgens, c'è uno schema ad albero che spiega tutto. E' un testo che si pensava fosse scritto da san Tommaso D'Acquino, che pure aveva interessi nell'alchimia"

"E c'è la ricetta?"

"Certo!"

"E gli ingredienti si trovano"

"Si, tutti. Ad esempio c'è l'urina di un ragazzo incorrotto, facile da trovare."

"Cosa? La pipì di un ragazzino?"

"Esatto. E' un concetto molto diffuso nell'alchimia, sia l'urina che il sudore vengono spesso indicati come ingredienti, così come altri liquidi prodotti dal corpo. Particolare valore ha l'urina di un ragazzo 'incorrotto', cioè che non abbia raggiunto la pubertà. Ricorda quello che dicevamo ieri: è importante non la sostanza in sè, ma lo stato d'animo che genera; ci sono cose che cambiano cose..."

"...e cose che cambiano le persone, si, ricordo. E la pipì di un ragazzino cambia le persone?"

"Ha un valore, quello dell'estrazione di un qualcosa da una giovane vita che si appresta a maturare; spesso nell'alchimia queste 'estrazioni' sono importanti, perchè si vuole estrarre dalle 'cose' il loro spirito vitale, isolarlo per riutilizzarlo, estrarre l'anima dalle cose per poi 'applicarla' a piacere, per esempio trasformando i metalli vili in oro."

"Ma mai nessuno c'è riuscito ad estrarre l'anima dalle cose?"

"Certo! Uno dei primi processi alchemici è stato quello della distillazione. Sai come funziona: scaldando qualcosa di organico in un recipiente si generano dei vapori, quella è l'"anima" estratta dalla "cosa" se raffreddi quei vapori e li fai condensare hai ottenuto l'anima in forma liquida."

"Ehi! Ma quella è la distillazione,la procedura per produrre le grappe e i whisky! e i profumi!"

"Ora capisci perchè vengono anche chiamati 'spirito', vero? E perchè questo estratto poteva essere chiamato anche Elisir, o quintessenza. E perchè somministrandolo agli ammalati se ne avessero effetti... a volte notevoli!"

"Krueger, sei forte! Ma altro che alchimia... questa è chimica."

"Ricordati, l'uomo era diverso, allora; i fenomeni fisici incidevano diveramente sulle persone, il cui inconscio era particolarmente sensibile e ricettivo, non blindato e inaccessibile come oggi"

"... ci sono cose che cambiano le persone..."

"Brava!"

"Grazie! Ma hai anche parlato di Tommaso d'Acquino... non mi dirai che era un alchimista!"

Krueger la guardò sospettoso.

"Lo conosci? Perchè me lo chiedi?"

"Ma è un dottore della Chiesa! Non un alchimista! Uno dei fondatori della religione cattolica!"

Krueger si chiedeva fin dove poteva spingersi con quella ragazza, e soprattutto quanto poteva farlo con sè stesso.

"Minah... a volte le cose possono essere diverse da come sembrano. Anche in questo caso.

Te lo dirò brevemente: alla fine della vita Tommaso d'Acquino ebbe visioni che lo sconvolsero.

Lo presero per pazzo; solo il suo monaco segretario, Reginaldo, gli stette vicino e trascrisse ciò che diceva; da questo è nato l'Aurora Consurgens, uno dei testi alchemici più importanti.

Non era pazzo; semplicemente l'inconscio aveva fatto irruzione in lui, rivelandogli verità troppo grandi per poterle sopportare. L'unica cosa che disse a questo proposito è stata che di fronte a queste visioni, a queste rivelazioni che aveva ricevuto, tutte le cose che aveva scritto sulla Chiesa, cioè tutto ciò per cui lo riconosciamo come padre della Chiesa, 'palea sunt', sono paglia."

"Kruger! ma... ma sono cose sconvolgenti! E come fai tu a saperle! E perchè la Chiesa non le dice?"

Kruger abbassò gli occhi, e pensò alla risposta, e si interrogò: perchè conosco queste cose? Tornò indietro nel tempo, al periodo in cui non si fingeva ancora prete.

"Perchè ho il cuore spezzato."

"Cosa? Che dici! Perchè? Da chi?"

Minah intuiva qualcosa della difficoltà di Krueger nel parlare. Le auto giravano intorno, la gente chiacchierava, i rumori risuonavano, ma era come se si fosse formata una bolla di silenzio intorno a loro. Sentiva distintamente il suo respiro, un po' accelerato, prima che rispondesse:

"E' un detto antico, sono le indicazioni per diventare alchimista: studia, studia, studia e ancora studia. Poi spezza i libri, prima che i libri ti spezzino il cuore. Io non sono stato abbastanza attento, ed il mio cuore si è spezzato. Per questo so queste cose."

Minah lo guardava con occhi grandi, grata di essere proprio lei a ricevere quelle confidenze così personali.

"E... cosa vuol dire che il cuore si spezza?"

"Che possono capitare cose... brutte, negative, difficili da sopportare, pesanti, un'iradiddio."

Lo disse veloce, tutto insieme. Perchè sapeva che a qualcuno avrebbe dovuto pur dirlo.

"L'ira di dio? Cioè? E' una cosa alchemica?"

Lui raccolse le forze, e parlò.

"Si Minah, è un qualcosa che può centrare con l'alchimia. Attraverso ad essa si scatenano forze potenti; come sappiamo questo non è un problema, ai giorni nostri, perchè non abbiamo più la forza di gestire il nostro inconscio, che se ne sta bene tappato in fondo a noi. Un tempo utilizzando l'alchimia si poteva invece dare forza a queste potenze; l'immaginario dei draghi che sputano fuoco te ne può dare un'idea. Come in ogni cosa della vita esiste il positivo e negativo; così come l'alchimia può essere usata per creare la pietra filosofale allo stesso modo può essere usata... male diciamo, per averne vantaggi materiali per esempio, o senza avere la necessaria purezza di cuore pur possedendo una grande intelligenza. In questo caso, quando le cose vanno storte, si scatena.. l'iradiddio. Quando c'è grande intelligenza e poco cuore, può succedere."

"Urca, che spavento. Per fortuna è una cosa del passato"

"Ho paura di no"

"Come sarebbe a dire? Krueger! L'hai appena detto! Non abbiamo più la predisposizione per l'alchimia! Non può più succedere!"

Ora non poteva più tirarsi indietro.

"E' successo. Non so come, ma qualcuno, oggi lo può fare."

"Come fai a saperlo?"

"Hai presente il camion trovato nel campo a Pianezza?"

"Il camion? Ma cosa.... ma cosa c'entra? Che camion? Ah quello di Pianezza... che non sanno cosa l'abbia messo lì.. quello?"

"Sì quello"

"Vuoi dirmi che con un abbracadabra l'hanno spostato?"

"Magari, Minah, magari. No, è più complesso."

"Kruger, santiddio santocielo e tuttisanti. O tu sei pazzo, o tu sei dio."

"Tutte'e due no?"

Minah non resisteva più; si sentiva eccessivamente provata e sull'orlo di una crisi di nervi. L'uomo che aveva davanti la stava portando su intensità di pensiero mai provate; ma stava tremando dalla tensione.

"Kruger! Smettila! Mi stai facendo impazzire! Come pensi che possa sopportare quello che dici stando... tranquilla?"

Piano, molto piano.

Lentamente.

La mano di Krueger si mosse lentamente.

Partì dal gembo su cui era appoggiata, si mosse lungo la coscia, si alzò sopra al tavolo.

Si posò leggera sulla mano di lei.

Che tremava ancora.

Lei vide i suoi occhi umidi, intuì il turbine che girava sulla testa di quell'uomo, era certa di non sapere quasi nulla di lui, era certa che voleva sapere quasi tutto di quell'uomo.

Sentire la mano di Krueger coprire la sua le dava una sensazione di tranquilla pienezza, una serenità dolce e mai provata, la sensazione che con quegli occhi sarebbe andata ovunque.

Lui sentiva gli occhi umidi, sapeva che lei li stava osservando, sapeva che stava intuendo qualcosa di lui, le disse piano:

"Ti porterò lontano, Minah."

Lei non aspetto neanche un istante, la bocca portò nell'aria ciò che la mente non aveva neanche fatto tempo di pensare:

"Con te, ovunque."

"Buongiorno Kruger!" Il preside Guerrini... di nuovo dall'altra parte della strada, li aveva sorpresi così, con le mani ancora una sull'altra.

Entrambi la ritirarono, ma così velocemente da far cadere una tazzina; Minah distolse lo sguardo, Krueger salutò imbarazzato.

"Ci vediamo più tardi Krueger? Dobbiamo parlare!"

Krueger fece di sì con la testa e lo salutò con un ceno della mano.

Ora il viso di Minah era cambiato; non era più sorridente e sbarazzino, ma risoluto, intrigante, curioso.

"Ora non ti alzi più da lì prima di avermi spiegato il camion"

"Oh, non è difficile, Minah, a livello logico, molto più difficile accettare che possa essere successo.

Ti ho detto che a volte nelle operazioni alchemiche, nella preparazione dell'opera, qualcosa va storto; quasi sempre per incapacità, impreparazione o negligenza dell'artifex, cioè dell'alchimista.

L'ultima volta della quale ho notizie certe è del 1491 ed è avvenuta a Roma, ma l'effetto è caduto su Torino."

"Vuoi dire che una cosa fatta a Roma si è ripercossa su Torino? A quei tempi!"

"Esatto, sì, istantaneamente. Tu sai che allora il potere era tutto in mano alla Chiesa; l'uomo più potente del mondo, il papa, a quei tempi era Sisto IV, che s'era distinto anche per opere.. non molto edificanti. Pur di fare soldi per la Chiesa che aveva le finanza disastrate, concedette alle prostitute la liceità del loro lavoro, purchè comprassero il perdono con una tassa, concesse ai parroci di avere una o più concubine, purchè pagassero una tassa, e s'era inventato anche il massimo del marketing: pagando una tassa, a lui ovviamente, si poteva far passare l'anima di un caro defunto dal purgatorio al paradiso. Un mercato di morti inesauribile per un prodotto dal costo di produzione nullo. Un genio del mercato, i fondamentalisti finanziari di oggi se lo sognano uno così."

"Non divagare."

"Sisto IV aveva tra i suoi protetti il Cardinale Domenico della Rovere; era vescovo di Torino, ma viveva quasi sempre a Roma."

"Quello che è scritto sul Duomo?"

"Brava, proprio lui. Proprio per fare il duomo doveva abbattere le tre chiese che c'erano lì dove ora appare. C'erano in sequenza: la torre campanaria fatta dal Compeys, il vescovo precedente, la chiesa del Solutore, quella di San Giovanni, e quella di Santa Maria. Dietro ancora il Chiostro del Paradiso e la Sapienza, di cui ti parlerò un'altra volta.

Lui voleva fare il Duomo Nuovo abbattendo ogni chiesa; ma non tutti erano d'accordo, molti sostenevano che sarebbe stato meglio salvare la cosidetta insula episcopalis, questa zona di Torino fantastica con le tre chiese addossate ed intercomunicanti. Sì, erano vetuste e da risistemare; ma con tutti i soldi spesi per il Duomo Nuovo si sarebbe sicuramente riusciti a recuperarle. Facendo così però... il cardinale non ne avrebbe avuto un ritorno di immagine, invece abbattendo tutto, facendo un duomo alla nuova moda del Rinascimento, scrivendoci sopra ben grande il suo nome tutti i posteri l'avrebbero riconosciuto; infatti così è stato."

"Mi sa che non ti stia simpatico... vai avanti, devi arrivare al camion!"

"Qunado si procede all'opus, all'opera alchemica, c'è un momento molto delicato: quando si hanno tutti gli ingredienti e ci si appresta ad ottenere la pietra filosofale. La sequenza esatta è sottolineata da colori che si presentano in modo particolare, tanto che il momento è chiamato 'cauda pavonis', proprio perchè si dispongono come nella coda di un pavone. In quel momento la potenza è concentrata e tutto dipende dalla purezza d'animo dell'artifex. Se in quel momento i pensieri invece che essere puri sono rivolti verso qualcos'altro.. si possono scatenare disastri. Nel caso di Sisto IV e del cardinale quello che si voleva era il crollo delle chiese: e proprio questo accadde. In quella notte si racconta che le canne dell'organo che c'era tra le chiese del Solutore e di san Giovanni si misero ad urlare, e crollò la torre campanaria, facendo cadere le campane e uccidendo delle persone; questo diede lo spunto per definire pericolante il complesso e dare il via all'abbattimento per la costruzione del Duomo Nuovo."

"Quindi tu spostieni che il papa e il cardinale conoscevano l'alchimia? Conoscevano le sostanze necessarie, e le usavano per fare quella che chiami 'opera'? E che il desiderio del cardinale di abbattere tutto per fare una chiesa nuova si è abbattuto su Torino grazie ad una specie di concupiscenza... alchemica?"

Quella ragazza aveva condensato in poche parole anni di studi.

"Si, Minah, potrebbe essere così, lo penso proprio. Operarono in questo modo e l'effetto fu fulmineo; la modalità con cui si trasmise da Roma a Torino immediatamente è quello che oggi è conosciuto come 'entaglement quantistico', lo conosci?"

"Krueger.. abbi pietà di me..."

"E' un effetto studiato dalla meccanica quantistica, apparentemente paradossale; se si prendono due corpi che sono stati a contatto (due cose, o due persone) e poi li si separa anche di migliaia di km, può succedere che l'azione effettuata su un oggetto si ripercuota sull'altro, nello stesso momento e indipendentemente dalla distanza. L'alchimia mette in moto forze enormi, pescandole dall'inconscio collettivo, e le può scagliare a migliaia di km di distanza in questo modo, spostando masse grandi. A Torino c'era qualcosa che ha funzionato come bersaglio per la potenza scagliata da Roma."

"Che è quello successo col camion."

"Brava; anche se non capisco ancora quale sia stato il bersaglio usato. E, inoltre, si sente un profumo particolare, quando capita: odore di carta e incenso."

"Ma.. era quello che sentivo quando l'organo mi parlava?"

"Si Minah, si. Era il profumo che sentivi quando ti parlavo."

C'è la pagina Facebook di Krueger, e il romanzo si può approfondire e comprare su krueger.losero.net.

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

21 - pensieri pesanti

Parlare con quella ragazza, Minah, gli faceva uno strano effetto; dapprima si sentiva come se fosse il professore, e lei la sua allieva. Poi, procedendo con il discorso, lei assumeva maggiore importanza, diventava grande, importante, fino a raggiungere il livello della donna della visione.

Si erano appena salutati e lui portava ancora addosso la sensazione dolce di averle coperto la mano con la sua; quand'era successo si era sentito bene, aveva avuto l'impressione di aver fatto esattamente ciò che andava fatto, di essere esattamente al posto giusto. Addirittura sentiva di avere tenuto una compostezza formale nel compiere quel piccolo gesto, un'eleganza della quale si compiaceva.

Non sapeva assolutamente giustificare questo concetto; non era un pensiero a renderlo palese, quanto piuttosto una emozione innata, un sentimento del quale non aveva il controllo, come se dentro di sè ci fossero all'opera altre intelligenze oltre alla sua che mettessero in scena rappresentazioni di cui lui era l'inconsapevole attore, ma non l'autore.

Riconduceva questi concetti ad altri simili a cui spesso pensava: uno di questi era lo sceneggiatore dei sogni. Si chiedeva dove fosse l'autore di queste sceneggiature, chi scrivesse la storia dei suoi sogni, da dove venisse la trama. La logica gli rispondeva che non poteva che essere dentro di lui, e quindi poteva essere una di quelle intelligenze che gli guidavano i gesti; i libri che gli avevano spezzato il cuore avevano molte risposte a queste domande, ma il tempo gli aveva insegnato che quelle risposte erano vere e valide solo per chi le aveva scritte, esattamente come le ricette alchemiche per la pietra filosofale.

La risposta andava ricercata dentro di sè, pensava; anzi, nella parte di sè stessi dove ragione e intelligenza perdono il loro dominio, in quelle zone perdute alla testa ma conosciute al cuore che generano sensazioni forti, trasporti incontrollabili, la cosidetta 'libido', un'energia incontenibile con radici sconosciute.

Proprio per questo era così interessato alle perversioni sessuali; potenze libidiche incontrollabili, al di fuori del dominio della coscienza, così forti da essere in grado di cambiare la vita delle persone. Così poco 'normali', così poco soggette alla logica da essere totalmente in preda all'istinto che deriva dalle zone basse e profonde dell'essere umano, da quelle tenebre così piene di significato che così tanto gli piaceva indagare, e nelle quali solo la religione aveva osato dire qualcosa.

In questo senso per lui Verdiana era preziosa; oltre ad essere una raffinata conoscitrice dei labirinti nel profondo degli uomini era anche una traghettatrice, cioè una persona in grado di portare gradatamente gli uomini nelle loro profondità, in quelle zone dove paradiso e inferno sono così vicini.

Scoppiò a ridere da solo, di una risata incontenibile, stupida e leggera, che gli liberò l'anima per un attimo dai pesi che stava reggendo.

Pensò infatti che questa figura del traghettatore, di colui che accompagna le anime nella profondità della loro esistenza o nell'aldilà, in termini religiosi sarebbe chiamata la figuro dello 'psicopompo', così come viene definito, per esempio, l'arcangelo Michele.

Pensare ad un biglietto da visita di Verdiana, psicologa, con su scritto

Verdiana Bonavischio

- psicopompa -

lo faceva morire dalle risate per gli ovvi doppisensi volgari che avrebbe generato.

Decise, ridendo ancora, che questo forse non lo avrebbe detto a Verdiana, dopo qualche ora, quando si erano accordati per incontrarsi per un aperitivo insieme.

Intanto doveva passare dal preside Guerrini come aveva promesso; per questo tornò in istituto.

Già in portineria trovò una sorpresa; il superiore generale della congregazione era giunto da Roma; probabilmente chiamato dal preside, visti i contorni preoccupanti che la sua vicenda cominciava ad assumere.

Lo salutò cordialmente e seriamente; pur essendo una persona d una certa simpatia, atteggiava sempre il viso ad una espressione seria e preoccupata, lasciandosi andare in rari casi ad espressioni di riso molto controllate, più spesso cupe, utili a rimarcare l'importanza del momento.

Era l'unica persona a sapere da dove venisse Krueger, prima di essere introdotto in congregazione; l'aveva accolto per ripagare un debito di riconoscenza.

Sapeva che Krueger non era mai stato ordinato sacerdote.

Per questo li legava una certa complicità; si rispettavano a vicenda, pur senza avere una amicizia che andasse al di là dell'ordinario.

Insieme salirono nell'ufficio del preside, che li stava attendendo con il viceispettore. Insieme stavano parlando in modo fitto e concitato, si interruppero bruscamente all'arrivo di Krueger e del superiore generale.

Si sentirono in dovere di giustificare questo loro silenzio improvviso, fu Guerrini a farlo:

"Ahimè, non è mai finita.

Oltre a tutto ciò che sta succedendo che mette in pericolo il buon nome della nostra Istituzione, ho dovuto ricorrere alla polizia per un altro fatto increscioso."

"Donald, che è successo? riguarda sempre la scuola?"

Chiese il superiore.

"No, è una vicenda personale. Ieri sera mia sorella Ingrid è stata... E' stata..."

Gli mancavano le parole.

Fu il viceispettore a parlare:

"Nulla di grave, ma siamo stati chiamati dal 118 che l'ha trovata riversa nei bagni di un locale dopo aver avuto un attacco di epilessia."

"Lei non ricorda nulla" - riprese il preside - " ma lo stato in cui l'hanno trovata, bagnata nei suoi liquidi... sangue e urina"

Il preside si mise le mani tra i radi capelli, poi riprese con una voce flebile:

"Fatto sta che era in stato di choc, non sapeva come giustificare l'accaduto. Ora riposa a casa."

Stettero un attimo in silenzio, fu il viceispettore a riprendere:

"Ma siamo qui per altro; vorrei informare il superiore generale, il preside e lei, padre Krueger, delle ultime notizie sull'indagine relative al Destefani."

"Abbiamo acquisito le immagini delle telecamere in zona; si vede distintamente il Destefani entrare nell'androne dell'appartamento in cui è stato ucciso, seguito da un'altra persona, probabilmente l'assassino; ho qui le immagini"

Krueger ricordò una situazione simile, quando era stato accusato di pedofilia; quando gli dissero che c'erano le immagini si era rilassato, certo che avrebbero portato a chiarimento; invece avevano peggiorato la situazione.

Per questo i pensieri questa volta furono più cauti, anche se una forte curiosità lo stava portando a guardare attentamente le stampe che il viceispettore aveva in mano, e che stava appoggiando sul tavolo.

Mentre le disponeva in modo che tutti vedessero, le commentò:

"E' una donna, di statura media, vestita in modo elegante, con tailleur e tacchi; viene quasi sempre ripresa da dietro, quando la si vede da davanti porta grandi occhiali scuri che, insieme al bavero rialzato e ad un foulard, le coprono il volto quasi completamente. L'apparente età è tra i trenta e i cinquant'anni, ma non si può dire di più. L'atteggiamento nei confronti della vittima sembra di confidenza; spesso camminando appoggiano uno la mano sul fianco o sulla spalla dell'altra. Le foto sono fatte sotto lampade a vapori di sodio, che emettono luce gialla; per questo tutto sembra in bianco e nero, in realtà le analisi cromatiche hanno confermato che il vestito della signora era viola, e che indossava guanti, nonostante le calure di questi giorni. Questo giustifica il motivo per cui non sono state rilevate impronte digitali.

Queste foto e queste notizie vi fanno venire in mente elementi che potrebbero essere utili alle indagini?"

Il superiore, chiaramente, non sapeva che dire, e guardò il viceispettore con uno sguardo neutro, attendendo notizie.

Il preside sbiancò; evidentemente qualcuno dei particolari l'aveva colpito fortemente, ma non disse nulla di particolare. Tutti notarono, comunque, la sua reazione.

Krueger non poteva fare a meno di osservarlo e fu mentre stava dicendo "no, non mi ricorda nulla di particolare" che fu fulminato da una di quelle intuizioni che gli venivano dal basso.

Cominciò a tremare un poco, impercettibilmente, e a sudare; accolse con piacere la soluzione della riunione con l'invito a ricontattare l'ispettore in caso qualcosa di nuovo venisse in mente, e salutando tutti sperò che il sudore non fosse percepibile dalla stretta di mano.

Poi corse fuori, in preda ai pensieri; era in anticipo per l'appuntamento con Verdiana, quindi si prese il tempo per camminare e pensare.

Il tailleur viola; quello che aveva visto in mano al preside che lo riportava dalla tintoria.

Ma non solo quello fu il pensiero che gli pulsava in testa, ce n'era un altro tremendo,

Quell'uomo delle pulizie che aveva visto uscire dall'appartamento di Verdiana, gli ricordava qualcosa... aveva un profilo familiare... era lui! Era il preside Donald Guerrini!

La testa gli pulsava forte, eppure tutto tornava, poteva essere stato lui, abituato a muoversi in panni femminili, ad impadronirsi del tailleur viola di Verdiana, ad essersi travestito così come faceva durante le pulizie, aver aggiunto una parrucca, foulard, guanti e occhialoni e ad aver strangolato Destefani!

Aveva detto che avrebbe fatto di tutto per salvare l'onore della scuola e... l'aveva fatto! Aveva anche detto che certe persone avrebbero dovuto avere più timor di dio, ed eccolo il perchè della posa di preghiera...

Prima si fece impadronire da questo pensiero, poi, com'era solito fare con i suoi allievi, cercava di contraddirlo per sostenere l'opposto. Ma non era credibile, nel secondo caso; non convinceva neppure sè stesso.

Andò verso l'appuntamento con Verdiana in piazzetta IV marzo, in mezzo alle case con i resti medioevali, incupito da pensieri dolorosi.

Era certo che lei l'avrebbe aiutato a dipanare la matassa.

Non si rendeva ancora conto che altri abissi si stavano spalancando sotto ai suoi piedi.

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

22 - coloro che il sesso distingue nel corpo o l'eta' nel tempo

Non poteva dirlo; e non poteva non dirlo.

Cioè dire quello che sapeva al vicequestore, svelare quello che aveva scoperto su Guerrini; mai avrebbe denunciato un suo 'confratello', seppur lo era dalla sua posizione di falso prete.

Eppure non c'era una diversa soluzione... raccolse le idee.

La congregazione e la scuola stavano rischiando una figuraccia tremenda per colpa sua; la scuola avrebbe chiuso, gli insegnanti avrebbero perso il lavoro.

Potenzialmente era accusato di pedofilia e di omicidio: la figura del prete pedofilo e assassino sarebbe stata la vicenda gossip più importante dell'anno.

Se avesse detto la verità sulla prima delle accuse, avrebbe tirato nel tritacarne l'inconsapevole Minah, che sarebbe stata interrogata e messa a nudo dalla polizia. Tutta la delicatezza e la magia che avevano portato a quell'incantevole momento sarebbero state deturpate da inchieste, domande, spiegazioni che poco spazio lasciavano al vero dolcissimo motivo che li aveva spinti ad unirsi per un attimo in un unico corpo. Nè esisteva spiegazione giustificabile da orecchio umano non consapevole; Krueger rabbrividiva solo al pensare a cosa sarebbe potuto essere scritto in un verbale dall'italiano asettico e formale il suo gesto, come sarebbe stata spiegata la motivazione della mano che cercava il calore tra le gambe di quella ragazza così profonda e così dolce.

No, non l'avrebbe mai detto.

Per la seconda accusa parimenti non poteva parlare; oltre ad oltraggiare la figura del preside, avrebbe dovuto tirare in ballo Verdiana e la sua professione; ciò sicuramente l'avrebbe messa in imbarazzo se non addirittura l'avrebbe portata in guai ben peggiori: denunce e chissà quant'altro. La congregazione ne avrebbe comunque subìto un grave colpo, non avrebbe evitato la chiusura della scuola.

Nella mente di Krueger esisteva un conflitto palese tra la verità e ciò che poteva dire; non potevano andare di pari passo, doveva comportarsi in modo totalmente distante dal dire le cose come stavano.

Aborriva le persone che affermavano di dire comunque e sempre il vero, persone che si vantavano di dire sempre in faccia la verità; anzi, da tempo aveva capito che quello era il modo con il quale i falsi denunciavano, inconsapevolmente, la loro falsità.

Proprio perchè l'uomo non è un animale, pensava, ben si guarda dal dire la verità quando può ferire o essere mal interpretata; in molti casi per farla fiorire è necessario tacerla, introdurla poco alla volta e non sputarla in faccia all'interlocutore con la saccenza di chi giudica. Aveva inoltre imparato che spesso quella verità che si vuole vomitare addosso all'altro se si evita di farlo, col tempo, può succedere che diventi una verità meno certa, meno sicura, e che anzi possa tramutarsi nel suo opposto, in un falso giudizio che s'era ingiustamente immaginto, e che si ringrazi il cielo di aver evitato di esporsi.

Per l'impossibilità di dire il vero si sentiva in difficoltà e non riusciva a rasserenarsi.

Com'era successo molte altre volte nella vita in momenti di dubbio così forte ricorreva all'aiuto di forze esterne; similmente alla corsa del mattino, cercava un aiuto che venisse dal di fuori di lui, dalle correnti dell'inconscio collettivo che spesso illuminano i pensieri.

Per sentirle, oltre che nella quotidiana corsa del mattino che era diventata una specie di preghiera, poteva fare lunghe passeggiate nei boschi, o camminate in montagna. Passava giorni interi, solo, a camminare, annegando i pensieri nello sforzo della salita, aspettando il momento in cui le forze dell'inconscio l'avrebbero sopraffatto illuminandolo, il famoso "abaissement du niveau mental" di cui parlava la psicologia di Janet ai primi del '900 che consentiva ai draghi dell'inconscio di emergere.

Quando questo non accadeva, doveva forzare la mano alle potenze sotterranee che governano il mondo, e chiedere loro di palesarsi, di rendersi evidenti, ricorrendo ai metodi che aveva imparato ad utilizzare: erano due, uno occidentale ed uno orientale.

Del primo parlava molto poco e lo utilizzava molto: era l'astrologia, la via occidentale alla sapienza.

Vedeva lo zodiaco come una macchina perfetta ed il moto dei pianeti direttamente influenzato dal destino collettivo del genere umano; interpretando così i moti dei pianeti riusciva a ricondurli a quelle stesse forze che agiscono sull'umanità, e sulle singole persone. In altri tempi, lo si sarebbe definito astrologo; lui preferiva definirsi astrocurioso.

Del secondo parlava meno e lo utilizzava ancora meno; ne aveva visto la potenza all'opera e ne aveva un rispetto tale da indurlo a non servirsene se non in casi disperati. Era il modo orientale di interrogare l'odore del tempo, l'oracolo dell'I-Ching. Se l'astrologia poteva contare circa quattro milleni di storia, l'I-Ching ne contava sei; poteva essere il fratello maggiore. I pochi anni della scienza occidentale lo facevano sorridere di fronte a questi colossi del pensiero.

Krueger conservava in un astuccio gli steli e le monete per consultare l'oracolo, ed i testi per decifrarlo; li teneva in un luogo nascosto e segreto, tanto della sua stanza quanto del suo cuore.

Tuttavia in questo caso entrambi i metodi erano inutilizzabili: conosceva quanto fosse necessaria per la consultazione la tranquillità di cuore che in quel momento non possedeva; era troppo coinvolto per poter piegare il capo di fronte alle effemeridi dei pianeti o alla disposizione dei bastoncini; il risultato sarebbe stato eccessivamente influenzato dalla personalità infiammata dagli avvenimenti.

Appena si videro Verdiana se ne accorse subito che le cose non quadravano; il sorriso del buongiorno si mutò istantaneamente in un "cos'hai?" che non lasciava dubbi sul fatto che Krueger non fosse così capace di nascondere i propri sentimenti, per lo meno di fronte a lei.

I tigli sopra ai tavolini dei ristoranti in piazza IV marzo, che spesso li avevano visti chiacchierare allegri, questa volta videro questa coppia un po' più tesa nei discorsi; tuttavia qualche assaggio di formaggi e qualche sorso di Traminer contribuirono ad addolcire il cuore. Inoltre, i tigli fecero la loro parte nel rasserenarli: la brezza estiva e lo stormire delle foglie non potevano che indurre al sorriso, per quanto la situazione fosse grave.

Krueger voleva avere conferma dell'identità dell' uomo delle pulizie; conoscendo la riservatezza sui clienti di Verdiana, tuttavia, non osò chiederlo subito.

La informò invece del delitto; era un fatto di cronaca, risaputo da tutti, e ne descrisse i particolari che aveva conosciuto così bene dalle fotografie.

Verdiana era interessata alla vicenda per cortesia, ma in realtà si capiva che era per lei un fatto di cronaca come tanti, orrendo, sì, ma rubricabile tra le cose strane e tristi che possono succedere in una grande città.

"Perchè sei così interessato a questa vicenda?"

"Conoscevo la vittima, era il padre di una mia ex allieva, Lorenza Destefani"

Verdiana bloccò il respiro.

Cercò di fare in modo che lui non se ne accorgesse.

"Ehm... Destefani hai detto?"

"Si, Alviero Destefani, perchè, lo conoscevi?"

"No, mai conosciuto" - si morse la lingua per aver risposto ad una velocità forse eccessiva.

In quel momento a Krueger venne in mente quella passeggiata in piazza Castello, quando lei l'aveva preso sottobraccio; avevano incrociato lo sguardo di Destefani, lei sembrava averlo riconosciuto ma aveva distolto subito l'attenzione. Anche lui li aveva notati entrambi.

"Verdiana... non vorrei dire ma... mi sembra che tu abbia reagito a quel nome. Sicura di non conoscerlo?"

"Ti ho detto di no. Non so chi sia".

"ok... ma non ti sembra strano il modo con cui è stato assassinato? Non ti dice nulla?"

"Beh, strano si... strangolato!"

Sembrò far mente locale, i pensieri le stavano disegnando il viso a velocità impressionante.

"Krueger?"

"Si?"

"Tu hai visto le foto?"

"Si"

"Sono a figura intera? Si vede tutto, inginocchiatoio e persona?"

"Si"

"Com'è la patta dei pantaloni?"

"Eh? Cosa?"

"L'apertura dei pantaloni. Aperta o chiusa?"

"Ma cosa...?"

"L'hai vista o no?"

"No, non ricordo, non ho guardato specificatamente lì. Perchè, avrei dovuto guardare?"

"Sì, Krueger, dovevi guardare lì"

"Oh Verdiana, e perchè?"

"A volte gli uomini si fanno strangolare. A volte me lo chiedono. Per piacere, per provare un orgasmo più forte."

"Ma cosa dici? Si fanno ammazzare? Per godere?"

"Certo che no, non vogliono farsi ammazzare. E' una pratica del sadomasochismo, si chiama asfissia o breath control, si fa arrivare poco sangue al cervello, in questo modo il piacere dell'orgasmo risulta molto più forte e prolungato. Alcuni clienti me lo chiedono."

"E perchè rischiano così tanto?"

"Krueger, sei tu l'esperto in perversioni. Risponditi."

Incassò il colpo.

"Cercherò di farlo. Al di là del piacere fisico, del quale tu mi hai parlato e sul quale ti credo sulla parola perchè non ne ho esperienza, posso pensare che per uno schiavo sadomaso delegare il potere sulla propria vita o sul proprio respiro ad una mistress, ad una dominatrice, sia un estremo atto di sottomissione e di adorazione. Pensare che la 'regina adorata' abbia il potere completo di controllare la vita dello schiavo lo porta in una condizione di felicità"

Gli sorrise.

"Sei forte Krueger. Interrogato su un argomento nuovo te la sei cavata benino."

"Ma veramente capita? E tu lo fai?"

"Sì certo. A volte uso un oggetto particolare, il letto a vuoto o più spesso chiamato in inglese vacuum bed. Tra la base di latex e una specie di lenzuolo, sempre di latex, viene sdraiato lo schiavo; una pompa crea il vuoto pneumatico, così che lo schiavo viene completamente foderato di latex. Sulla bocca viene lasciato un tubino per respirare, che posso stringere a piacere per regolare l'afflusso d'aria per lo schiavo. Alla sensazione di essere totalmente ricoperto dal latex aderente si aggiunge quella del controllo del respiro. Che dici... ti interessa?"

"Santo cielo... avevo sentito di qualcosa del genere, ma non ne conoscevo i particolari."

"La tua conoscenza non è infinita, Krueger..." disse sorridendo.

"Ma quindi tu pensi che Destefani possa essere stato ucciso per un gioco erotico?"

"Si, forse una sessione finita male. E' molto pericoloso darsi a queste pratiche."

"E tu come fai ad evitare i pericoli?"

"Devo sempre avere un canale di contatto con lo schiavo; devo sapere esattamente a che punto è arrivato, se sta svenendo, se si sta lasciando andare e quanto. Lo si vede dagli occhi; con un po' di esperienza ci si riesce a fermare ben prima che la situazione possa sfuggire di mano, garantendo la soddisfazione ed evitando pericoli."

"Ma a te è mai successo di rischiare?"

"No, l'ho sempre evitato. Non si scherza con queste cose."

"Anzi..."

Verdiana sembrava esitare nel proseguire.

"Anzi?"

Come seguendo un lontano filo di ragionamento, e sembrando di vincere una resistenza proseguì:

"Mi ricordo di un cliente che chiedeva questa pratica e che, dopo qualche sessione, ho rifiutato. Le prime volte tutto bene, controllavo bene il suo stato; poi, un po' alla volta, ha chiesto pratiche che consentivano sempre di meno il controllo della situazione da parte mia. Dapprima ha voluto essere bendato, così non potevo vedergli gli occhi; lui comunque alzava un braccio quando si sentiva all'estremo delle possibilità. Poi, l'ultima volta che l'ho visto, mi ha detto che la volta successiva non avrebbe più alzato il braccio, lasciando a me il controllo totale della sua vita, lasciandosi andare. Gli ho detto di non tornare più."

"Mi sembra impossibile!"

"Krueger, me lo insegni tu.. strane cose si agitano al fondo del cuore degli uomini..."

"Si.. le persone sono strane..."

Lui riprese il controllo dei propri pensieri, turbati da quanto aveva sentito; si risolse ad indagare sull'identità dell'uomo delle pulizie.

"A me stupiscono e affascinano molto queste pulsioni irrazionali, come sai. Mi hai raccontato l'altra volta dei sissy maid... anche quello mi sembra uno strano mondo."

Un inconsueto lampo di qualcosa che sembrava rabbia passò negli occhi di Verdiana.

"'Le' sissy maid, al femminile, 'le' sissy maid, non 'i' sissy maid. Non è una questione grammaticale, questa è la prima regola, l'attenzione alla persona della quale ti parlavo. Se usi il maschile hai già demolito tutto. Loro sono donne in quel ruolo e puoi soddisfarle e farle stare bene solo se le tratti da donne, con il rispetto a loro dovuto."

Era infuocata, quasi arrabbiata, non l'aveva mai vista così. Si capiva quanto ci tenesse a quella precisazione, soprattutto quanto ci tenesse a quelle persone, ai suoi clienti.

Krueger fu ammirato da quanto quella donna, in fondo, adorasse i suoi clienti, al punto di arrabbiarsi per una mancanza di rispetto nei loro confronti. Gli fu chiara una delle principali regole del sadomasochismo e cioè che è sempre lo schiavo a comandare, il suo desiderio ad essere in cima alle aspettative della mistress, lo scopo del loro rapporto; e di quanto scambio di adorazione, di cura reciproca deve essere presente perchè una relazione possa essere soddisfacente per entrambi.

Gli fu chiaro che anche, anzi, soprattutto, in quelle situazioni in cui c'è l'umiliazione dello schiavo da parte della mistress esiste in realtà un lavoro psicologico sottile per la soddisfazione del cliente basato sulla conoscenza e sul rispetto delle sue passioni che solo anni di esperienza possono generare.

"A proposito, mi era sembrato di riconoscere quella persona che ho visto usc..."

"Krueger, basta" - disse lei interrompendolo, dura, e capendo le sue intenzioni - "Non parlo dei miei clienti, nè con te nè con nessuno. La riservatezza è alla base del mio lavoro. Ti posso parlare di tutto, dei segreti, dei vizi, delle pulsioni e se vuoi anche del mio cuore e di quello che sento. Ma non mi chiedere i nomi, quelli restano qui, nella mia testa, e nel mio cuore." disse, indicando testa e cuore.

"Inoltre spesso si rivolgono a me con pseudonimi; non vogliono essere riconosciuti, e io non indago su di loro."

Krueger capì di trovarsi di fronte ad un muro, e si ritirò presto dai suoi propositi; ma il discorso lo interessava e non volle perdere l'occasione per approfondire. Riprese:

"Capisco che qualcuno voglia essere umiliato. Perchè, secondo te, vestito da donna?"

"Krueger, ti conosco. Fai domande di cui conosci la risposta."

"Sì, forse qualcosa conosco; ma è da te, dalla tua esperienza vera che voglio sapere."

"Non so dirti, esattamente, perchè. So che nell'uomo c'è desiderio di essere femmina, di trasformarsi in femmina, a volte in femmina derisa, altre in femmina volgare, altre ancora attraente, quasi sempre in femmina sexy. L'atteggiamento femminile esteriore, inoltre, a volte è accompagnato dal desiderio di comportarsi sessualmente come femmina, chiedendo alla mistress di invertire i ruoli tra maschio e femmina, facendosi possedere. Ma di questo ho come l'impressione che tu ne sappia più di me."

A Verdiana venne in mente la frequentazione dei propri armadi da parte di Krueger; conoscendolo, non poteva che pensare che lui si fosse fatto più di uno scrupolo su queste attenzioni nella sua mente.

"Qui, veramente, il discorso si apre, Verdiana. Potrei stare ore a parlartene; non di esperienze personali ma di potenti flussi simbolici scatenati da queste idee"

"Dimmi solo qualcosa, la prima che ti viene in mente"

"La prima? La vuoi sapere veramente? Vuoi sapere cosa sto pensando? E' noioso e forse non ti..."

Krueger aveva ripreso l'atteggiamento profondo, con quello sguardo perso nel vuoto mentre ordinava i pensieri che dopo aver raccolto luce dal cielo si concentrava negli occhi di Verdiana accompagnato da quella voce bassa, suadente, che faceva sembrare semplice qualsiasi complessità.

Lei appoggiò il mento sulla mano, guardandolo intensa; era totalmente conquistata da quell'uomo in quei momenti in cui, finalmente lo capiva, era costretto a scavarsi all'interno per comunicare a qualcuno ciò che trovava; era quasi sicura di essere l'unica persona al mondo a poter conoscere queste profondità.

"Annoiami, ti prego. Dimmi cos'hai in testa."

Appena prima che iniziasse a parlare, Verdiana percepì che un dolore istantaneo e lacerante aveva attraversato lo sguardo di Krueger; come se fosse stato un ricordo improvviso di un dolore dimenticato; ma molto, molto più forte di un semplice ricordo, tanto che lei non l'avrebbe mai più dimenticato il modo con cui quell'uomo le si aggrappò allo sguardo; ancora fiaccato da quel lampo che l'aveva attraversato la guardò come si guarda quando si lancia una richiesta disperata d'aiuto, come se lei fosse l'unica speranza alla quale potesse ancora ancorarsi.

Poi si ricompose, stranamente si pulì una mano con un fazzoletto, e cominciò con la sua voce bassa.

"Ho in mente la messa del sabato santo e la benedizione delle fonti. Sono due riti, uno incluso nell'altro, ormai desueti per la Chiesa Cattolica, li trovi nelle liturgie fino alla fine dell'800 circa; ancora ultimamente qualche papa nella messa del sabato santo riprende la formula prima.

Nel benedire l'acqua che diventerà l'acqua battesimale, il papa, o il sacerdote, traccia una croce nell'acqua dividendola in quattro parti"

"Nell'acqua, una croce? Che senso ha? E' come fare 'un buco nell'acqua'?"

"Significa la discesa della potenza della croce nell'acqua battesimale. A livello un po' più profondo..."

"Krueger! Come 'a livello un po' più profondo!! Più di così? Già fatico!"

"Te l'ho detto che sarei stato noioso. Dicevo, a livello più profondo l'acqua è l'acqua primordiale, da cui tutti nasciamo. Ricordi l'identità tra microcosmo e macrocosmo, così in basso così in alto eccetera? Bene, come il mondo nasce dall'acqua primordiale così l'uomo - chè è il mondo - nasce dalle acque dell'inconscio. L'acqua è la profondità da cui nasciamo; ti ricordi i discorsi fatti sul latex, sulla pelle e sui vestiti lucidi, l'aspetto bagnato - il 'wet look' - che tanto appassiona i tuoi clienti? Di qui partono quelle tensioni."

"Krueger.. santo cielo... ma chi sei? Perchè mi fai venire i brividi in questo modo? Come fai a collegare tutto così... così.. chiaramente?"

La guardò, quasi scusandosi di portarla nel suo mondo.

"Il fonte battesimale, la vasca con l'acqua, deve essere tonda; non può essere diversamente, perchè rappresenta il divino e come sai bene il divino è tondo"

"Non lo sapevo..."

"Ne avevamo accennato, ne riparleremo. Il divino è tondo e il materiale, invece, è quadrato. Quadrato e croce sono simboli molto vicini; la croce è la materia con un quinto punto, cioè l'incrocio, la quint'essenza che dà senso alle quattro direzioni del reale: Cristo, per i cattolici."

"E per gli altri? Per i non cattolici?"

"Non c'è differenza. Tondo e quadrato lo sono per tutti, divino e materia esistono in tutti, la quint'essenza è universale. Che poi in un certo tempo ed in un certo luogo si incarni in una religione o in un'altra è questione di diverse qualità del tempo e dello spazio; tutte le religioni sono 'vere'. Ma di questo ne parleremo un'altra volta; abbiamo troppi discorsi aperti, stiamo parlando di uomini che vogliono essere femmina, giusto?"

"Krueger, sì! Ma da dove parti? Santo cielo è complicato seguirti."

"No, Verdiana, non è complicato; è di una semplicità terribile. Ma ognuno di noi ha veli che nascondono la sorgente; la storia, l'educazione, la scuola, la civiltà ci hanno coperti di veli e dobbiamo scostarli per riuscire a vedere la semplice essenza delle cose."

Lei voleva dire Krueger, vieni, toglimi i veli, spogliami, guardami nuda. Ma non osò neanche pensarlo forte.

"Tracciare una croce nell'acqua vuol dire portare il materiale nel divino; infondere in quell'acqua una 'potenza' battesimale. Nel momento in cui il gesto viene compiuto si recita una formula particolare; ecco, ci siamo arrivati: è esattamente a questo che stavo pensando, questo era ciò che mi girava in testa quando me l'hai chiesto. Ti ho accontentata?"

Sorrise divertita.

"Neanche un po', Krueger! Che formula era, dimmela!"

Lui la guardo, poi iniziò a parlare; a lei si rizzarono i peli sulla schiena. Poteva giurare che quella voce non l'avesse mai sentita in quel modo; era come se raccogliesse potenza dall'aria e la concentrasse nella vibrazione delle sue parole che, a loro volta, era come se producessero qualcosa di fisico.

"Et quos aut sexus in corpore,

aut ætas discernit in tempore,

omnes in unam pariat gratia mater infantiam."

Quasi ne aveva paura.

"Cosa vuol dire Krueger?"

"Ora levati dalla cerimonia cattolica, dal lato essoterico, cioè esterno con il quale il rito viene officiato. Calati invece nel significato profondo; siamo all'interno del momento creante dell'uomo, il momento eternamente presente in cui si crea la personalità, l'ora e adesso con cui infinitamente ripetiamo e decidiamo chi siamo, l'attimo infinito in cui il divino si rivela nella materia, cioè in noi, e noi consentiamo al divino di incarnarsi, permettendo a dio di esistere.

In questa condizione di verità, alla quale arriviamo quando sentiamo i nostri bisogni profondi, cadono le parole:"

Tradusse, questa volta in modo più semplice e didattico:

"...affinchè coloro che

il sesso distingue nel corpo

o l'età nel tempo,

la madre grazia partorisca ad una sola infanzia"

Ecco cosa ha scatenato i miei pensieri: i tuoi clienti sono conquistati dalla 'nostalgia del paradiso', vogliono tornare allo stadio di felicità primordiale, dove 'la madre grazia li partorisce in una sola infanzia' anche se il 'sesso li ha distinti nel corpo', o 'l'età nel tempo'; vogliono essere femmina per ritrovarsi, per ritornare all'unità primitiva alla quale tutti aneliamo, alla promessa biblica 'eritis sicut dii', cioè 'voi sarete dei' pronunciata dal serpente e a quella evangelica 'Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dei?' pronunciata da Gesù.

"Krueger! Il serpente e Gesù dicono la stessa cosa?"

Lui si aprì in un sorriso grande, di quelli che si vedono solo sul viso dei bambini; dai suoi occhi risplendeva una consapevolezza calma e a Verdiana non sembrava vero che appena prima fossero stati feriti e fiaccati da quel lampo di dolore.

Sempre di più Verdiana riusciva a capire quanto quel falso prete sapesse di lei e del suo mestiere, e benedì la vita che glielo aveva portato vicino.

"Sei forte, Krueger, parlare con te mi fa star bene, come se tutto fosse più vero quando siamo insieme. Però per me sei un bel mistero: so solo che non sei un prete, ma non so da dove vieni, che storia hai avuto, come hai fatto a sapere le cose che mi dici. Vedo in te reazioni, come quella fitta di dolore che mi è sembrato di vedere in te quando hai cominciato a parlare, che mi fanno aumentare la voglia di conoscere, di sapere di te."

Il ricordo di quel dolore era ancora dolore; e Krueger lo sentì di nuovo, forse meno forte.

"Potresti non credere a molte cose che ti potrei dire, sul mio passato, Verdiana. Io stesso non so se credere a tutto quello che ricordo."

Proseguì, ben sapendo che stava confidando qualcosa che nessuno conosceva.

"In questo caso è successo che mi sono venute in mente le parole della benedizione e subito dopo chiarissimo in me è salito il ricordo del gesto di dividere l'acqua in quattro, come se l'avessi fatto veramente; ma io non l'ho mai fatto, non sono un prete, non ricordo che sia mai successo nella vita. Ma in quel momento era come se sentissi le mani bagnate e so che nel rito le si deve asciugare subito per poter procedere; e, non so perchè, il ricordo è associato a dolore, ma non mi chiedere oltre, non saprei risponderti, anche se avrei altre cose da dirti sull'argomento al di là dei miei ricordi."

Lei non aveva il minimo dubbio di quanto fosse sincero quell'uomo con lei; pure non aveva dubbio che quelle parole avrebbero cambiato il suo rapporto con i clienti, così come stava succedendo da quando l'aveva conosciuto.

"Non ne dubito. Io ho ore a disposizione per te."

"Vieni, o mia diletta, usciamo alla campagna..."

"EH?"

"Oh, niente, sono le parole del cantico dei cantici dopo averle pronunciate Tommaso d'Acquino spirò, dopo l'illuminazione che gli cambiò la vita."

"Krueger!"

"Volevo dire alziamoci, facciamo due passi in via Garibaldi."

"Oh grazie, così va meglio".

Si alzarono e cominciarono a camminare nella luce chiara del pomeriggio, parlando fitto fitto, attenti l'uno all'altra.

[Castello di Torrechiara, Grottesche]

C'è la pagina Facebook di Krueger, e il romanzo si può approfondire e comprare su krueger.losero.net.

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

23 - Serpeggiante

Quanto m'inebria questo vivere.

Mi sento potente; ecco, mi sento potente, questo posso dire, sento di essere forte e di avere potenza.

Sulla gente; indistintamente, maschi e femmine.

I tacchi proiettano il mio incedere sereno e sinuoso, cammino per le strade e sento che mi guardano, sento che mi piace; cammino, sento gli sguardi, li lascio posare su di me, lascio che mi aderiscano e mi sento viva.

A volte li cerco, li provoco; a volte voglio anche di più, e cerco di più.

Quasi sempre lo ottengo.

Ci sono cose che voglio ardentemente, ci sono cose che voglio prima di tutto, e non ho ostacoli per ottenerle.

Non so perchè le voglio; sono sempre le stesse, ma quando le voglio succede che non desidero altro e la vita diventa una spirale che lentamente, o velocemente, raggiunge il suo centro.

L'altra sera: gli occhiali, scuri, grandi, mi davano un'aria di mistero che mi faceva innamorare di me stessa.

Poco importa che fosse sera; li portavo e m'innamoravo di me, in ogni vetrina mi guardavo e mi sentivo viva, provocante e bellissima.

Il tessuto frusciava sulle anche che incedevano sinuose sui tacchi, fasciate dalla gonna stretta; il solo camminare già mi inebriava.

E questi capelli così sfacciati, ad incoronarmi il viso; così rossi, cadevano intorno agli occhiali in un modo cosi' lascivo, così femminile, così intrigante. Ed il foulard di seta che mi fasciava il collo... non avrei mai smesso di guardarmi, ero qualcosa di più che bella, ero femmina dentro e fuori.

Quando ho visto il bar e la gente che c'era dentro sono entrata; tutti quei ferormoni esposti sugli sgabelli erano il cocktail di cui avevo bisogno; la spirale si avvicinava al centro.

Mi sono seduta, ho ordinato un calice di Sauvignon e mi sono guardata nello specchio del bancone, sentendo tutte le fantasie degli uomini che mi ronzavano intorno.

Ero incantevole, avrei voluto essere un maschio per farmi la corte.

Il primo di loro a muoversi fu quello che volevo; aveva gli occhi già persi in me, indossava una maglietta con maniche cortissime da cui spuntava il tatuaggio della X MAS sotto la spalla.

E' lui, ho subito pensato mentre mi mormorava frasi all'orecchio.

Non ho capito neanche una parola, non gli ho risposto, ma gli ho sorriso.

Lui ha cominciato ad appoggiare una mano, poi un fianco, su di me; mi ha offerto un altro vino mentre lui continuava a ingoiare liquori opachi.

Mi ha messo un dito sulle labbra; e il centro della spirale mi pulsava forte nella mente.

Io l'ho messo sulle sue, e ho colto l'occasione; ho girato la mano e gli ho coperto la bocca, ridendo.

Lui ha strabuzzato gli occhi, come a fingere di svenire.

Avevo i guantini da guida, quelli traforati color carne; un vezzo che mi piaceva, mi rendeva più sofisticata.

Gli ho premuto più forte con la mano sulla bocca, e con l'altra gli ho chiuso il naso per pochi secondi.

A guardare il suo viso quando ho tolto le mani, sembrava felice.

Gli occhi erano sempre più persi nella nebbia dei suoi liquori, io ero il faro che lo guidava; l'unica cosa che ho pensato è stata spero che non beva troppo; ho bisogno delle sue prestazioni.

Dovevo portarlo fuori.

Mi sono strofinata sulla sua pelle sudata, abbastanza perchè mi seguisse mentre uscivo.

L'ho portato sopra, nelle stanze vuote; l'ho sfinito di tentazioni fin quando mi ha detto fammi quello che vuoi.

Gli ho fatto piegare le ginocchia sull'inginocchiatoio, mentre cominciavo a giocare con le cinghie.

Ogni tanto premevo le mani sulla bocca e sul naso a togliergli il respiro, come prima al bar, e strofinavo il mio ginocchio tra le sue gambe; gradiva.

Quando l'ho legato stretto, continuava ad avere uno sguardo felice; più stringevo, più s'allargava il sorriso.

Quando ho usato il nastrino di cuoio sulla sua gola, mentre il ginocchio si muoveva tra le sue gambe, sembrava molto felice.

Quando tutto finì, sembrava ancora felice; ed io avevo ottenuto ciò che speravo, avevo raggiunto il centro della spirale.

L'unica pecca, aveva sporcato il mio vestito; il mio tailleur viola.

Anche l'altra volta, con gli stessi occhiali e lo stesso vestito in cui stavo così bene, avevo visto quella donna al bancone.

Anche quella volta, non era stato necessario parlare; entrambe avevamo addocchiato una tavolata di uomini e ci eravamo scambiate sguardi d'intesa mentre quei cafoni ad alta voce vantavano le lore imprese.

Era una donna dolce, alta e nervosa; sentivo che era in uno stato di dolce tensione.

Avevamo riso molto, senza parlare; c'era una intesa forte, come se l'avessi conosciuta da sempre, e a gesti riuscivamo ad intenderci subito.

Non so quanto tempo abbiamo passato a quel bancone; molto, comunque.

Ordinai una birra rossa e la spostai verso di lei che mi disse no, questa non posso berla.

Mi mostrai risentita e un poco offesa e finsi di andarmene; questo a lei dispiacque moltissimo.

Così mi fu facile, bagnarmi le labbra della schiuma della birra, guardarla negli occhi e baciarla piano.

Oh, quanto pulsava la spirale quella sera.

Lei mi guardò, come a dire che anche per lei era come se mi conoscesse da sempre; prese la birra rossa e cominciò a berla, fino a finirla.

Ne ordinammo altre due.

Cominciò a non sentirsi bene, andò in bagno.

Io la seguii, premurosa.

Entrammo, e chiusi a chiave la porta dietro noi.

Quando cominciò con i tremori, la accarezzai, e lei sembrava sorridesse, prima che perdesse conoscenza dei propri sensi.

Quando tutto finì, sembrava ancora felice; ed io avevo ottenuto ciò che speravo.

L'unica pecca, aveva sporcato il mio vestito; il mio tailleur viola.

[sacra di San Michele della Chiusa, capitello ]

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

24 - L'interrogatorio

Verdiana sentì suonare il campanello; non aveva sessioni, quel mattino.

Nel videocitofono una persona sui quarantacinque, baffetti scuri e aria da pescatore in città.

"La dottoressa Bonavischio? Vorrei scambiare due parole con lei, se permette."

"Mi dispiace, questa mattina non posso. Provi a richiamarmi per telefono più tardi, posso fissarle un appuntamento."

"Ho bisogno di parlarle con una certa urgenza."

"Le ho detto che non è possibile."

"Dottoressa, sono un vice ispettore della Polizia. Se preferisce torno con un mandato e due agenti."

Sentendo la serratura sbloccarsi, Gerry sorrise.

Il viceispettore Gerolamo Pantani, detto Gerry, era una persona tranquilla che aveva imparato a trasformare l'impeto del carattere giovanile in tenacia irremovibile nelle indagini; non avere ancora risolto l'omicidio Destefani anzichè disturbarlo gli provocava una specie di curioso divertimento come a sfidare la situazione per vedere fino a quando l'avrebbe ancora intrattenuto.

La morte era avvenuta per strangolamento; il cadavere legato e conciato in quel modo, con parrucca e serpenti, faceva pensare ad una specie di gioco rituale.

L'autopsia aveva rivelato la possibilità che potesse trattarsi di un gioco erotico finito male; ma perchè quella messinscena?.

Il primo sospettato era stato padre Krueger, sul quale già indagava per pedofilia; lui aveva visto Destefani scagliarsi rabbioso contro di lui, inoltre non aveva un'alibi per l'ora del delitto; aveva semplicemene detto di essere stato in giro a passeggiare per Torino. Nessun testimone.

Il sospetto aveva però poco fondamento: era una donna quella intercettata dalle telecamere. Certo, padre Krueger poteva essere il mandante, palese o occulto; ma non poteva aver commesso direttamente il delitto.

C'erano però altri elementi importanti; quando Destefani mostrò le proprie accuse nei confronti di Krueger, parlò di frequentazioni del sacerdote con donne perverse, dell'ambiente del sadomasochismo.

Pedofilo, omicida, perverso: l'esperienza gli aveva insegnato che quando tutto confluisce nella stessa direzione in modo così palese la verità si sta prendendo gioco della situazione.

Per questo avviò le procedure per ottenere i tabulati telefonici della vittima, per capire con chi avesse avuto a che fare negli ultimi giorni della vita.

La segretaria aveva confermato la sua presenza al lavoro al mattino; unica ossevazione degna di nota, aveva rinviato i due appuntamenti delle dieci e delle undici, come a liberarsi un po' di tempo.

Seguiva una serie di chiamate da e verso un numero cellulare; non apparteneva a nessuna delle persone coinvolte nell'inchiesta; si fece quindi inviare i tabulati di ognuna delle persone che in quaalche modo potevano essere correlate.

Ed ecco... un buon indizio: nelle telefonate di Krueger apparivano chiamate con quello stesso numero che aveva chiamato più volte la vittima al mattino.

Quel numero apparteneva ad una psicologa: dottoressa Verdiana Bonavischio.

A questo punto le nebbie cominciavano a diradarsi: poteva essere lei la donna in tailleur viola?

Cercò il numero negli archivi della polizia e risultò collegato ad annunci o eventi relativi al mondo sadomaso; approfondendo le indagini, era il numero con il quale una cosidetta mistress offriva un contatto per offrire i propri servizi.

Sorrise sornione; ora i conti cominciavano a tornare.

Destefani e Krueger erano collegati dal numero della Bonavischio, esperta in pratiche sadomaso e quindi perfettamente sospettabile del tipo di morte; le telefonate in quei giorni stavano a testimoniare più di un contatto diretto.

Pensò di avviare la procedura per richiedere le intercettazioni telefoniche; ma sapeva che ci sarebbe voluto molto tempo per ottenerle, quindi pensò di approfondire l'immagine, pensando che sarebbe stato interessante una seduta da una psicologa.

Allo scatto della serratura seguì l'ingresso nell'androne dove ad una portinaia dall'aria orientale chiese a che piano fosse la dottoressa.

Lo sguardo con il quale lo guardò lo lasciò interdetto; possedeva una tranquilla forza e, nonostante lo potesse chiaramente assimilare al tipo di uomini che frequentava quella dottoressa, gli infondeva una certa fiducia.

Salì al piano; la dottoressa lo stava attendendo davanti alla porta del suo appartamento privato.

Dalle prime parole Verdiana capì subito che lui conosceva la sua professione, sapeva della sua frequentazione con Krueger ed indagava sulla morte di Destefani.

Gli piaceva quell'uomo dall'aria sorniona, tranquillo e schietto, che andava subito al sodo; per questo quando gli chiese di vedere l'ambiente nel quale riceveva i suoi clienti, Verdiana non oppose resistenza più di tanto.

Lo introdusse nella stanza armadio e quindi nello studio, il 'dungeon' vero e proprio, il luogo nel quale riceveva i clienti; lo guardò attentamente mentre osservava i vestiti, le scarpe, gli oggetti ben disposti, le superfici di pelle nera, la croce a cui legare gli schiavi, gli anelli di sospensione, le cinghie, le catene, le fruste.

Anni di professione le avevano insegnato a studiare il primo sguardo degli uomini al suo ambiente; da quella prima osservazione poteva raccogliere moltissime informazioni utili a soddisfarli e, oggi lo sapeva meglio di sempre, a far trovare loro ciò che hanno dentro.

Non capitava quasi mai che un uomo avesse uno sguardo indifferente.

Se il primo sguardo era di ripulsa, quasi di fastidio, indovinava persone lontane da se stesse, sulle quali lavorare molto per far capire quanto fossero normali le pulsioni per cui la avevano cercata, per fare in modo di accettare una parte di sè nascosta eppure così potente da provocare la ricerca di una professionista per venire alla luce.

Se viceversa il primo sguardo era un luccichìo negli occhi, indovinava persone che già conoscevano, senza falsi filtri, i propri desideri; a quel punto si doveva capire verso quale direzione fossero indirizzati, e proprio per questo nel suo dungeon la disposizione era tale da far vagare lo sguardo in zone dedicate a temi specifici, in questo modo riconosceva chi vosse attratto più dai materiali e dalle esperienze sensoriali e tattili piuttosto che da corde e legami, da fantasie di dominazione piuttosto che di sottomissione e, quasi sempre, da quel luccichìo poteva indovinare dove si situasse il paradiso di quella persona.

Aveva anche imparato a distinguere le persone in base alla loro professione; soprattutto quelle in cui l'aspetto maschile era prevalente portavano a sensibilità più esasperate e inibenti; proprio per questo non si stupiva di avere delle sissy maid tra i sacerdoti e tra i pugili, oppure dei masochisti tra i potenti avvocati di grido; per questo non la stupì lo sguardo del vice ispettore che per qualche secondo, e con qualche luccichìo in più, s'era fermato sugli anelli ai polsi, sulle corde e sulle fruste.

Quello sguardo durò appena un attimo, quello necessario perchè Verdiana lo cogliesse; poi l'ispettore indossò lo sguardo un po' pigro e indolente che era la sua maschera, il modo con cui si proponeva al mondo e che utilizzava per le indagini; indossò quel modo di essere consono alle indagini e passeggiò a guardare con sincera curiosità gli oggetti e le attrezzature delle quali di alcune indovinava scopo e funzione, di altre preferiva immaginare di non averlo capito, di altre ancora proprio non immaginava la funzione.

"Quello è un tiracapezzoli" disse Verdiana, indovinando la domanda. Era una specie di bilancia con la classica forma a croce ma, al posto dei piatti, aveva due catenelle che terminavano con una piccola pinza; la distanza dalla base era regolabile. Istintivamente l'ispettore si massaggiò il petto con una smorfia di dolore, rispondendo "capisco..."

Ad osservare quell'uomo Verdiana si divertiva a registrare la differenza tra uno sguardo e l'altro; a seconda della 'perversione' che gli oggetti suggerivano, sguardi che rimandavano immediatamente, in modo così chiaro e palese da stupirsene, alla reazione istintiva che generavano in lui.

Fu proprio per questo che uno sguardo la stupì; lui stava guardando un suo vestito ma indossava uno sguardo totalmente diverso dai feticisti che ne potevano essere attratti; sembrava invece godere di una sottile soddisfazione.

Rimaneva lì a guardara quell'abito, con quel sorriso appena accennato, nascosto; Verdiana non poteva capire perchè un tailleur viola potesse suscitare una reazione del genere.

"Dottoressa, avrei alcune domande da farle."

"Oh, certamente; possiamo rimanere qui a chiacchierare o " - e assunse un atteggiamento un po' corrucciato - "le dà fastidio l'ambiente?"

Verdiana ci teneva a rimanere nel suo studio; lì sapeva come trattare gli uomini, in quel luogo si sentiva padrona.

"Possiamo rimanere qui... non ho alcun fastidio dall'ambiente."

Pronunciando questa frase, l'ispettore si tradì un poco, volgendo lo sguardo alle corde, alle manette e alle fruste.

Verdiana colse la palla al balzo, lo accompagnò in quel settore e indossò un paio di bracciali in pelle borchiati, entrambi con un anello.

"Vede, questi bracciali vengono stretti ai polsi dello schiavo, o della schiava. A quel punto possono essere assicurati ovunque, in modo da impedire i movimenti delle braccia. In questo modo chi comanda " e fece una pausa lunga " - o chi interroga, può essere certo di porre domande senza essere disturbato dall'interlocutore che è bene assicurato da non potersi muovere; per questo, anche psicologicamente, le risposte sono più sincere perchè l'interrogato è messo in posizione di non nuocere, di non difendersi, ma di poter solo dire la verità".

L'ispettore era sinceramente divertito da questa donna così esperta in qualcosa che era comunque utile alla sua professione di ispettore; voleva che il gioco continuasse.

"Così se io le facessi delle domande con i suoi polsi fissati da qualche parte riceverei risposte più sincere?"

Il sorriso di soddisfazione Verdiana se lo tenne dentro. Le bastò indossare un'aria un po' spaurita, deglutire, mostrare un poco di smarrimento e subito dopo un'aria sicura rispondendo "Si potrebbe provare" per ritrovare il luccichìo nei suoi occhi.

Fisso entrambi gli anelli dei bracciali ad un gancio che pendeva dal soffitto.

"Giri quella manovella."

L'ispettore ubbidì, e la catena che legava il gancio cominciò ad accorciarsi, sollevando i polsi di Verdiana.

Lei vedendo il suo sguardo diventare goloso lasciò tirare i polsi verso l'alto, fino a che non le arrivarono sopra la testa, con le braccia ancora un po' piegate.

Si guardarono; lei con un sorriso di conquista, lui con lo smarrimento di chi si sta lasciando prendere da un gioco troppo divertente e troppo sconosciuto.

Lei indossava un abito con spalline, che le lasciava nude le spalle; le braccia, sollevate in quel modo, mostravano il biancore della pelle lambire i capelli e il viso di Verdiana.

Lui, tentando di togliersi dal torpore ipnotico in cui stava cadendo, le chiese:

"Ma dottoressa, è sicura? Posso farle delle domande? In questa posizione?"

Lei non rispose, ma il suo sguardo si sostituì alla voce, pregandolo di farlo, e provocando in lui reazioni che mai avrebbe immaginato.

Mai avrebbe immaginato di provare una sensazione così forte di potenza su una donna, mai avrebbe immaginato che gli avrebbe dato così tanta euforia, così tanta sensazione di dominio.

Così tanta eccitazione.

"Alviero Destefani prima di morire l'ha chiamata, più volte, al mattino. Cosa voleva da lei?"

A quel punto lei avrebbe dovuto contravvenire ad una sua norma, cioè ammettere che una persona era un suo cliente.

Non era convinta di volerlo fare, aspettò per deciderere cosa rispondere.

L'ispettore portò la mano sulla manovella, le fece fare un mezzo giro; la catena si tese, il gancio si sollevò, i polsi furono tirati un po' più in alto.

Verdiana rovesciando indietro la testa fece un gemito, di quelli che aveva imparato e che conosceva così bene, quei gemiti che facevano impazzire i suoi clienti; un misto tra il dolore ed il piacere che gli venivano inflitti.

Come venendo a capo ad una risoluzione disse "sì mi ha chiamata", e registrò il sorriso negli occhi dell'ispettore.

Sapeva benissimo che sarebbe bastato spingere col piede l'assicella dietro di lei per svincolare la catena e liberarsi; ma il gioco la stava divertendo e volle continuare.

L'ispettore era combattuto tra il piacere che indubbiamente provava nell'interrogare quella donna e la situazione totalmente al di fuori della norma che s'era creata; per questo propose:

"dottoressa, smettiamo; non è questo il modo con cui faccio domande di solito."

"Allora non risponderò più. Faccia venire i suoi agenti, mi arresti. Se vuole da me risposte le avrà ora."

Lui fece un altro mezzo giro di manovella, e Verdiana non dovette fingere per gemere di piacere.

"Perchè l'ha chiamata?"

"Con lui ho fatto giochi di asfissia; gli piaceva che gli provocassi la mancanza del respiro in modo controllato durante l'orgasmo. L'avevamo fatto parecchie volte, spesso nel suo ufficio, o nel bagno del suo ufficio come water bondage, cioè annegandolo, tenendogli la testa sott'acqua."

"Le telefonate parlavano di quello?"

"Si, perchè mi aveva proposto un gioco nel quale io avrei avuto il controllo totale del suo respiro ma nessun modo per verificare il suo stato. Tropo pericoloso, io ho rifiutato e lui si è arrabbiato. Ha urlato, per telefono, me ne ha dette di tutti i colori. Mi ha richiamato più volte; speravo cambiasse toni, invece era sempre più esasperato; lo sentivo un po' e poi riattaccavo."

"E la sera vi siete visti?"

"No, assolutamente, dopo quelle telefonate non l'ho mai più sentito."

Lui diede un giro intero alla manovella; ormai Verdiana aveva le braccia tesissime, ed era quasi sollevata da terra, le gambe distese si slanciavano sui tacchi che le lasciavano la possibilità di appoggiarsi ancora un poco.

L'ispettore capì che non poteva più insistere sull'argomento; quella donna dava comunque risposte sulle quali non tornava.

"Quella sera ha sentito anche padre Krueger, perchè?"

"Non l'ho sentito, era un messaggio, in cui mi diceva che sarebbe passato qui, nel mio appartamento."

"Poi venne? A che ora?"

"Da mezzanotte alle tre, circa. Io avevo una sessione, e ho sentito che era di là, come fa spesso."

"Potrebbe garantire che era lui?"

"Solo lui ha le chiavi, solo lui può entrare, era certamente lui."

"Ha un testimone che possa confermare che era qui?"

"Si, un cliente; ma non farò il suo nome neanche sotto tortura... O forse sì... con qualche altro giro di manovella."

A questo punto entrambi risero, la situazione si sdrammatizzò.

Ciò che mostrava il viso di Verdiana lo incantò; era provata, sofferente, e in qualche modo riconoscente a lui; non sapeva se fosse mestiere o sincerità, ma quel modo di fare domande gli era piaciuto molto; aveva ottenuto una testimonianza importante.

Allentò le catene, lasciò scendere i polsi, e le chiese "dottoressa, posso ritenere questa sua versione dei fatti una testimonianza sincera, al di là dei metodi... inusuali per ottenerla?"

"Certamente si", rispose lei, sorridendo e massaggiandosi il collo, slacciando i bracciali di pelle dai polsi.

Lui quasi non ci credeva, si sentiva ipnotizzato, sentiva crescere il calore tra le gambe mentre lei gli stringeva i bracciali, sussurrando:

"ora tocca a me interrogare."

[Grottesche, castello di Torrechiara]

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

25 - Marmo che parla

"Padre Krueger, domani è l'ultima domenica in cui la mia famiglia sta qui a Torino; le andrebbe di pranzare con noi, domani?"

Il preside gli stava chiedendo un favore che non poteva negargli; in fondo, la cena con lui e famiglia era stata piacevole; acconsentì volentieri.

"Va bene, allora domattina ci vediamo alla messa in Duomo e poi andiamo a pranzo insieme. A domani."

Passò al bar sotto casa di Verdiana, la avvisò e lei scese, anche se aveva poco tempo a disposizione.

Bastarono poche parole per metterlo a disagio; gli disse che era venuta la polizia, che sapeva del suo mestiere e delle loro frequentazioni; e che sospettavano di lei per l'omicidio. Gli disse del comportamento dell'ispettore, dell'attenzione al vestito viola, delle domande su dove fosse stata lei nell'ora dell'omicidio, e di dove fosse stato lui.

"Ho detto che eri qui, a casa mia, quella sera."

"Si ci sono venuto ma io.. non ti avevo sentita, non sapevo ci fossi"

"Io sento ogni movimento che fai. E ho detto che sei stato qui tutto il tempo, da mezzanotte alle tre."

Dicendolo, Verdiana lo guardava in viso per scorgere eventuali reazioni; ma non notò nulla di particolare.

"Scusami Krueger, ora devo andare, devo prepararmi, ho qualche sessione impegnativa oggi."

Lui rimase solo e passeggiò nel mattino afoso.

La situazione stava precipitando; e non c'era modo di uscirne.

Ora anche Verdiana era sospettata; per il tipo di morte, e per il vestito viola; lo stesso dell'omicida.

Ovviamente anche lui in qualche modo era sospettato, come mandante, essendo l'unico che sembrava potesse aver motivi per uccidere.

Il motivo era dovuto all'accusa di pedofilia, che tirava in ballo Minah; sarebbe anche lei presto entrata in questo giro di accuse e testimonianze? Voleva assolutamente evitarlo.

Inoltre lui sapeva bene com'erano andate le cose, sapeva del preside, delle sue inclinazioni da sissy maid, del vestito viola che aveva portato a lavare, dei motivi che aveva per mettere a tacere l'accusa di pedofilia... ma perchè aveva dovuto ucciderlo in quel modo, con quella messinscena? Per deviare i sospetti? Nulla era chiaro, nulla si chiariva; anzi, le cose stavano peggiorando.

Di umore malmostoso, non potè che pensare alla melancolìa, a quello stato di tristezza che letteralmente significava 'nero colon', cioè pancia nera, e a quanto questo stato e questo concetto fossero vicini alla 'nigredo', allo stadio alchemico in cui l'uomo muore a sè stesso, va in putrefazione, stadio indispensabile a qualsiasi crescita successiva.

Pensò di conseguenza alla sua teoria dell'elastico; doveva essere vera in entrambe le direzioni quindi se in questo momento si trovava in uno stadio così scuro non poteva che presentarsi a breve uno stadio più chiaro, una chiarificazione, un chiarimento, una 'albedo'.

Fu proprio pensando a quanto fosse scuro il momento che gli si presentò una nuova parte della visione.

Da qualche tempo la visione aveva assunto contorni più nitidi, anche se non riusciva più a distinguere esattamente la visione stessa dal ricordo che ne aveva; ma ormai era chiaro che lui e la donna stavano percorrendo un rito; prima quella strana danza con i fiori, poi i mantelli che cadono e a questo punto... avveniva qualcosa che lo lasciava molto interdetto. Il proseguimento vedeva la coppia coricarsi nella terra e succedeva qualcosa di intermedio tra il congiungersi carnalmente ed essere sotterrati; a volte era più netta una delle parti, a volte l'altra. Continuava a chiedersi chi fosse il regista di queste visioni, in quale delle parti della sua testa albergasse, quale potesse essere il significato di tutto questo.

Al mattino seguente partecipò alla Messa in Duomo; gli aspetti esteriori del rito lo avevano sempre colpito per la profondità dei significati che spesso rimanevano celati alla maggior parte delle persone. Vedendo entrare i celebranti preceduti dai turiboli dell'incenso, ragionò sui concetti di sacrificio e di 'mangiare dio', così connaturati con il rito, ed il fumo dell'incenso divenne il fumo del sacrificio con cui si immola la vittima.

Un sacrificio di Dio, si andava a celebrare il sacrificio di Dio; un Dio che si sacrificava 'per i nostri peccati' diceva la teoria, ma se la colpevole era l'umanità, non doveva essa stessa a subire il castigo? Se però Dio la discolpa bisogna presumere che non l'umanità sia colpevole, ma Dio, e per questo sia lui ad assumersi il castigo. Quale Dio avrebbe mai voluto la morte del proprio figlio, se non per punire sè stesso? Dio era il colpevole, e solo l'uomo lo poteva redimere.

Lo pensò, e quindi smise subito di pensarlo; sapeva che questi pensieri lo portavano troppo lontano, su sentieri sui quali aveva lasciato il lume della ragione già troppe volte.

Ma la nera kemia, la nera terra dell'alchimia, saliva nei suoi pensieri, lo tentava, lo circuiva: liberare Dio dalla materia, estrarne l'essenza, renderlo vivo per applicarlo su tutto e ottenere... oro, ottenere senso, da tutto.

Da quando aveva collegato l'alchimia con la psicologia del profondo, interi mondi a ripetizione gli si erano aperti dentro; l'inconscio collettivo come immagine di Dio, l'identità tra ciò che è fuori della persona con ciò che ha dentro per dare unità e senso al mondo e al tempo infiniti, tutti questi pensieri... non ci stavano nella sua testa. Doveva deliberatamente escluderli, limitarli, ordinarli, per non esserne sopraffatto.

La messa era finita, e lui s'era perso nei suoi pensieri; uscì sul sagrato e aspettò il preside con la sua famiglia.

I marmi brillavano al sole; le figure lo interrogavano, ma non davano risposte; sembravano dire "tu sei la risposta" ma Krueger non riusciva ad afferrarla, nonostante avesse la certezza che ci fosse.

Si spinse verso la porta di sinistra, quella 'in cornu evangelii'; mentre ne guardava le sculture, lo raggiunse il preside con la sua famiglia. C'era anche Ingrid, la sorella più giovane che aveva subito quella strana aggressione nei bagni del bar, quando aveva avuto una crisi epilettica durante il ciclo.

Tutti avevano notato il suo sguardo verso i marmi, e qualcuno fece alcune affermazioni sulle stranezze di quelle figure.

Il preside assunse aria da cicerone e declamò:

"mascheroni, grottesche, figure zoomorfe, motivi rappresentativi che andavano di moda nel cinquecento!"

Ingrid chiese a Krueger:

"Che hanno di così interessante da essere fissate così?"

"Non lo so, esattamente; so che per queste sculture della facciata sono stati spesi più soldi che per il resto del Duomo, e che sono stati fatti venire otto scalpellini da Roma per cercare le pietre giuste e scolpirle. Inoltre, nulla si sa su chi e perchè abbia progettato queste figure."

Ingrid, che aveva una intelligenza spiccata e una passione per gli intrighi disse:

"Interessantissimo. Si potrebbe cominciare a studiare le parti comuni, per cercar e di costruire uno schema. Ad esempio, vedo che ci sono tre scritte uguali, due da una parte e una dall'altra. Che significano?"

"DO.RVVERE.S.CLE. è la 'firma' del cardinale che ha commissionato il Duomo, il Cardinale Della Rovere, dell'ordine di San Clemente."

"E perchè tre volte? perchè uguale?"

Intervenne il preside:

"Ma che domande! Avranno voluto riempire zone vuote con il nome del Cardinale"

Krueger riprese:

"In effetti, la distribuzione è asimmetrica, e ciò non è consona allo stile rinascimentale. Il Romanico presentava volute asimmetrie, il rinascimentale no. Potrebbe essere una asimmetria voluta, certo, come se fosse un messaggio nascosto che ci vuole parlare di tre cose, e di una nascosta. Ora che ci penso, è un 'classico' tre cose uguali + una diversa, a costruire il 4, è il simbolo della conoscenza della materia, che conduce alla quint'essenza. Ad esempio i quattro apostoli i cui simboli sono tre animali + un angelo, oppure in Maria Prophetissa..."

"Sì, il bagnomaria! Ma crede ancora a quelle cose?" Interruppe il preside.

Krueger continuò:

"Maria Prophetissa, alla quale si riporta, erroneamente, l'invenzione della cottura a 'bagnomaria', è famosa per un enunciato che, partendo dall'uno, arriva al cinque, presenta la regola del creato, ed è alla base di molte conoscenze alchemiche. Per citare altri esempi..."

Ingrid, che vagava con gli occhi tra i marmi lo interruppe:

"Ma perchè quell'uomo è strangolato e ha i serpenti in testa?"

La domanda cadde nella mente di Krueger come se improvvisamente un enorme cubo di ghiaccio si fosse sfacellato sul sagrato.

Ingrid continuava:

"E quelle figure li sotto... sembra che soffino un qualcosa in un sacco, come se soffiassero l'anima, come se esalassero l'ultimo respiro; non vi sembra? Che ne dice Padre Krueger?"

Krueger annaspava, cercava aria.

Ma come aveva fatto a non accorgersene? Anni interi a studiare i marmi e poi non s'era acconto che la messinscena dell'omicidio, la parrucca e i serpenti erano identici a quella rappresentazione. Ricordò le foto, i serpenti erano stati messi esattamente allo stesso modo, con le teste incrociate. E quella rappresentazione dell'esalazione dell'anima mentre la persona viene strangolata... quella lingua di marmo, che esce dalla bocca spalancata a cercare aria... come aveva fatto a non collegarlo?

Ma ancora, come poteva uno scultore del millequattrocento rappresentare un delitto avvenuto pochi giorni prima?

Krueger toccava con le mani il marmo, quasi a rendersi conto che fosse vero. Si sentiva febbricitante.

Riprese Ingrid, le cui parole quasi facevano male a Krueger:

"Quella rappresentazione è in corrispondenza di una delle tre scritte; se tanto mi dà tanto troveremo in ognuna delle scritte qualcosa che è collegato con la prima scultura, quella dei serpenti."

Ingrid riprese, in tono scherzoso, con tono anch'essa da cicerone, imitando il fratello:

"A fianco della seconda delle tre scritte potete ammirare un bel teschio di bue da macelleria inghirlandato e con sotto di sé due irosi draghetti. Vero Padre Krueger?"

"... si. vero. Innanzitutto è giusta la sequenza della numerazione; nelle chiese si procede dal basso verso l'alto, da destra verso sinistra, dal fondo verso l'altare. Quindi hai ragione, il primo da considerare nella sequenza è la testa dell'uomo strangolato coi serpenti e la seconda è il teschio con i draghetti."

Il viso di Krueger era terreo, il tono inconsuetamente tremolante e, si sarebbe detto, spaventato.

Fu l'altra sorella, Maddalena, a chiedere "Padre Krueger si sente bene?"

Fu invece il preside Guerini a capire cosa pensava Krueger, e a collegare l'omicidio con la scultura. Disse:

"Padre Krueger, ma non vorrà collegare l'omicidio Destefani con questi marmi?"

Non s'è mai sentito di marmi che ridano, ma Krueger giurò di aver sentito i marmi ridere di lui, mentre rispondeva:

"Non lo so, ma qualcosa mi colpisce profondamente nelle analogie."

Ingrid riprese "Ma allora è intrigantissimo.. proseguiamo l'indagine."

"No disse Krueger, forse è meglio di no."

"Come no! E' la cosa più divertente che mi è successa a Torino! Un'omicidio e dei marmi che ne parlano! Continuiamo!"

Il preside insistette, Krueger tentò di comunicare qualcosa con lo sguardo indicando Ingrid al preside con aria preoccupata, ma non sortì effetto.

"Va bene, continuiamo.

Quindi troviamo nella seconda posizione un teschio di bue, o bucranio. Spesso usato come allegoria nelle sculture, rappresenta la fertilità e, più direttamente, la femmina.

Questo perchè la figura che si rappresenta è identica alle trombe di Falloppio e agli organi genitali femminili, che sono esattamente ciò che si viene a rappresentare, non potendolo fare esplicitamente.

Il fatto che abbiano dei festoni inoltre indica un periodo diverso dagli altri, un periodo di festa, un periodo notevole; normalmente indica il ciclo.

I due draghetti sotto, invece, con le fauci spalancate in quel modo, irosi, vengono utilizzati per indicare la pazzia; il drago infatti è la rappresentazione delle potenze incontrollate dell'inconscio."

Ora Ingrid non rideva più.

Aveva capito.

Cominciò a singhiozzare.

Il preside Guerini intervenne "Che succede? Perchè piangi? Krueger ma..."

Ora Krueger riaveva la sua voce normale, se ne rese conto e ne fu lieto.

Mentre la 'prima stazione' indicava il delitto, cioè il seme di un uomo soffocato, la 'seconda stazione' indica il sangue del ciclo di una donna pazza, cioè quello che probabilmente hanno prelevato ad Ingrid quella sera della crisi epilettica".

Il preside divenne tetro in volto:

"Ma cosa dite? siete pazzi? Ingrid ma quella sera ti hanno..."

Ingrid alzò gli occhi dal trucco sbavato, li puntò fermi verso Guerini:

"Sì, ora lo ricordo. Una donna. Mi ha preso del sangue del ciclo."

Tutti emisero un sospiro preoccupato, mentre la mente di Krueger continuava un lavorìo incessante.

Ora i conti cominciavano a tornare; erano chiari il delitto e quello strano inconveniente ad Ingrid, inoltre era anche chiaro cosa aveva liberato l'iradidio che aveva spostato il camion. L'essere riusciti a ricostruire in parte l'opus alchemica aveva generato gli effetti indesiderati dei quali qualche alchimista aveva parlato; nel millequattrocento avevano causato il crollo della torre campanaria, lì a pochi passi da loro, oggi avevano spostato un camion dalla strada.

Quel portale era una indicazione, una testimonianza di qualcosa di potente; altro che 'grottesche e figure zoomorfe alla moda'.

Potenze totalmente fuori controllo; seme di uomo che muore, mestruo di donna pazza combinati... come? Da parte di chi?

E ora che sarebbe successo?

Tutti guardarono Krueger, e la domanda fu una sola: cosa c'è nella terza stazione, dove c'è la terza scritta?

Krueger la esaminò, con l'attenzione che non gli aveva mai dedicato; bastarono pochi secondi.

Disse solo:

"oddio no."

[Portale del Duomo di Torino, Grottesche]

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

26 - Il corpo, la femmina, il male

"Il corpo, la femmina, il male"

Tornando in auto verso Torino, con il vice ispettore a fianco, Krueger ripeteva come un mantra queste tre parole che gli erano rimaste conficcate in gola; ancora non si rendeva conto di quante cose potessero succedere nell'arco di una giornata, che peraltro non era ancora terminata, e che era cominciata con la corsa del mattino.

I pensieri s'erano presto accumulati tutti nella stessa direzione: come poteva una scultura del millequattrocento avere attinenza con fatti attuali?

Gli fu chiaro che tutta la fascinazione che aveva subito negli anni dai marmi del Duomo Nuovo non era episodica, casuale; c'era qualcosa che lo legava a loro, in qualche modo il motore simbolico che aveva generato quelle sculture era lo stesso che gli stava incidendo sulla vita.

Ripercorse l'intuizione di Ingrid, e la divisione del portale in tre stazioni corrispondenti alle scritte DO RVVERE S CLE, numerandole dal basso all'alto: la prima in basso a destra, la seconda in alto a destra, la terza in alto a sinistra, la quarta... mancava.

I due episodi, corrispondenti alle prime due stazioni, corrispondevano ad eventi tragici.

Nella terza stazione c'era un bucranio, quindi anche qui si poteva riferire ad una femmina, e c'erano animali simili a cani con le code da pesce; queste rappresentano gli istinti del profondo, primordiali, che nuotano nelle acque dell'inconscio, mentre i cani potevano rappresentare l'animalità portata a ragione, l'istinto addomesticato; pensando ad una donna che addomestica gli istinti il pensiero non poteva che andare a Verdiana.

Era preoccupato per lei: la stazione poteva prefigurare un qualche accadimento tragico nei suoi confronti?

Voleva capire qualcosa di più, e tornato in istituto riprese gli studi sui marmi, ritornò sugli appunti che aveva preso.

Riscoprì che quel portale, in cornu evangelii, era stata probabilmente scolpito da Bartolomeo Delli Charri, o de Charri; in quei tempi non esistevano cognomi, probabilmente i Charri erano la zona di provenienza.

Da qualcuno era indicato come uno dei famosi 'maestri comacini', costruttori di cattedrali.

Scoprì anche che aveva lavorato per il Cardinale Della Rovere nei suoi palazzi di Roma, e che aveva con il Cardinale qualche accordo particolare.

Chiese aiuto ad un amico all'archivio vaticano per saperne qualcosa di più; gli rispose dopo poche ore dandogli l'accesso riservato ai testi digitalizzati dell'archivio tra i quali ne trovò parecchi che contenevano il nome di Bartolomeo De Charri: contratti, consegne di denaro, descrizione di lavori; ma nulla che potesse chiarire il significato del portale del Duomo.

Solo in un testo, nella descrizione di un'opera da realizzare, veniva fatto riferimento ad una opera precedente; incrociando qualche dato, Krueger intuì che l'opera precedente era proprio il portale di sinistra del Duomo.

Il riferimento era al significato di quell'opera che, secondo Bartolomeo, era stato lasciato "a Gazpardo De La Cacia, che n'avea promessa custodia etterna in Rocca Provana".

Krueger era daccapo: chi poteva essere questo Gazpardo? E dove questa Rocca Provana?

Una ricerca di documenti con il nome Gaspardo o Gazpardo associato a Bartolomeo Delli Charri gli diede subito la prima risposta: si trattava di un annesso ai 'capituli' sottoscritti tra il Cardinale Della Rovere e Meo del Caprino per l'appalto di costruzione del Duomo, 'pro fabrica ecclesia taurinense', il libro delle giornate pagate alle maestanze addette alla fabbrica, il 'liber iornatorum singularium magistrorum et cooperatorum fabricae ecclesie taurinensis'.

Già nella prima riga, il 'primo mastro' elencato nei pagamenti era 'Gaspardus de la Cacia'; si trattava quindi di un mastro muratore addetto alla costruzione del Duomo.

Come, e perchè, Bartolomeo Delli Charri proprio a lui avesse consegnato il significato del portale non era dato a sapersi; ma se un significato poteva esserci, doveva essere in quella 'Rocca Provana'.

Quel mattino si vide con Verdiana al bar sotto casa sua; era sempre molto curata, ma la trovò particolarmente elegante; splendeva nel sole la collana che le aveva già visto altre volte, quella che aveva due ciondoli, di colore bianco e rosso.

Lei gli parlò della visita del vice-ispettore, senza fare menzione però alle telefonate di Destefani il mattino dell'omicidio.

"Ma quindi la polizia sa tutto di te, e della tua professione?"

"Sì."

"E sanno anche che pratichi l'asfissia?"

"Sì."

"E hanno collegato la morte di Destefani a te?"

"Sì."

Krueger era seriamente preoccupato; a questo punto anche Verdiana era totalmente coinvolta tra i sospettati, anche lei veniva trascinata nel fango per colpa sua.

Ciò che contrastava con la sua preoccupazione era la tranquilla serenità che lei mostrava, come se nulla la sfiorasse.

"E' una situazione grave, non sei preoccupata?"

"Si, forse un po'. Soprattutto per te, sei quello che più di tutti aveva motivi per volere che tacesse per sempre; l'ispettore ha fatto qualche ipotesi su te, anche se non si sa come tu sia collegato con la donna che ha commesso l'omicidio."

"E la polizia sospetta che sia stata tu?"

"Si, sono venuti con quell'idea; hanno trovato da me un tailleur viola compatibile con quello ripreso dalle telecamere. Tu il mandante, io l'esecutore."

"E... ora?"

"Ho un alibi di ferro. In quelle ore ero in casa, avevo una sessione. Il mio cliente potrebbe testimoniare che in quelle ore ero in casa."

"Ma così dovresti farne il nome"

"Oh, in questo caso dovrei farlo, sì; e l'ho fatto, o meglio l'ho fatto intuire al vice ispettore quando mi ha interrogata."

"Ti ha interrogata? Per molto tempo?"

"Uhm, un poco."

"E' stato duro per te?"

Krueger non capì, e non avrebbe mai capito in seguito, perchè Verdiana sorrise di fronte a quella domanda, rispondendo:

"Gli ho fatto capire che lui poteva conoscere bene, fin troppo bene il cliente che avevo in quel momento; e che forse non sarebbe stato delicato, per la sua professione, rivolgere domande ad un suo superiore sull'argomento."

Poi Verdiana lo guardò fisso negli occhi, come ad aspettarsi una reazione:

"Ho detto che anche tu eri in casa mia quella sera, nella parte privata."

Krueger non sembrò reagire in alcun modo.

"Gli hai detto che ci vediamo?"

"Sì, glielo ho detto. Che ci vediamo, che passiamo del tempo insieme, che non coinvolge le mie prestazioni professionali. Ti ho fatto passare come il mio confessore."

Verdiana si fece fintamente seria:

"Non è per questo che ho voluto conoscerti?"

E poi fece una piccola argentina risata.

Krueger ripensò alle prime parole che si erano scambiati, alla richiesta di Verdiana di confessarsi... non era passato molto tempo da allora, ma quanti pensieri, quante emozioni gli passavano in testa da allora!

Tornando al discorso, pensò a quanto il vice ispettore potesse aver creduto a Verdiana.

"Ma ti fidi di lui?

"Sì"

"Come fai ad essere così sicura?"

"Conosco gli uomini."

"Cioè?"

Le disse ridendo, e assumendo un'aria professionale:

"Uh... non è un discorso semplice, ma penso che tu possa capire. Sentimi bene.

Esitono tre tipi di uomini, per quanto riguarda le cosidette perversioni, quelle che conosco meglio.

Al primo tipo appartengono tutti quelli che non hanno mai conosciuto le proprie. Non le conoscono, mostrano un senso di schifo e ripulsa quando ne sentono parlare, si tengono a distanza. Tipicamente le reprimono, e questa repressione si trasforma in atti negativi sul prossimo. Per esempio uomini che hanno un desiderio di femminizzazione che non ammetteranno mai a livello conscio perchè troppo inammissibile a sè stessi per poterlo fare, per i quali questo desiderio che non può avere risposta a volte si trasforma in odio per le donne, la cui immagine ne è la causa, e atti violenti su di loro. A volte giudicano male donne solo perchè hanno una gonna corta o un paio di fuseaux. Questi sono i repressi, a cui appartengono purtroppo molti degli uomini.

Al secondo tipo appartengono coloro che hanno riconosciuto in sè queste pulsioni, o che le riconoscono quando vengono da me, e le utilizzano per andare oltre; le vedono come una fase interlocutoria, forse di crescita, verso altre perversioni o verso una vita tranquilla in cui sono accettate e nella quale se ne cerca il significato, o nella quale vengono tranquillamente superate perchè conosciute. Io ti colloco qui, anche se non ti conosco fino in fondo.

Al terzo tipo appartengono coloro che hanno conosciuto le proprie perversioni e ne hanno fatto un dio: non vogliono altro che replicarle all'infinito, cercando sempre l'emozione della prima volta in cui le hanno sperimentate, costantemente insoddifatti e alla ricerca di un piacere più forte. Destefani era del terzo tipo.

Di quelli del secondo tipo ci si può fidare più tranquillamente, degli altri no. Il vice ispettore l'ho conosciuto, ho visto quanto si conosceva, e come si lasciava andare: è del secondo tipo, per questo mi fido di quello che mi ha detto."

Krueger era ammirato dalla lucidità dell'analisi, e pensava a quanti casi umani potesse aver esaminato Verdiana.

"Capisco..."

Poi il pensiero ritornò ai marmi, e si fece subito serio:

"Verdiana, non so bene perchè, ma penso che tu sia in pericolo."

"Io? Stai tranquillo... ho condotto un lungo interrogatorio con metodi.. convincenti con il vice ispettore, la mia posizione è inattaccabile. E, di conseguenza, anche la tua."

"No, c'è qualcos'altro. Non ci crederai, ma ho trovato nei marmi del Duomo un filo che unisce l'omicidio e lo strano episodio successo alla sorella del preside; questo filo porta ad una terza condizione che deve avverarsi, e penso che riguardi te."

Verdiana era sinceramente stupita.

"Cosa?"

"Penso che nei marmi siano dettate le condizioni per far accadere una opus alchemica, e che tu ne sia coinvolta."

"Ma cosa cavolo vai vaneggiando? Sei pazzo Krueger? Cos'è un'opus?"

"L'opera è lo scopo stesso della vita dell'alchimista; banalmente è quella che crea la quintessenza, o la pietra filosofale, o l'elisir di vita eterna, chiamalo come vuoi.

Viene eseguita nell'atanor, cioè nel forno; puoi vedere il forno come gli accadimenti che succedono e che scaldano di passioni, dolori e sentimenti la vita di un uomo.

I componenti vengono versati nel vaso; non è un vero e prioprio rimescolare fisico, l'importante è che i componenti siano presenti. Il vaso è l'uomo stesso, l'esecutore, il cosidetto artifex; vaso, cuore e calice sono sinonimi ed indicano il recettore e creatore dell'opera, la fonte dalla quale scaturisce.

La base è il mercurio vivo, cioè la natura stessa delle cose, presente in ogni essere reale.

Utilizzando i componenti l'alchimista libera dio imprigionato nella materia, ne estrae l'essenza e, una volta estratta, la può applicare su qualsiasi altra cosa, per esempio, detto in maniera volgare, trasformando qualsiasi metallo in oro, o restituendo giovinezza agli esseri invecchiati, eccetera.

Quell'essenza è la cosidetta pietra filosofale: è una cosa che cambia le cose, e che può cambiare le persone."

Krueger fece una pausa.

Verdiana si fermò anch'essa, sembrò meditare, poi riprese:

"Ribadisco: ma che cavolo stai vaneggiando Krueger? Non penserai che io creda a quello che tu dici?"

"No Verdiana, non lo penso. Non lo penso."

Negli occhi di Krueger passò un velo di pesante tristezza.

Riprese: "però sono preoccupato per te; oggi devo andare dal vice ispettore. Il preside Guerini gli ha raccontato ciò che abbiamo visto nei marmi e vuole parlarmi; gli dirò anche della mia preoccupazione per te."

"Ispettore Pantani buongiorno"

"Buongiorno a lei, padre Krueger. L'ho chiamata in seguito a quanto mi ha raccontato il preside Guerini; sembra che lei abbia trovato un originale filo conduttore tra i fatti avvenuti intorno all'omicidio Destefani."

"In realtà è stata Ingrid, la sorella del preside, ad aprirmi gli occhi. Ho trovato una forte corrispondenza tra il simbolismo dei marmi del Duomo con gli avvenimenti di questi giorni; in particolare con le sculture del portale a sinistra."

"Ma come può una scultura concepita cinque secoli or sono narrare qualcosa di ciò che accade oggi?"

Krueger guardò il suo interlocutore, incerto se parlare o meno, se dargli fiducia o no.

Era chiaro che nessuna risposta logica poteva esistere; tuttavia per Krueger era altrettanto chiaro quanto esistessero zone del reale nelle quali la logica non ha giurisdizione; stava valutando se aprirgli la possibilità di entraci oppure no.

Pensò a quello che gli aveva detto Verdiana o, meglio, a quello che gli aveva fatto intuire; se quell'uomo era stato capace di riconoscere le proprie perversioni e di lasciarsi andare con Verdiana allora poteva essere così sincero da andare oltre ai propri pregiudizi; per questo parlò.

"In linea teorica lei ha perfettamente ragione: impossibile che qualcosa di passato riguardi la realtà odierna.

Tuttavia questa affermazione è valida solo considerando la linearità del tempo e la legge della causa-effetto; se queste due affermazioni saltano, cioè se il tempo non è lineare ma discontinuo e possono esistere effetti non direttamente collegati alle cause, allora qualcosa accaduto nel passato può effettivamente continuare ad accadere tutt'oggi, ed in futuro"

Il vice ispettire non capiva nulla, ma era fortemente attirato da quell'uomo così convinto di ciò che diceva, e senza nessuna vena di pazzia o fanatismo.

"Vada avanti."

"Esistono avvenimenti che rompono il tempo; certo non appartengono ai fatti che vengono scritti sui giornali, o alla scienza come noi la consideriamo oggi, non sono cioè propriamente scientifici, ma sono veri."

"Mi può fare un esempio?"

"Ad esempio la messa. E' la narrazione dell'ultima cena; in ogni luogo ed in ogni tempo si ripete costantemente un avvenimento passato, Cristo viene veramente immolato ad ogni celebrazione, tramite le parole dell'officiante, il sacerdote che non ne è la causa efficiente ma la 'causa ministerialis', cioè l'agente attraverso il quale la Grazia divina fa ripetere l'avvenimento eterno. Vede, questo non è scientifico; ma per miliardi di persone è vero."

Gerolamo Pantani indossò uno strano sguardo, quasi di ammirazione, che immediatamente dopo si indurì:

"Padre Krueger, ciò che non è scientifico non è vero."

Krueger lo guardò con infinita dolcezza; metaforicamente avrebbe voluto carezzare quell'uomo, lo vedeva come un bimbo che nelle vesti del supereroe cerca di mostrarsi invincibile.

"Ispettore, la scienza di cui lei parla ha si e no trecento anni. Esistono modi di pensare, come l'alchimia o l'astrologia, che durano da millenni, e non muoiono, e non moriranno mai: perchè sono veri, a dispetto della sua verità neonata. Esistono religioni che, come la nostra, vivono da duemila anni, oppure quelle orientali, che vivono da seimila e che sono costantemente vivificate, continuamente vere. Esistono modi di interrogare la realtà, come l'I-Ching, che 'funzionano' da cinquemila anni. Eppure lei mi dice che la sua scienza bimbetta, la neonata 'verità scientifica', valga di più di queste dottrine millenarie? In nome di cosa? Solo perchè è l'ultima nata? O perchè è il 'progresso', la 'novità', o addirittura la 'verità'? Si rende conto dell'assurdità tremenda che si commette nel dichiarare vero solo ciò che lo è 'scientificamente', cioè secondo il modo di pensare occidentale degli ultimi anni?"

Aveva parlato con calma, scandendo le parole, presentando i concetti, esattamente come a scuola.

E, come quando faceva lezione, non pretese di essere capito, ma di gettare un seme che prima o poi sarebbe germogliato.

Gerolamo Pantani ne fu sinceramente colpito; non capì molto di questa spiegazione, ma quell'uomo gli dava fiducia.

"Capisco. No, anzi, non capisco; ma lei parla in un modo strano, a cui non sono abituato; mi perdoni, ma preferisco le indagini e le verità scientifiche.

Lei avrebbe quindi individuato due episodi, l'omicidio e la disavventura di Ingrid Guerini, rappresentati nei marmi, insieme ad una terza fase che, in qualche modo, coinvolgerebbe qualcun altro, che potrebbe essere in pericolo."

"Esatto"

"E chi sospetta che sia in pericolo?"

Rispose, ben sapendo che l'ispettore conosceva i suoi rapporti con lei:

"Verdiana Bonavischio"

"Non voglio neanche chiederle la motivazione; ma è a conoscenza di qualche modo per saperne di più?"

"Sì, recarci in un posto che si chiama Rocca Provana, in un paese però che non so dove sia; negli antichi documenti si chiama La Cacia."

Girolamo Pantani ebbe un sussulto.

"La Cacia? abito da quelle parti, oggi si chiama La Cassa, e mi sembra che Rocca Provana sia una specie di castello, di cui avevo sentito parlare. Possiamo andarci immediatamente; non so perchè, ma penso sia indispensabile muoverci subito."

Non capitava tutti i giorni che davanti al municipio di La Cassa si presentasse una macchina della polizia; soprattutto non s'era mai visto scenderne una persona in borghese ed una in abito talare e dirigersi a larghi passi con piglio deciso verso l'ingresso del palazzo comunale.

Era l'ora in cui i bambini uscivano dalla scuola elementare che era nella stessa piazza; le mamme in attesa dei bambini si fecero più di una domanda sul motivo di quella visita così strana e improvvisa; tanto più quando, dopo pochi minuti, videro ripartire di gran carriera i due arrivati con il sindaco ed il messo comunale.

Il sindaco s'era visto piombare nell'ufficio il vice ispettore che presentò il sacerdote che stava con lui come 'esperto della questione' e chiese di avere immediatamente accesso a Rocca Provana, per cercare importanti documenti, vitali per l'indagine; poteva essere questione di vita o di morte.

Proprio per questo l'ispettore cominciò a spazientirsi quando il sindaco accampò scuse relative alla inagibilità e difficoltà ad accedere a Rocca Provana, fino ad urlare contro il sindaco che, secondo lui, si stava intromettendo indebitamente per ostacolare le indagini. Si acquietò solo quando il sindaco chiamò il vigile comunale per chiedergli di accompagnarli tutti a Rocca Provana.

"Finalmente qualcuno si muove", pensò il vice ispettore.

Salirono tutti sulla macchina che prima scese in un fondovalle e poi si inerpicò in una stradina dissestata al punto che dovettero fermarsi e procedere a piedi.

Quando arrivarono sul posto e il sindaco indicò Rocca Provana, la delusione si dipinse sul volto del vice ispettore e di padre Krueger: Rocca Provana non esisteva più, non era altro che il resto di qualche torrione collegato da qualche muricciolo a descrivere una specie di rettangolo, dentro il quale cresceva rigoglioso il bosco di robinie e roveri.

Non poteva essere trovato nessun documento, nessun indizio.

Erano daccapo.

Il sindaco percepì lo scoramento; cercò di indagarne il motivo e capì che cercavano qualcosa che lì non c'era più.

"In questo piccolo comune abbiamo 27 associazioni; tra queste c'è una società storica che potrebbe aiutarvi. Inoltre c'è un architetto in paese che è la persona che fa per voi; se c'è qualcosa nel passato di La Cassa che può interessarvi, lui lo conoscerà di certo. Lo chiamo subito, così se è disponibile ci incontriamo in municipio."

L'architetto si mostrò estremamente disponibile a fornire tutti gli aneddoti possibili; ma di Gaspardo non ne conosceva l'esistenza. Tuttavia disse di ricordasi di aver visto, in qualche antico documento, la descrizione del portale di ingresso di Rocca Provana. Questa descrizione parlava della presenza di quattro figure disposte sui due lati verticali intorno al portale di ingresso.

Poteva essere la stessa disposizione del Duomo? Poteva essere Gaspardo che, promettendo di custodire il segreto di Bartolomeo Delli Charri, l'avesse scolpito su Rocca Provana?

L'architetto cercò di sforzarsi, ma ricordò solo qualcosa di quella descrizione; quando lo descrisse parlò di figure allegoriche, di grottesche, secondo la moda dell'epoca.

"Ecco ci siamo!" Pensarono Krueger e l'ispettore, mentre l'architetto cercava di scovare nella memoria qualche ricordo più nitido, dicendo:

"ricordo.. una persona che sembrava quasi soffocare, un'altra che sembrava pazza... e poi..."

"Poi?" Chiesero in coro

"Una persona che piangeva. Una donna. Una donna che piangeva, ecco, penso una madonna addolorata, qualcosa del genere".

Una donna avrebbe dovuto piangere.

Ringraziarono, e si prepararono a tornare a Torino.

"Aspettate... c'era ancora una quarta immagine."

Krueger si blocco subito.

"Una quarta immagine?"

"Sì, ma non la ricordo. Posso solo dirvi che sono certo che non fosse una persona."

A quel punto gli fu chiaro: tre elementi coerenti + uno diverso. Il nome di Maria la Giudea gli rimbalzava in testa; 3+1, il tetramorfo, per giungere all'unità, cioè alla quintessenza; il mistero era stato svelato, Bartolomeo Delli Charri lo aveva passato a Gaspardo De La Cacia. Ma non lo aveva scolpito sul Duomo, dove per il cardinale aveva scolpito solo tre figure; evidentemente erano quelle commissionate, mentre la quarta era sconosciuta al Cardinale, ma non ai maestri comacini.

Mentre tornavano verso Torino, gli rimbombava in testa l'assioma di Maria la Giudea: "L'Uno diventa Due, i Due diventano Tre, e per mezzo del Terzo il Quarto compie l'Unità".

Compie l'unità.

Gli tornarono in mente gli antichi pensieri che gli avevano fatto rifiutare l'ultimo passo del sacerdozio:

"Dio UNO, Figlio generato e non creato DUE, spirito che procede dal Padre e dal figlio TRE; manca il quarto per il compimento, manca il quarto: il corpo, la femmina, il male."

Tornando in auto, veso Torino, si ripeteva il pensiero, tante volte percorso, che ancora bruciava:

"In questa professione di fede manca il corpo, manca la femmina, manca il male; non posso accettare una fede zoppa."

"Il corpo, la femmina, il male."

Non fu facile ammetterlo, soprattutto a se stesso, dovette dirlo sottovoce per renderlo vero:

"Manca Verdiana".

Il vice ispettore era meditabondo e silenzioso, ma infine comunicò la sua decisione a Krueger:

"Padre Krueger, voglio sciogliere questa inchiesta. Non trovo il colpevole, non trovo alcun appiglio; ogni persona sospettabile ha alibi inattaccabili. Lascerò ognuno libero da ogni vincolo di inchiesta; evidentemente il colpevole si trova al di fuori della cerchia di persone finora indagate"

La sua voce era estremamente precisa, scandiva ogni singola parola; si capiva quanto fosse stata meditata quella decisione e quanto anche la giornata odierna aveva contribuito a maturarla.

"Quindi lei è al di fuori di ogni sospetto; la prego di comunicarlo al preside, che sicuramente ne sarà sollevato per le sorti della scuola".

Appena arrivò in istituto cercò il preside per dargli la notizia; dire che fece salti di gioia sarebbe poco, era felice come un bambino, in modo eccessivamente euforico, pensò Krueger, che non riusciva ad essere felice di tutto questo.

Sapeva bene che un colpevole c'era.

Sapeva bene perchè il preside poteva essere così felice; la chiusura dell'inchiesta lo liberava da qualsiasi minimo sospetto, anche se inesistente.

Sapeva bene cosa pensava quell'uomo minuto dai piccoli occhi e dai lisci radi capelli neri: in fondo aveva compiuto la sua missione, aveva scansato a suo modo il pericolo che cadeva sull'istituzione e che minacciava di far chiudere la scuola.

Krueger si chiedeva come potesse essere un attore così consumato; sembrava veramente felice come un bambino, anche quando chiamò il superiore generale e tutti i confratelli, tra cui anche John Chiodi tornato per qualche giorno in istituto, per dare la lieta novella.

Avvisò tutti che avrebbe fatto un annuncio importante all'ora di cena; infatti mentre erano ancora tutti in piedi per la preghiera prima del pasto, con molta enfasi ringraziò il Signore per lo scampato pericolo, lodò la polizia, l'estate dolce e il cinguettio degli uccelli per lo scampato pericolo.

Krueger ne era infastidito e teneva gli occhi bassi, anche se in molti lo osservavano; per questo tutti lo videro avvampare, quando il preside terminò il discorso dicendo che ci voleva un modo speciale per ringraziare il Signore, ed informare l'opinione pubblica: grazie al lavoro intenso di contatti dell'ultima ora, aveva fatto in modo che la domenica successiva Krueger avrebbe celebrato la messa in Duomo, davanti a tutta Torino.

[manifestazione 'se non ora quando', 2 febbraio 2011 ]

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

27 - Quel giorno in cui è successo

Il giorno in cui Krueger se ne andò da questo mondo era domenica.

Sono Minah - mi vedete bene? aspettate.. sposto un po' la videocamera... ecco così, ok - ho deciso di girare questo video perchè rimanga un segno di una persona così grande.

Chiederò anche alle altre persone ha conosciuto di parlare di lui, una specie di intervista; perchè quando al mondo passa un Krueger si devono raccogliere i segni.

L'avevo visto al mattino di quella domenica, era passato in San Filippo ed io ero lì a preparare qualche musica all'organo per la messa delle undici.

Aveva uno strano viso, sembrava portasse il peso di tutto il mondo; mi ricordava la leggenda di San Cristoforo, quello con Cristo a spalle e la melusina tra le gambe; quando glielo dissi gli strappai un sorriso.

Venne per parlarmi dell'organo.

Si sedette sul lungo sgabello, vicino a me.

Per me fu naturale sedermi sulla sua gamba, come quel giorno, ed appoggiarmi al suo petto; così come venne naturale a lui lasciare che il braccio cadesse sul mio grembo, in un abbraccio.

Mi disse più o meno così:

"La storia dell'organo, o meglio delle canne dell'organo, si perde nel tempo; le canne facevano parte di un primo organo che esisteva nel battistero di San Giovanni, prima che lo abbattessero per fare il Duomo Nuovo, e quindi furono fuse per farne delle altre che andarono a costituire un nuovo strumento quando fu unito il battistero, che s'era ingrandito ed era diventato chiesa maggiore, con la chiesa vicina di San Solutore.

Queste nuove canne suonarono nell'organo, disposto nella parete divisoria tra le due chiese, così da poterle servire entrambe.

Il battistero originario era diventato una specie di tempietto in mezzo alla chiesa di San Giovanni; ci fu un orrendo fatto di sangue, una persona arrampicata sul tempietto uccise il duca Garibaldo per vendetta staccandogli di netto la testa e il suo corteo fece a pezzi l'assalitore; l'organo stava suonando in quel momento, il sangue lordò le canne ed entrò al loro interno e, si dice, l'organo urlò.

Intorno all'organo urlante crebbero le leggende, e dopo molto tempo, nel 1488, quindi prima della costruzione del Duomo Nuovo, il Capitolo della Cattedrale decise di far fondere le canne di questo vecchio organo, in modo che l'organaro Domenico della Catena potesse disporre della quantità di metallo necessario per quello nuovo.

Allora le fusioni venivano fatte dagli alchimisti; fu un certo Crugherio a portare avanti l'opera di fusione; come puoi capire il nome ricorda il mio, non ho mai trovato documenti storici ma mi sento molto vicino a quella persona. Sembra che la fusione fosse stata fatta nella notte di San Giovanni, prima dell'abbattimento delle chiese; sembra che fosse stata eseguita con un rito particolare .

Solo ultimamente ho capito che quel rito si ripete nelle mie visioni più e più volte, al di là di ogni separazione di tempo e di spazio, da quando è avvenuto; si 'celebra' nella mia testa.

Alla fine dell'800 l'organo è stato cambiato con uno nuovo; le canne sono state conservate.

Che Dio mi perdoni, quelle canne le ho usate durante i miei esperimenti sull'alchimia; ho fuso e rifuso il metallo per le canne di San Filippo, anche se solo ora so che il rito non era quello giusto; ero troppo giovane, avevo letto troppi libri, mi avevano spezzato il cuore.

L'opera non mi è riuscita: le cose non hanno cambiato le cose, nè le persone. Ora so che mancava il rito giusto perchè potesse succedere.

Poi è successo che sei arrivata tu, e lui ti ha parlato; da allora so che tutto è possibile, da allora so che sei una persona speciale, so che con te posso unirmi per fare la cosa una."

"Per fare la cosa una", ha detto.

Si è alzato, mi accarezzato la testa.

E se ne è andato.

Io avevo troppe domande in testa per riuscire a farne almeno una.

Questo è l'ultimo ricordo che ho di quel giorno.

No anzi, che dico, dimentico la cosa più importante.

Durante la messa, ad un certo punto, l'organo è tornato docile, è tornato a suonare con me.

E ancora una volta, pianissimo, ha pronunciato il mio nome.

Krueger, ovunque tu sia, io ti adoro.

Il giorno in cui Padre Krueger se ne andò da questo mondo gli ero vicino; eravamo fianco a fianco quando è successo.

Valido collaboratore, ottimo insegnante, premuroso educatore; sono orgoglioso come Preside di annoverarlo tra gli elementi del Collegio Docenti.

L'istituzione che indegnamente dirigo riceve luce e fulgore da una figura di così elevata caratura; il seme diffuso tra docenti e allievi germinerà solide basi per le generazioni future.

Come confratello, non posso che evidenziare l'alto valore morale, la distinta riservatezza e l'abnegazione con la quale sono state portate a compimento le sue giornate di studio e lavoro.

E, se posso permettermi, anche come amico personale e della mia famiglia voglio evidenziare il ruolo solerte e paterno nell'accompagnare i momenti di svago e di amichevole discussione.

Ciò che è successo non fa altro che evidenziare la statura di un uomo dalla vasta cultura messa a disposizione per santificare la vita in Cristo e spendere i suoi talenti nella gloriosa istituzione che rappresento.

Mi sembra di aver detto tutto... può spegnere la telecamera.

Il giorno in cui padre Krueger se ne andò da questo mondo pensai che sì, era vero, era l'unica indagine che non avessi ancora chiuso; ma ciò che era successo ne giustificava pienamente la mancata soluzione.

Nell'indagine mi sono trovato spesso a confrontarmi con lui, i miei sospetti nei suoi confronti sono stati altalenanti; tuttavia l'impressione che ne ho ricevuta è quella di una persona estremamente sincera, ai limiti dell'ingenuità, incapace di mentire.

La sua smisurata cultura ha reso interessante ogni discorso; il confronto su qualsiasi argomento con lui diventa motivo di arricchimento culturale.

Ho ricevuto l'incarico di indagare su quanto è successo; ma so che questo non farà altro che approfondire il mistero Krueger.

Lo farò volentieri, perchè stare vicino a quell'uomo e a ciò che ha avuto intorno è quanto di più interessante mi sia capitato nella carriera.

Il giorno in cui Krueger se ne andò da questo mondo mi sembrò di avere una crisi epilettica controllata.

Non c'era la luna, nè la birra rossa; eppure quando è successo mi è salito il brivido precrisi, quella sensazione di perdita di controllo, di potenze straniere che assalgono la mente per prenderne parte; tuttavia, quella volta le potenze non erano nemiche, erano alleate.

Mentre succedeva le ho sentite in comunicazione con Krueger; ho vibrato con lui, nello stesso modo in cui vibravo quando insieme abbiamo scoperto il significato delle sculture del duomo, o meglio, uno dei tanti significati simbolici di quelle pietre.

Attraverso di lui ho capito la potenza ineffabile e incontrollabile dei simboli; ora so che sono in grado di curarmi, e di farmi impazzire.

Fammi vedere? Oh che capelli!! Ma non possiamo rifarla? Guarda che roba.. sembro una pazza isterica...e smettila di ridere... non è serio!

Il giorno in cu Krueger se ne andò da questo mondo ho pianto.

Sì, gli ero vicino e...

Scusami... è un po' difficile...

Ecco.

Non so casa sia amore, forse non lo saprò mai; ma se un giorno lo scoprirò, sarà di lì che deve passare.

Ho tempo, me l'ha insegnato lui; l'eternità è mia.

Cosa posso dire di lui? Non so, le parole mancano, o sembrano stupide prima di pronunciarle. Non sembrano degne.

Cosa mai si può dire di un uomo che ha fatto a pugni con Dio?

Forse si è cercato quello che è successo, forse lo voleva, forse lo meritava.

Cosa mai si può dire di un uomo che supera i propri limiti, e vive maschio e femmina insieme?

Forse non poteva non capitare quello che è successo, troppo in alto aveva messo l'asticella quando ha spiccato il salto.

Cosa mai si può dire di un uomo che si strugge fino a piangere davanti ad una musica e a dei colori, che lascia il suo animo bambino gioire tra le lacrime?

Forse non c'era altro modo, anche la sensibilità deve avere un limite.

Questo posso dire.

Quell'uomo mi ha cambiata.

La vita non è più la stessa da quando c'è lui; ora ci sono i colori, i sapori, le note; se penso alla vita prima di conoscerlo, era tutto grigio, monotono, insipido.

Temo l'idea di non vederlo più, ma non mi spaventa; mi ha lasciato qualcosa di imperdibile, ha risvegliato il serpente che giaceva dormiente in me.

Ora sono viva, e lui vive in me.

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

28 - Aion

Il giorno in cui Krueger se ne andò da questo mondo era domenica, Verdiana al mattino passò nel laboratorio di Sara, vicino a piazza Vittorio, proprio nello stesso momento in cui Krueger stava parlando con Minah in san Filippo.

Sara era una ragazza dall'aspetto fragile e dalle idee forti, con l'anima fecondata d'acqua, profondamente immersa nella conoscenza; ma lei non sembrava accorgersene, anche se l'attrazione verso le gemme glielo avrebbe dovuto dimostrare; quell'attrazione l'aveva spinta ad aprire un laboratorio di gioielleria con una vetrina su via Carlo Alberto.

Verdiana la frequentava; a volte per un consiglio, altre per una acquisto. Le pietre lavorate da lei avevano qualcosa in più, il gusto della dedizione che aveva loro profuso.

Sara aveva rispetto per questa donna elegante e di poche parole; appena la vide entrare con l'astuccio della collana le fu chiaro: bisogna modificarla, aggiungerle o toglierle qualcosa.

La prima volta che ci aveva lavorato Verdiana le aveva commissionato un semplice pendaglio, un piccolo contenitore di vetro riempibile con un liquido di cui avrebbe assunto il colore; Sara confezionò una collana dalle maglie d'argento inframmezzate da gemme di Malachite, la pietra della trasformazione, larga abbastanza da arrivare sul petto, al termine della quale aveva inserito qualche centimetro della stessa maglia d'argento e, infine, il piccolo ciondolo di vetro.

Non era più alto di un centimetro, aveva la forma di un'anfora o di un cuore e terminava a punta; in testa aveva un piccolo tappo a vite metallico con un gancetto che lo assicurava alla collana.

Spesso Verdiana aveva notato lo sguardo di Krueger sul suo petto, ma non pensava affatto che si fosse soffermato sul dettaglio del piccolo gioiello di vetro.

La seconda volta, Verdiana le chiese di aggiungere un altro contenitore in vetro tra quello precedente e il girocollo; questa nuova parte era costituita da un contenitore cilindrico in vetro con due estremità avvitabili d'argento, entrambe con un gancetto. Quando gliela riconsegnò, a partire dal girocollo si dipartiva qualche centimetro di maglia d'argento, quindi la fialetta cilindrica, dopo ancora il contenitore a forma di anfora affusolata.

Sara non aveva altre clienti con desideri così particolari e ne era in qualche modo conquistata. Quando ricevette la collana per l'inserimento della fialetta si incuriosì vide che la piccola anfora era colorata di un bel rosso scuro.

La terza volta che Verdiana chiese una modifica aumentava in Sara la curiosità di rivedere la collana; la passò tra le mani dalle dita lunghe ed esili e vide che la fialetta aveva un colore biancastro.

L'insieme costituiva un gioiello armonico; la larghezza della fiala cilindrica era all'incirca la stessa dell'anfora, circa sei o sette millimetri, una in fila all'altra rappresentavano una unità dall'indubbio gusto raffinato. Ciò che disturbava un poco Sara era invece il collegamento tra il girocollo e il pendaglio; un incrocio troppo netto, troppo differente dalle armonie del pendaglio.

Fu proprio per questo che si rallegrò della richiesta di Verdiana, per quanto inconsueta, perchè riguardava proprio quell'incrocio, quella T costituita dal pendaglio che si dipartiva dal girocollo.

Verdiana chiese se fosse possibile avere una piccola coppa d'argento con tre gancetti: due ai lati per agganciarsi al girocollo, uno sotto per agganciare il pendaglio. La coppa avrebbe dovuto avere le stesse dimensioni della fialetta e dell'anfora.

Quando Verdiana vide il risultato ne fu contenta; soprattutto le piacque vedere negli occhi di Sara l'orgoglio per aver costruito un gioiello unico, dall'indubbio fascino. La coppa, la fiala e l'anfora, nei colori argento, bianco e rosso si susseguivano rincorrendosi per forme e colori; una volta indossata, la coppa rimaneva sul petto, aperta verso l'alto, ed il pendaglio bianco e rosso le seguivano come se ne fossero una conseguenza, come se il liquido introdotto nella coppa potesse, attraverso le maglie d'argento, raggiungere e fecondare quello nei contenitori sottostanti.

Sara chiese di poter fare una foto alla collana, prima di riconsegnarla; Verdiana acconsentì volentieri.

Quindi uscì dal negozio di Sara e, lungo via Po, tornò verso casa; in piazza Castello proprio per un puro caso non incrociò Krueger che, uscito da San Filippo, tornava verso l'istituto.

Un preside estremente euforico lo attendeva per decidere quali preghiere particolari inserire nella messa che si sarebbe celebrata tra poche ore; entrando vide don John Chiodi che lo salutò allegramente e lo invitò a partecipare alla scelta delle preghiere. Il preside cercava di inserire in esse tutte quelle parole che avrebbero dato lustro all'immagine della scuola e della congregazione, le presentava e recitava ad alta voce, dilungandosi in commenti e spiegazioni.

Krueger si sentiva oggettivamente in difficoltà; la mente era attraversata da due ordini di pensieri.

Innanzitutto non poteva celebrare la messa; non era mai stato ordinato sacerdote. Quando celebrava la messa in istituto lo faceva da solo, nelle piccola cappella, recitando le formule del rito che da sempre lo aveva affascinato.

Rito basato sull'ultima cena di Cristo, sulla consacrazione del pane e del vino che si trasformano nel corpo di Dio; Krueger era affascinato dagli aspetti dottrinali che aveva più volte studiato. Il concetto stesso di transustanziazione, di passaggio di una sostanza in un'altra lo affascinava tant'era vicina ai riti alchemici: ci sono cose che cambiano cose, e cose che cambiano le persone. Sapeva di bestemmiare accostando il rito della messa all opus alchemica; sapeva anche di non essere il primo ad averlo pensato, e che non riconosceva nessuna autorità in grado di imporgli un giudizio morale su quel pensiero.

Ma cosa diversa era celebrare la messa in pubblico; poteva anche passare sopra al fatto che la Chiesa ne vietasse la possibilità, ma non poteva passare sopra al fatto di illudere i fedeli. Lui aveva certo la libertà di pensarla in qualsiasi modo, ma doveva rispettare la loro fede così come dettata da Santa Romana Chiesa. Cristo aveva investito gli apostoli della celebrazione del rito; da essi l'investitura è passata alla chiesa come vescovi e presbiteri, quelli che in genere vengono chiamati sacerdoti; nessun laico può celebrare una messa.

In secondo luogo gli sembrava impossibile che il preside Guerini fingesse così. Lo conosceva bene, sapeva che l'entusiasmo che stava profondendo nei discorsi era genuino. E pensò che forse era davanti ad un caso di sdoppiamento della personalità; aveva letto qualcosa in proposito e sapeva che quando l'uomo si lascia andare alle proprie passioni può manifestarsi un livello di coscienza normalmente sopito. Forse quando si lasciava andare a diventare la sissy maid dei suoi sogni era in uno stato non cosciente, ed il delitto era stato commesso in quel modo. Ma cosa c'entravano i marmi con tutto questo? Cosa la faccenda di Ingrid? Cosa Gaspardo de La Cacia? Non riusciva a venirne a capo, fissava gli alberi dalle finestre, su Corso Palestro, e chiedeva risposte allo stormire delle fronde.

"Ehi, hai ucciso il gusano?"

Fu John Chiodi a riportarlo alla realtà con quella domanda.

"Eh? Cosa?"

"In Messico quando vedi qualcuno con lo sguardo fisso come il tuo, perso nel vuoto, gli si chiede se ha ucciso il gusano, cioè il verme nel Mezcal lasciandolo senza liquido e mangiandoselo, quel verme che ti ho detto che può avere effetti allucinogeni e afrodisiaci anche potenti sulle persone."

Poi, sorridendo e abbassando la voce per non farsi sentire da Guerini che continuava a declamare orazioni:

"Te ne avevo lasciato uno... te lo sei mangiato?"

"Ma no figurati! Mangiare il verme! Sei pazzo?"

Però rimase interdetto; in effetti non ricordava che fine avesse fatto la bottiglietta che gli aveva lasciato, ed il pensiero andò anche alle bottiglie da cui sorseggiavano qualche bicchierino lui e Verdiana; ricordava il verme al fondo che dava quella forte impressione di trasgressione e di animalità, ma non ne ricordava l'aspetto una volta terminato il liquore.

"Senti John... tu sai tutto di me. Non posso celebrare."

John assunse un'aria molto seria, eccessivamente seria, dal che si capiva che stesse fingendo e disse:

"Ho io la soluzione, non preoccuparti" e gli si aprì un sorriso in viso.

Aspettò che il preside facesse una pausa e quindi fece una proposta:

"Preside, vista l'importanza di questa celebrazione ed il numero di persone coinvolte, secondo lei sarebbe possibile concelebrare? Ci terrei molto a poter testimoniare anch'io la gioia di questa comunità nel ristabilirne l'onore."

Krueger si illuminò e prese la palla al balzo: "Mi farebbe molto piacere, soprattutto se guidassi il rito di consacrazione."

Il preside, se possibile, aumentò ancora il suo entusiasmo:

"E' una bellissima idea, una concelebrazione darà più peso all'evento. Anzi, ci sarò anch'io a concelebrare; la visibilità della nostra congregazione sarà al massimo."

Discussero ancora qualche particolare ed uscendo un Krueger visibilmente sollevato abbracciò con enfasi don John Chiodi; i due sacerdoti, ed il falso prete, si avviarono verso il Duomo per la celebrazione.

Vista l'importanza e la solennità della celebrazione indossarono i paramenti in sacrestia, uscirono all'esterno per rientrare dal portone del Duomo; li precedevano i turiboli dell'incenso, li seguivano tutti i confratelli della comunità.

Entrando dal portone, in mezzo ai canti del coro, l'incenso gli ricordò il fumo del sacrificio, quel sacrificio umano e divino che stava andando a rappresentare, e ne fu sopraffatto dall'importanza; avrebbe voluto essere più sereno, più lucido, ma troppi pensieri gli impedivano di trovare quella tranquillità della mente così indispensabile per sentire il respiro del sacro.

Pensò alla legge dell'elastico; se stava così male, sicuramente ci sarebbe stato presto un periodo migliore.

Pensò anche che questo non fosse il giusto atteggiamento; se stava ammortizzando una fase negativa questo frenarla non le avrebbe fatto avere effetto e quindi le cose potevano andare ancora peggio di così.

Non sapeva come fosse possibile, come le cose potessero andare peggio.

"No adesso no." pensò Krueger entrando. Non era quello il tempo adatto perchè succedesse; e invece proprio in quel momento la visione tornò nitida.

In mezzo al Duomo, tra i banchi, si elevava la solea, quella pedana di legno che innalzava il clero dal popolo nei secoli passati; lui camminava alto tra i fedeli mentre le canne dell'organo diffondevano melodie solenni.

Percepiva le due realtà distintamente; quella odierna in cui indossava i paramenti liturgici e camminava preceduto dai turiboli e con al fianco Guerini e Chiodi, e quella antica in cui vestito di un mantello regale procedeva sul legno rialzato della Solea con a fianco la donna dagli occhi nocciola.

Nella distanza dal fondo della chiesa all'altare più volte aguzzò la vista per distinguere dai particolari quale fosse il momento che stesse vivendo; l'unica risposta fu l'assenza di tempo, la contemporaneità degli eventi. Riuscì a trovarsi lucidissimo come osservatore esterno in grado di percepire nettamente le due realtà separate e l'unità infinitamente grande che le univa: lui stesso, tutto ciò che sentiva aveva l'immutabile unità di essere sè stesso.

Arrivati all'altare i sacerdoti si sistemarono sugli scranni; mentre i canti dell'introitus procedevano, Krueger si vedeva esattamente nell'altra realtà sotto la cupola del Duomo a compiere il rito con la donna; l'incrocio delle sinistre, la raccolta del fiore, l'incrocio degli steli, la sparizione delle vesti si ripetevano nella sua mente più e più volte fino a fissarsi in modo indelebile, ogni volta ripetendosi più nitide, ogni volta arrivando fino a quella che era stata l'apparizione della piccola gemma blu nel suo pugno, quella che nelle visioni precedenti si librava nell'aria.

"Dominus Vobiscum" pensò Krueger in latino e pronunciò "il Signore sia con voi!" dando inizio alla celebrazione.

Seguì Guerini che introdusse la messa del giorno, indicando la gioia della celebrazione per la congregazione e per la loro comunità, introducento il canto seguente.

A Krueger non servì la parte logica della mente per riconoscere la sagoma della persona che stava entrando dal portale, fu la parte istintiva a riconoscere le forme e l'incedere di Verdiana provocandogli un brivido lungo la schiena.

Era lontana e splendida; troppo lontana e troppo splendida per lui in quel momento.

Mentre il canto proseguiva accompagnato dall'organo Krueger era totalmente conquistato dal suo incedere nella navata laterale, dal suo apparire e scomparire dietro le colonne, dal suo fisico che serpeggiava sinuoso, alto sui tacchi; arrivò fino quasi a fianco a lui, in testa alla navata, in piedi. Sul viso si dipingeva qualcosa che lo faceva sentire bene, una intimità grande, qualcosa che forse Krueger pensava di poter chiamare amore; ma c'era un contrasto nella sua espressione, sembrava che un peso infinito rendesse tragico e bellissimo quel sentimento.

Indossava il tailleur viola.

Sul petto risplendeva una collana di pietre verdi con ciondoli; ricordava di averla già vista, anche se sembrava diversa, forse quando l'aveva vista c'erano meno ciondoli.

Per chissà quale scherzo di riflessione della luce il sole entrava nella cupola ed un raggio viaggiava pigro tra le navate illuminando il pulviscolo ed andando a colpire esattamente la collana.

Un pensiero arrivò piano nella mente di Krueger.

Quand'era ancora un pensiero da nulla, si divertì a girovagargli tra gli occhi, scherzando.

Poi crebbe, e volle la sua attenzione.

L'anfora rossa, il sangue.

La fiala bianca, il seme.

Oddio.

No, non era possibile.

Eppure... il sangue, il seme, il rosso, il bianco.

Lei aveva tutto.

Lei aveva preso tutto.

Una sola conclusione: era stata Verdiana; era stata lei ad uccidere Destefani, a seviziare Ingrid.

Lei, esperta in perversioni, le aveva utilizzate; anche per far tacere il vice ispettore e discolparsi. Ecco perchè aveva abbandonato le indagini così in fretta.

Si accorse di non avere più lo stomaco, di avere un buco al posto della pancia; la mente attraversata da questo pensiero lancinante, il corpo che abdicava alle sue funzioni.

Verdiana vide il suo sguardo e pensò per la prima volta di avere sbagliato tutto nella vita; se questa era la sensazione che aveva procurato nell'unico uomo che mai le fosse veramente interessato, tutto ciò che l'aveva portata ad essere lì in quel momento, ad essere la persona che era, era sbagliato.

Troppo male, troppo dolore, troppa sofferenza.

Seguì il confiteor, la confessione dei peccati; Krueger guardava Guerini al suo fianco, e si sorprese di aver pensato tanto male di lui.

Come non poteva confessare di aver peccato? Di avere avuto pensieri, e parole, e opere, che già lo condannavano? Che ingenuo, che idiota, che stupido. Lui che si sentiva tanto intelligente, padre Krueger acuto filosofo e ottimo docente, alchimista e astrologo, non aveva visto una realtà così banale da percepire.

Era stato abbagliato da quella donna.

La messa, pensava, è un sacrificio a Dio, " a te gradito", consacrando il pane ed il vino che sono il dono che l'uomo offre. Sono dono perchè l'uomo ha faticato, ha lavorato, per ottenerli; sono frutto della vite e del lavoro dell'uomo, non sono grano e acqua, ma pane e vino. Ogni dono, per essere un vero dono deve togliere qualcosa a chi dona per darlo a chi riceve; per poter donare con questa purezza ci si deve conoscere, e per questo si confessano i peccati.

Non è sterile rito: è funzionale al sacrificio, e Krueger pensava che per quanto non fosse un sacerdote il rito andava compiuto e la confessione dei peccati diventava un momento importante, soprattutto in questo momento, nel quale aveva scoperto di avere infierito sul preside molto più del dovuto, proprio lui che pensava sempre di essere nel giusto.

Alzò gli occhi su Verdiana; ancora il dolore lancinante lo riprese, ma quello che vide in quegli occhi non fu nulla di comparabile alla colpevolezza.

Era una sofferenza intensa e composta, della quale non capiva il senso.

La collana risplendeva ancora sul suo petto, il verde della malachite ne moltiplicava la forza; sembrava assumere ad ogni sguardo maggiore importanza.

Krueger pensava "ecco il punto più basso, ecco come potevo scendere più in basso, ecco la mia punizione finale; con questo dolore lancinante ho toccato veramente il fondo. Quanto fa male, quanto mi è insopportabile questa posizione. Quella donna che tanto mi ha dato, quella donna in cui credevo, ha tradito ogni mia fiducia, mi ha tradito da sempre."

La celebrazione continuava per lui meccanicamente, ma la mente volava altrove.

Volava allo stato di nigredo, alla macerazione del profondo nero, alla marcescenza dell'uomo come unico modo per rinascere, alla sofferenza che l'avrebbe purificato, al sacrificio di Dio che rinasce per l'umanità, all'umanità che non ha colpa, quindi, in realtà, al sacrificio di sè.

Ogni sacrificio è un sacrificio di sè; quando Dio chiede ad Abramo di uccidere il suo figlio sa bene che in realtà Abramo ucciderebbe sè stesso dal dolore.

Krueger sentiva Dio pulsare in lui in qualche parte sconosciuta e collegata a tutti gli altri uomini.

Distintamente la percepiva come l'immagine di Dio da sempre indicata da tutte le religioni.

Allo stesso tempo percepiva sè stesso ed il dominio della propria mente come un'isola in quel mare da cui era nata.

Dio da Dio, luce da luce.

Generato e non creato.

Della stessa sostanza.

Era tutto così chiaro! Ecco perchè 'figlio dell'Uomo'.

Ecco perchè nella messa il sacrificante è il sacrificato, ecco perchè il dono offerto è la mia isola, sono io stesso.

Ed ora Krueger si sentiva interamente sacrificato, nel dolore che lo stava scavando dall'interno, sentiva l'elastico teso allo spasimo.

Non immaginava un sacrificio più grande, non pensava fosse sopportabile una tensione più grande; invece, da lì a poco, ben peggio lo stava aspettando, mentre la mattina si faceva improvvisamente scura di un temporale estivo.

Verdiana si mosse, fece qualche passo.

Krueger la seguì con lo suardo.

La vide ondeggiare sui tacchi eleganti, qualche passo in avanti e qualche passo indietro, nella navata.

Il tailleur viola.

Percepi distintamente il frusciare della gonna stretta sulla pelle dei fianchi, la tensione della fodera del tessuto sulle cosce fasciate, le ginocchia guidate e contenute dall'abito, l'incedere sinuoso sui tacchi.

Questa volta il pensiero non gli ronzò in testa; si sfracellò su di lui come una frana che spazzi via un paese intero.

Lui aveva già sentito queste sensazioni.

Gli appartenevano.

Lui aveva indossato quell'abito, si era mosso in quella stoffa.

Guardò Verdiana; capì che lei sapeva.

Il pensiero si fece spazio nella sua mente.

"Hai ucciso il gusano?" Ricordò, improvvisamente e lucidamente.

Ricordò di averlo ucciso più volte, di essere entrato in uno stato di trance, lo ricordava con una golosità che ora gli sembrava incredibilmente disgustosa, peccaminosa e incredibilmente affascinante.

Ricordò di aver indossato il tailleur viola, la parrucca, gli occhiali, ricordò di aver abbordato Destefani, di averlo legato e di aver ottenuto ciò che voleva, così come con Ingrid.

Diventò terreo in volto; John se ne accorse e continuò la celebrazione al posto suo.

Pensò a Verdiana, che sentiva ogni movimento nel suo appartamento; probabilmente aveva sentito tutto, l'aveva visto uscire, l'aveva visto rientrare, aveva custodito il suo bottino.

Non l'aveva denunciato; anzi, l'aveva coperto.

Capì che il dissociato era lui; una personalità schizofrenica, un'altra isola vicino alla sua nel mare del suo essere, un'altra persona in sè aveva preso vita e s'era impossessata dei suoi studi sull'alchimia; aveva riconosciuto i marmi senza che lui lo sapesse, aveva riconosciuto l'opus e la voleva mettere in pratica.

Riconobbe in quell'hybris, in quell'invidia degli dei, in quell'orgoglio sconfinato una parte della propria personalità che aveva faticato a soffocare in passato ma che, evidentemente, s'era presa la rivincita, rinascendo come complesso autonomo, facilitato dagli effetti allucinogeni.

Capì tutto con una lucidità estrema; come in tutti i periodi importanti della vita ebbe la forza di pensare di essere solo, e di dover da solo risolvere il problema.

Non c'era che una soluzione: andarsene da questo mondo.

Non era più sopportabile quello stato di cose; la propria mente si rifiutava di ammettere di essere stato lui la causa di tutto. Gli pulsavano le tempie; doveva attutire la forza di quel pensiero per evitare che scoppiassero, capì che avrebbe potuto farle esplodere.

Altro che elastico, nigredo, marcescenza: doveva annullarsi, non essere, l'unica cosa che meritava era non essere più.

L'alchimia, lo studio, l'orgoglio, e quant'altro; lui stesso che s'era sentito in grado di redimere Dio, di essere come Dio, di trattare da pari con lui; che senso aveva di fronte alla perdita del controllo delle proprie azioni?

Guardò Vediana; anche lei capì che lui ora aveva capito, accarezzò i due ciondoli per comunicarglielo.

La sofferenza sul viso di quella donna e la sofferenza sul suo trovarono un terreno comune e comunicarono tra loro; lei capì che lui avrebbe preso una decisione estrema.

Il coro cantava l'Alleluja.

Venne letto il Vangelo di Giovanni, come nelle grandi occasioni; sempre Krueger aveva letto, commentato e meditato il Vangelo, questa volta ci si aggrappò:

"Di nuovo i Giudei raccolsero delle pietre per lapidarlo.

Gesù disse loro:

«Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di esse volete lapidarmi?».

Gli risposero i Giudei:

«Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio».

Disse loro Gesù:

«Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi? ".

"Io ho detto: voi siete dei" gli risuonava nella testa.

Come posso essere Dio? Come posso convivere con questa lordura che è la mia vita ad essere Dio?

La celebrazione proseguì per Krueger in uno stato di assenza; solo le parole del Credo gli risuonarono importanti; pensò alla nascita della sua individualità, a lui Figlio Dell'Uomo, Dio da Dio, luce da luce.

Gli si gonfiò il petto dell'antico orgoglio; se questa deve essere la mia fine, l'avrò con te, Dio; sacrificante e sacrificato, insieme, io Abramo ucciderò mio figlio, la mia totalità ucciderà la mia persona.

Si rese conto di quanti alchimisti nel passato fossero giunti allo stesso punto; improvvisamente molti passi oscuri gli furono chiarissimi, capì perchè molti ne morirono, capì perchè l'opus diventava così unica, così importante nella loro vita: era l'unico modo per andare oltre a questa infinita nigredo, l'unico modo per redimere Dio dai suoi peccati, l'unico modo con il quale la creatura redime il creatore colpevole di aver creato la sofferenza dell'uomo, cioè l'unico modo per salvare se stessi e il Dio che ci ha generati.

Ci sarebbe voluto un'opus completa per redimersi; ma lui, così debole e colpevole, non si sentiva un artifex, non sentiva il proprio corpo l'atanor alimentato dalla potenza delle passioni, delle quali sentiva il fuoco divorarlo.

All'inizio dei riti della comunione, sentì di dover fare qualcosa; si alzò lui per invitare i fedeli alla preghiera del Padre Nostro.

Il viso, risoluto, comunicava la propria decisione; avrebbe fatto scoppiare le tempie durante quella preghiera.

Verdiana, da lontano, non poteva contenere il proprio dolore; le era chiaro quello che stava succedendo, era testimone impossibilitata a qualsiasi azione.

Krueger si portò, in piedi, dietro l'altare, e allargò le braccia per iniziare il Padre Nostro.

Guardò in avanti, vide i fedeli.

Che aspettavano in piedi che lui iniziasse.

Alzò lo sguardo: vide nella controfacciata il quadro dell'Ultima Cena, con quel Giovanni così femmineo; quel Giovanni che aveva guardato quando Verdiana lo aveva incontrato.

Aprì la bocca per prendere fiato.

Era bloccata.

Qualcosa l'aveva trapassato da parte a parte, nel senso dell'altezza del corpo; era esattamente sotto il centro della cupola, e sentiva le forze sotterranee salire dalla cripta sotterranea, passare attraverso di lui, trapassare la cupola e salire al cielo.

Nello stesso momento la stessa sensazione di trapasso trafisse le sue braccia allargate, a disegnare una croce con la direzione precedente.

Infine, la direzione del suo sguardo lo invase, partendo da dietro di sè, dalla nuca, attraversandogli la testa e puntando rettilineamente lungo la navata.

Si sentiva trapassato, inchiodato dalle sei direzioni; sentiva l'intero tempio riflettere la sua essenza e a sua volta riflettere il mondo intero con le sue sei direzioni; sentiva l'unità del mondo intero nell'incrocio dei tre assi di cui lui era il centro, sentì il mondo intero in un punto intermedio tra i suoi occhi e il naso.

Le tempie pulsavano, pronte ad esplodere; non ci sarebbe stata un'opus a salvarlo.

Verdiana vide il suo uomo che stava per scomparire da questo mondo trafitto da un mistero irraggiungibile; tutta la sua essenza di donna voleva fare qualcosa; ma non riusciva a far altro che guardare, e soffrire.

Era un dolore, forte, acerbo, secco; troppo ingiusto, insopportabile, si ribellò fondendosi con lui, lasciandosi invadere la mente da quel nemico così potente e terribile, combattendolo con tutte le forze.

Proprio quando stava pensando che non avrebbe retto altro dolore, che si sarebbe abbandonata alla disperazione, esattamente un attimo prima, uscì una piccola lacrima da un suo occhio.

Percorse la guancia, zigzagando un po'; la lasciò scorrere libera, non la asciugò.

Scese lungo gli zigomi, salì su un labbro.

Ebbe la tentazione di pulirsi con la lingua, ma non lo fece.

La lacrima dal labbro cadde.

Nella coppa della collana.

Il sangue, il seme, la lacrima furono allineati in quel momento: l'opus fu.

La catena cominciò a splendere ma, soprattutto, le tre direzioni si resero visibili su Krueger; tutti videro, e nessuno seppe ripeterlo allo stesso modo dopo che fu successo.

Sembrava un Cristo immolato in una croce tridimensonale; qualcuno disse che si librava nell'aria.

Lo stesso Krueger sembrava splendere di luce azzurrina, diventando evanescente, sempre di più.

Infine, mentre le tre direzioni perdevano di intensità, qualcuno lo vide alzare una mano e fare una specie di danza con una figura che gli apparve vicino; era una donna, brillavano intensi e dolcissimi i suoi occhi nocciola.

In questa specie di danza rituale si scambiarono qualcosa; lui lo porse a lei, che lo prese e lo portò al petto, insieme pronunciarono 'septigenti'.

Era qualcosa di piccolo e blu, che brillava di una luce che crebbe di intensità fino a diventare abbagliante, rimanendo a mezz'aria e rendendo poco a poco invisibili le due figure, finchè la luce brillò fulgida come una stella e le due figure scomparvero del tutto.

Se ne andarono, rimase solo la luce.

Fu così che Krueger se ne andò da questo mondo.

Poi tornò.

Le due figure riapparvero; prima la donna, che alzò la mano per prendere la stella e stringerla al seno; tutte le donne presenti desiderarono di essere lei, di avere una stella blu da stringere al petto.

Poi Krueger riapparve; ed il suo viso nessuno l'avrebbe più dimenticato, mentre guardava quella donna, mentre guardava in lei tutte le donne, i loro corpi e le loro infinite vie per giungere al cuore di un uomo.

Poi la donna poco a poco scomparve; rimase la luce a mezz'aria.

Tutti rimasero a guardare quella piccola potente luce azzurra e mescolarono la gioia alla tristezza nel vedere che si stava affievolendo.

Piano, lentissimamente, perdeva di intensità, lasciava spazio al resto.

Fu come risvegliarsi, fu come cercare di seguire la traccia di un sogno dolce che svanisce all'alba.

La luce azzurra diminuiva ed il resto del mondo appariva: le colonne, le persone, i marmi, le cose.

Fu come una rinascita; il mondo riapparve come nuovo, come se fosse stato cambiato da quell'apparizione, come se quella piccola stella bambina fosse venuta al mondo per cambiarlo; ed ora che se ne stava andando mancava al mondo.

Rimasero tutti a fissarla e non sembrava vero che si affievolisse, finchè tutti dovettero aguzzare gli occhi e il cuore per vederla ancora, per sentirla ancora pulsare, per chiederle stai ancora un attimo con noi.

Ognuno pensò resta ancora con me, stella cucciola, non andartene, con te si sta bene, anche solo oggi, anche solo un momento, anche solo adesso, per un attimo ancora, resta qui.

La luce del giorno inondò le persone e la stella sparì, proprio come all'alba del giorno nuovo scompare la stella del mattino.

[statua, castello di Compiano]

C'è la pagina Facebook di Krueger, e il romanzo si può approfondire e comprare su krueger.losero.net.

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Krueger

i ruggiti dell'anima

di Leo Altoriso

Krueger - I ruggiti dell'anima

E' la copertina del romanzo, che ho creato giocando un po':

- con le foto, naturalmente: quella in sfondo è dei marmi del Duomo di Torino

- con il 3d: ho ricostruito la Sacra di San Michele e ho sovrapposto il wireframe di un tacco a spillo, l'insieme è il 'naso' che si vede al centro. Per questo ho usato sketchUp

- conphotoShop; non sono certo un mago, ma in rete si trova veramente aiuto da tutte le parti.

Ora il libro l'ho pubblicato su Amazon con createspace; per maggiori info ho creato un sito dedicato ed una pagina facebook per i commenti.